Museo della Frutta di Torino: la stanza delle meraviglie di Garnier Valletti che conserva la «Carla di Cuorgnè» e la «Doctor Felix» (con una formula segreta)
Corriere della Sera - Cultura

Museo della Frutta di Torino: la stanza delle meraviglie di Garnier Valletti che conserva la «Carla di Cuorgnè» e la «Doctor Felix» (con una formula segreta)

Giovedì 11 giugno 2026
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Nessuno ha scoperto come il grande modellatore, poi a Vienna e alla corte dello Zar, realizzò le riproduzioni in mostra in via Pietro Giuria in un luogo unico in Italia: «Sono opere d'arte, raccontano frutta che non c'è più»

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Museo della Frutta di Torino: la stanza delle meraviglie di Garnier Valletti che conserva la «Carla di Cuorgnè» e la «Doctor Felix» (con una formula segreta)

di Paola Stroppiana

Nessuno ha scoperto come il grande modellatore, poi a Vienna e alla corte dello Zar, realizzò le riproduzioni in mostra in via Pietro Giuria in un luogo unico in Italia: «Sono opere d'arte, raccontano frutta che non c'è più»

Ci troviamo a San Salvario, negli spazi del Palazzo degli Istituti Anatomici di via Pietro Giuria, dove ha sede uno dei musei civici più sorprendenti di Torino: il Museo della Frutta Francesco Garnier Valletti. Un nome che potrebbe trarre in inganno — museo della frutta?? —, evocando una bizzarra idea platonica e musealizzata di un negozio di primizie ortofrutticole. Qui non troverete frutti esotici e nemmeno pomi della discordia, ma centinaia di mele, pere, susine, grappoli d’uva e albicocche modellati con una precisione tale da ingannare lo sguardo. Varietà dai nomi curiosi, fiabeschi — Calvilla bianca d’inverno, Martin Sec, Bella di giugno, Carla di Cuorgnè, Doctor Felix, Susina Violetta di Gerusalemme — sopravvissute nelle teche di una vera Wunderkammer ottocentesca, dove arte, scienza e agronomia si intrecciano argutamente, con il vantaggio di regalare al visitatore un’autentica sorpresa visiva.

Museo della frutta di Torino: chi l'ha creato

Ad accompagnarci tra le sale del museo, armadi di legno a vetrina di gran pregio, sono la curatrice del museo Paola Costanzo e l’assessora alla Cultura del città di Torino Rosanna Purchia, da tempo sostenitrice di questo luogo straordinario — nel vero senso del termine. Un museo capace di custodire non soltanto una collezione unica nel suo genere, ma in grado di restituire il clima culturale della Torino positivista, scientifica e agronomica dell’Ottocento. Il cuore del museo è rappresentato dalla bravura di Francesco Garnier Valletti, nato a Giaveno nel 1808 e morto a Torino nel 1889: artigiano, modellatore, ceroplasta, ma anche divulgatore e sperimentatore. Il suo primo mestiere fu quello di confettiere, attività che nell’Ottocento richiedeva una notevole capacità nel modellare oggetti decorativi in zucchero e pasta di mandorla. Garnier Valletti si distinse sin da subito per la perizia nella riproduzione naturalistica. Trasferitosi a Torino, si inserì rapidamente nel vivace ambiente scientifico cittadino. Accanto all’ Orto Botanico dell’Università e all’Accademia di Agricoltura, San Salvario era a quel tempo una vera cittadella della sperimentazione agronomica, popolata da serre, orti botanici e vivai.

Le serre perdute di San Salvario

«I vivaisti Burdin ebbero un ruolo fondamentale», racconta Paola Costanzo. «Originari della Savoia, a partire dal 1822 crearono nella zona di San Salvario grandi serre monumentali che per i torinesi dell’epoca rappresentavano quasi un luogo di meraviglia». Le guide ottocentesche descrivevano quelle serre come attrazioni straordinarie, ricche di camelie, gerani e specie esotiche allora quasi sconosciute. Persino la toponomastica ne conserva memoria: via Belfiore derivava originariamente proprio dai «bei fiori» coltivati nelle serre prospicienti la strada. Fu Auguste Burdin a intuire le potenzialità del lavoro di Garnier Valletti. In un’epoca in cui le piante venivano acquistate anche per corrispondenza senza poter vedere il frutto, i modelli artificiali diventarono strumenti preziosi per mostrare varietà e specificità botaniche. Al contempo costituivano una strategia pubblicitaria innovativa e, insieme, la soluzione al problema che da sempre ha tormentato l’attività dei grandi vivaisti, vale a dire la messa a punto di una nomenclatura comune a tutti e non suscettibile di variazioni dialettali e linguistiche. «Oggi li consideriamo opere d’arte», spiega Costanzo, «ma all’epoca servivano a documentare la biodiversità agricola, una sorta di campionario a grandezza naturale. Inoltre molte delle varietà rappresentate sono scomparse con l’avvento dell’agricoltura industriale e della standardizzazione alimentare».

Il mistero del metodo Valletti

La tecnica utilizzata da Garnier Valletti appare ancora oggi di natura alchemica, tanto che fino alla sua morte non volle rivelare a nessuno l’esatta formulazione adoperata per le sue creazioni. Dapprima realizzava un primo calco nella cenere, quindi colava negli stampi in gesso così ottenuti una miscela composta da resina dammar, colofonia e polvere d’alabastro. Per ricreare la patina dell’uva raccoglieva la sabbia finissima del Sangone e la soffiava sulla superficie ancora umida del frutto; per simulare la peluria delle pesche utilizzava fibre tessili provenienti dal Biellese. Trasferitosi a Milano negli anni Quaranta dell’Ottocento, la sua abilità di ceroplasta fu apprezzata a tal punto da aprirgli le porte della Corte imperiale di Vienna, dove iniziò a perfezionare la riproduzione di frutti oltre che di fiori ornamentali. La sua fama lo condusse successivamente anche a San Pietroburgo presso la corte dello zar Nicola I.

Come nacque il Museo della frutta di Torino

Dopo la sua morte la collezione venne acquistata dalla Regia Stazione di Chimica agraria (in seguito denominata Istituto sperimentale per la nutrizione delle piante) di via Ormea 47. Quando, nei primi anni Duemila, la struttura venne trasferita, si pose il problema di salvaguardare non soltanto i modelli pomologici, ma anche biblioteche, laboratori e strumenti scientifici. Da quella operazione nacque il Museo della Frutta, inaugurato nel 2007.
Ancora oggi il percorso museale conserva l’atmosfera originaria dei cabinet ottocenteschi: armadi vetrati, laboratori chimici, cataloghi vivaistici e strumenti scientifici. Qui arte e conoscenza continuano a dialogare, con interessanti confronti anche con il contemporaneo: in autunno è prevista una mostra sul seme, visto non soltanto come elemento botanico, ma come simbolo di origine, trasformazione, memoria e possibilità futura.
Assessora Purchia, quanto è importante oggi, per Torino, custodire e valorizzare l’eredità della propria cultura scientifica?
«È fondamentale, perché rappresenta una parte profonda dell’identità culturale della città. Torino ha costruito la propria modernità anche attraverso una straordinaria tradizione scientifica, nata tra Sette e Ottocento, in cui ricerca, studio e divulgazione del sapere diventarono strumenti di crescita civile, oltre che culturale. Penso anche all’attività scientifica dell’Accademia di Agricoltura fondata nel 1785, con sede nel palazzo Corbetta Bellini di Lessolo in via Andrea Doria: un altro gioiello poco conosciuto della città.»
Questo luogo sembra restituire perfettamente questa visione.
«Assolutamente. L’eredità di Garnier Valletti si inserisce pienamente in questa tradizione culturale. Il fatto che il Museo della Frutta sia un museo civico rende ancora più importante per noi il lavoro di valorizzazione e divulgazione. Un obiettivo da perseguire con forza, a beneficio delle generazioni future chiamate a grandi sfide su temi nodali dei prossimi decenni, quali quelli ambientali e della biodiversità».

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