Due fazioni ma nessuna riforma
Un Paese spaccato a metà con la tendenza al conservatorismo senza bandiera
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Due fazioni ma nessuna riforma
Enzo D'errico | 10 giugno 2026Un Paese spaccato a metà con la tendenza al conservatorismo senza bandiera
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Pari e patta, si ricomincia. L’esito delle ultime elezioni amministrative conferma sostanzialmente quanto già si sapeva. E cioè che il Paese ormai è diviso in due «fazioni». O, per meglio dire, in due «nazioni»: da una parte la destra che si afferma in quasi tutto il Nord, a cominciare dalla riconquista di Venezia; dall’altra una sinistra che mantiene pressoché intatto il suo controllo nel Mezzogiorno, con l’eccezione di Reggio Calabria che, al di là della vittoria elettorale, mostra in controluce tutti i problemi dello schieramento di governo quando oltrepassa la linea del Garigliano.
Siamo dinanzi a un gioco di specchi: entrambe le coalizioni, là dove prevalgono, hanno un effetto rassicurante sulla maggioranza degli elettori, garantendo di fatto l’equilibrio degli interessi dominanti. Tuttavia, nella situazione contraria, non sono in grado di rovesciare gli assetti al potere con proposte e candidati credibili. Potremmo affermare, applicata la tara dei singoli casi, che anche in questa consultazione emerge una sola autentica vincitrice, quella tendenza politica e culturale che da tempo inchioda l’Italia a un conservatorismo senza bandiera.
L’architettura dell’immobilismo sembra aver rosicchiato gli ultimi spazi liberi: le istituzioni locali, in cui una volta si forgiavano copioni e protagonisti pronti poi a calcare la scena romana, oggi sono recipienti destinati essenzialmente alla raccolta del consenso indifferenziato che, da sempre, è il concime migliore per difendere lo status quo da qualsiasi mutazione.
Il risultato di questa paralisi civile è sotto i nostri occhi: nessuna riforma, nessuna crescita economica, nessun orizzonte per i giovani. Ma soprattutto la scomparsa di una effettiva alternanza di impalcature ideali e modelli amministrativi. Basterebbe voltarsi indietro per accorgersene. Pochi esempi: la sinistra, quando è stata al governo, ha cancellato la legge Bossi-Fini sull’immigrazione? No. Ha approvato lo ius soli? No. E la destra ha iniettato lo spirito liberale nei gangli dello Stato? No. Ha scalfito la burocrazia e semplificato la normativa? No. Ecco perché quella metà d’italiani che ancora si reca alle urne ha un solo obiettivo: fare in modo che, all’interno del suo perimetro territoriale, nulla cambi. L’altro cinquanta per cento ha lanciato in mare la zavorra della speranza e si è rassegnato a un naufragio solitario. Con i partiti ridotti a pallidi simulacri di sé stessi e un tessuto sociale che mira esclusivamente a salvaguardare gli interessi consolidati, la crescita di una nuova classe dirigente (ingrediente fondamentale nella ricetta di qualunque democrazia) è diventata un miraggio. Talvolta addirittura un pericolo da scansare ad ogni costo, visto che metterebbe a repentaglio la glaciazione del sistema. Attenzione, però: l’ossidato meccanismo delle «due fazioni/due nazioni» rischia ora d’incepparsi. E a danno dell’alleanza guidata da Giorgia Meloni.
Sia chiaro, non certo per un’improvvisa ambizione innovativa della sinistra ma soltanto perché negli ingranaggi si è introdotto un granello di sabbia che, nei prossimi mesi, potrebbe assumere la consistenza di una pietra. Parliamo di Roberto Vannacci e di Futuro Nazionale, un movimento che cresce di sondaggio in sondaggio malgrado il generale non abbia ancora sferrato l’assalto al Sud. Dove, peraltro, conta su un bacino di voti potenziali tutt’altro che trascurabile. E non soltanto per le caratteristiche storiche e politiche del Meridione, da sempre sensibile al richiamo dell’ammuina, un ribellismo votato a produrre caciara più che effetti concreti, bensì per l’acclarata insussistenza della destra nelle regioni chiave, Campania e Puglia su tutte.
Come risponderà un elettorato a digiuno di leader locali, e tradizionalmente fedele alle radici missine, dinanzi all’offerta politica di Vannacci? La risposta viene da Reggio Calabria, dove al primo turno ha trionfato Francesco Cannizzaro, esponente di una Forza Italia che proprio nel Mezzogiorno si barcamena a fatica tra le istanze liberali e le sirene populiste. Ebbene, pur avendo strappato la città alla sinistra dopo dodici anni, Cannizzaro è salito alla ribalta soprattutto per i suoi comizi in stile Cetto La Qualunque, emblema del politico dalla grammatica incerta ma foriero di promesse tanto gracili quanto roboanti.
Non c’è dubbio che il suo successo abbia tracciato il solco a mo’ di aratro. E che Vannacci abbia già la spada in pugno per difenderlo e seminarlo a modo suo. Con buona pace di chi, a Palazzo Chigi e al Nazareno, continua a rimirarsi la punta dei piedi. Senza alzare lo sguardo sul futuro.
10 giugno 2026
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