L'architetta che ha lasciato l’azienda di famiglia per diventare guida di «forest bathing»: «Il bosco mi ha insegnato a vivere»
Katiuscia Rasom, di Cavalese, ha ritrovato sé stessa camminando tra le foreste del Trentino: «Dopo la nascita del mio primo figlio sono entrata in una crisi profondissima, ho lasciato tutto quello che avevo e mi sono reinventata»
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L'architetta che ha lasciato l’azienda di famiglia per diventare guida di «forest bathing»: «Il bosco mi ha insegnato a vivere»
di Veronica TuziiKatiuscia Rasom, di Cavalese, ha ritrovato sé stessa camminando tra le foreste del Trentino: «Dopo la nascita del mio primo figlio sono entrata in una crisi profondissima, ho lasciato tutto quello che avevo e mi sono reinventata»
«La natura sa curare le ferite. Ho pianto tantissimo nel bosco, ma è lì che sono rinata come una fenice». Katiuscia Rasom di Cavalese, architetta, ha cambiato vita, è rinata grazie al bosco e oggi è guida di forest bathing in Val di Fassa. Dopo una laurea in architettura e una carriera nell’azienda di famiglia, una crisi personale l’ha portata a lasciare tutto e a ritrovare sé stessa camminando nei boschi. Da quell’esperienza è nata la sua missione: fare conoscere a quante più persone possibile i benefici del «bagno di foresta», attività che unisce antiche sapienze alpine e suggestioni giapponesi dello Shinrin Yoku, meditazione e cerimonie del tè sul prato.
Rasom ha guidato di recente anche il forest bathing del primo Digital Detox Retreat in rifugio in alta quota, al Rifugio Contrin in Val di Fassa.
Rasom, come ha scoperto il forest bathing e perché ha deciso di farne la sua professione?
«Dopo la nascita del mio primo figlio sono entrata in una crisi profondissima. Ho lasciato tutto quello che avevo, l’architettura e l’impresa di famiglia, per un anno ho solo passeggiato tra i boschi. Da lì sono riuscita a reinventarmi. Non ho voluto affrontare la mia crisi esistenziale con le medicine: nel mio caso il contatto con questo paesaggio incredibilmente vitale ha avuto un ruolo decisivo. Poi ho conosciuto il corso di Selene Calloni Williams, nota divulgatrice di pratiche spirituali e immaginali, che proponeva un’esperienza di avvicinamento alla natura con estetica giapponese. L’ho fatto per me, perché ne avevo bisogno. È stato talmente bello che ho sentito di dovere mostrare a ogni persona quanto la natura porti benessere. Non sono un medico, quindi attenzione a come se ne parla, ma fa stare bene».
Che formazione ha seguito?
«Ho seguito diversi corsi, tra cui quello di Arno Cardini della scuola diretta di Amos Clifford e la formazione Csen Italia, che da qualche anno ha una sezione dedicata al forest bathing. Io lo declino sempre in base alla location, al bosco, al tempo disponibile, alle persone e agli obiettivi del gruppo. Nel team building mi dicono su cosa lavorare e io costruisco una sequenza ad hoc, come quella proposta recentemente al digital detox retreat al Rifugio Contrin».
Bisogna essere guide alpine per fare questo lavoro?
«No, assolutamente. Non usiamo attrezzature particolari e le camminate sono facili e accessibili. È un’attività declinabile a chiunque: vado anche nelle case di riposo».
Quanto c’è di giapponese nello Shinrin Yoku che propone e quanto di alpino?
«Grazie al primo corso ho scoperto l’estetica giapponese, lo shintoismo, il buddismo, lo zen. Lo Shinrin-yoku è stato formalizzato in Giappone negli anni Ottanta. Quel modo di vivere la natura mi appartiene profondamente e lo porto qui. È vero che questa pratica è stata codificata lì, ma sono sicura che i miei nonni e gli antenati che vivevano in queste valli vivevano la natura con la stessa intensità. L’albero è vivo, ti sente, sente che arrivi, percepisce molto più di te. La connessione è la stessa».
Quando propone la cerimonia del tè ai gruppi, tira fuori dal suo zaino delle tazzine che produce lei.
«Sono intimamente legata alla mia cultura ladina, ai suoi simboli antichi, custodi di identità e storie che si intrecciano al presente. Nei boschi, nelle stagioni, nei cicli della vita trovo l’armonia che guida le mie mani e i miei pensieri. Così è nato Kreides Atelier, uno spazio creativo dove la ceramica artistica incontra le argille naturali, e la materia racconta il territorio seguendo l’istinto».
C’è un gruppo di donne in Trentino che si stanno dedicando a queste attività.
«Siamo sempre di più. Donne indipendenti che hanno costruito il proprio percorso nell’autenticità della persona, donne che credono profondamente nelle potenzialità del territorio. Abbiamo tanta passione per le tradizioni, il nostro popolo, la nostra lingua e per conservare questo territorio. C’è una spinta interiore: come la passione nello scrivere, lo devi fare perché altrimenti stai male».
Come si passa dal «lasciare in pace il bosco» a una vera connessione che cambia il modo di vivere e lavorare?
«Prima di tutto dobbiamo conoscere il bosco. Io proteggo ciò che amo. Bisogna andarci, viverlo, fare esperienza. Posso raccontarlo, ma per capire questa attività bisogna entrarci, toccare, sentire. Poi sì, lo sto già portando nelle scuole della valle: una maestra ha fatto un’attività con me, se n’è innamorata e l’ha proposta a tutte le classi. Ora altre maestre la stanno replicando. Si sparge la voce».
Che effetto ha un «bagno di foresta» su corpo e mente?
«Entrare in un bosco e osservarlo, abbracciarlo, con tutti i nostri cinque sensi ha effetti sorprendenti sul fisico e sullo spirito. Diversi studi scientifici suggeriscono i benefici del forest bathing: rafforza il sistema immunitario, abbassa pressione arteriosa e frequenza cardiaca, fa volare creatività e capacità di concentrazione. È una vera ricarica naturale. La mia è una proposta per rallentare, riconnettersi e riportare nella quotidianità un pezzo di quella pace trovata tra gli alberi delle Dolomiti».
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