Erri De Luca e il pliralismo delle idee
Corriere della Sera - Cultura

Erri De Luca e il pliralismo delle idee

Mercoledì 10 giugno 2026
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Sarebbe del tutto fuorviante, su una vicenda simile, dividere il campo tra sostenitori della libertà e fautori della censura, tra buoni e cattivi

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Erri De Luca e il pliralismo delle idee

di Andrea Patroni Griffi

Sarebbe del tutto fuorviante, su una vicenda simile, dividere il campo tra sostenitori della libertà e fautori della censura, tra buoni e cattivi

A volte le polemiche culturali producono più luce di quanto non lascino immaginare le loro immancabili asprezze. Può essere questo il caso, a ben vedere, della vicenda che ha coinvolto Erri De Luca e il Salerno Letteratura Festival.

I fatti sono noti. A De Luca era stata affidata la prolusione inaugurale della manifestazione. Successivamente gli organizzatori hanno ritenuto di proporre una diversa collocazione del suo intervento all’interno del programma.

Lo scrittore ha scelto di non aderire a questa soluzione e di rinunciare all’invito. Da qui è nato un confronto che ha inevitabilmente investito il rapporto tra libertà di espressione, responsabilità pubblica della parola e pluralismo democratico delle idee e, quindi, la qualità stessa della nostra democrazia, che per l’appunto si definisce pluralista.

Sarebbe del tutto fuorviante, su una vicenda simile, dividere il campo tra sostenitori della libertà e fautori della censura, tra buoni e cattivi. La realtà, nel tempo delle false semplificazioni e radicali contrapposizioni da social, è come sempre più complessa.

Un festival culturale è libero di scegliere la propria identità, i propri ospiti, i propri simboli. Una prolusione inaugurale non è un intervento qualsiasi. Chi organizza una manifestazione ha il diritto di interrogarsi sulla coerenza tra il messaggio che intende trasmettere e la personalità chiamata ad aprirla. Al tempo stesso, sarebbe difficile negare che la revoca di un incarico già conferito, soprattutto quando interviene in seguito a prese di posizione pubbliche dell’interessato, produca inevitabilmente l’impressione di una sanzione legata alle opinioni espresse. È questa percezione che ha spinto molti intellettuali, anche lontani dalle posizioni di De Luca, a manifestare solidarietà allo scrittore.

Entrambe le posizioni esprimono sensibilità che meritano ascolto.
Proprio per questo appare particolarmente significativa la proposta avanzata da Aldo Schiavone e accolta da Gennaro Carillo e da Paolo Di Paolo, condirettori della manifestazione, di trasformare una controversia in una occasione di discussione pubblica sul rapporto tra parola pubblica, responsabilità e libertà. In una stagione nella quale prevalgono spesso le scomuniche reciproche, alle quali talora non si sottraggono neppure i migliori intellettuali, non è affatto poco. È un importante segnale di maturità civile, di cui si avvertiva da tempo la necessità.

Il punto, infatti, riguarda qualcosa di più grande di Erri De Luca e del Festival di Salerno. Riguarda il modo in cui le democrazie affrontano il dissenso nei tempi delle guerre e delle «chiamate alle armi», alle quali talora non si sottraggono neppure alcuni intellettuali, che pure dovrebbero custodire spazi di pensiero libero, oltre i riflessi condizionati dello schieramento ideologico.

La guerra in Ucraina prima, il conflitto di Gaza poi, hanno prodotto una radicalizzazione del dibattito pubblico. In molti casi si è assistito alla tentazione di trasformare il dissenso in delegittimazione personale.
Chi criticava alcune scelte occidentali nella guerra russo-ucraina veniva talora rappresentato come un simpatizzante del Cremlino. Chi denuncia oggi gli orrori di Gaza e della Cisgiordania viene accusato di ostilità verso Israele, quando non di antisemitismo. Così come difendere il diritto di Israele alla sicurezza non significa aderire alle scelte del governo Netanyahu, né giustificare gli strumenti, gravemente lesivi dei diritti umani, attraverso i quali quel governo ha preteso di garantirla.

Queste semplificazioni impoveriscono la democrazia. Negli ultimi anni, appare sempre più difficile mantenere aperto uno spazio di confronto libero su temi divisivi. Le posizioni tendono a irrigidirsi e la complessità viene spesso sacrificata all’appartenenza. Eppure, la forza della cultura dovrebbe consistere esattamente nel sottrarsi a questa logica.

Si può affermare senza esitazione che l’invasione russa dell’Ucraina costituisce una violazione del diritto internazionale e dell’indipendenza di uno Stato sovrano. Si può sostenere con altrettanta fermezza che la devastazione di Gaza, al di là della qualificazione giuridica come genocidio che spetta alle sedi competenti, pone questioni gravissime di diritto internazionale umanitario e di tutela della popolazione civile.
Si può difendere il diritto dell’Ucraina a resistere senza per questo rinunciare a interrogarsi sugli errori della politica internazionale ed europea. Si possono denunciare le gravi responsabilità del governo Netanyahu senza nutrire alcuna ostilità verso il popolo ebraico.

La stessa discussione sul sionismo, quale movimento storico e politico, appartiene pienamente allo spazio del dibattito democratico e non può essere automaticamente assimilata all’antisemitismo. Confondere tali piani finisce per impoverire la discussione pubblica e, in fin dei conti, per rendere più difficile la stessa lotta contro il vero antisemitismo, che resta una forma viva e particolarmente odiosa di discriminazione e di odio verso gli ebrei in quanto tali.

La democrazia costituzionale vive esattamente di queste distinzioni. Il pensiero unico è tipico delle esperienze autoritarie ed è incompatibile con le democrazie pluraliste, che non possono chiedere adesioni obbligatorie, se non rinnegando sé stesse.

La storia europea offre lezioni preziose in questo senso.
Abbiamo conosciuto tanto la persecuzione delle idee quanto la tentazione opposta di tollerare l’intollerabile. La maturità costituzionale consiste proprio nel ricercare un equilibrio che non sacrifichi né la libertà né la dignità delle persone. La garanzia costituzionale della libertà di manifestazione del pensiero rivela la propria funzione più autentica proprio quando protegge opinioni che non condividiamo. Le idee conformi non hanno bisogno di particolari difese; è sul terreno del dissenso che si misura la qualità di una democrazia.

Naturalmente non esistono «diritti tiranni». La parola incontra il limite della dignità altrui, della discriminazione, dell’istigazione alla violenza, della minaccia concreta. Ma proprio per questo la punibilità dell’espressione richiede un quid pluris rispetto alla mera manifestazione di una opinione. L’ordinamento costituzionale distingue accuratamente tra ciò che è discutibile, persino offensivo sul piano morale o politico, e ciò che diviene giuridicamente lesivo.

Questa distinzione rappresenta una delle conquiste più preziose della civiltà liberale e costituzionale europea. Per tale ragione non dovremmo mai temere il confronto tra idee diverse o «zittire» quelle di minoranza. Dovremmo preoccuparci, invece, quando le idee cessano di confrontarsi e iniziano a escludersi reciprocamente.

Il pluralismo è la sostanza stessa della democrazia. La democrazia è pluralista o non è. La lezione che emerge dalla vicenda di Erri De Luca e del Festival di Salerno è forse proprio questa. Le democrazie pluraliste non si rafforzano attenuando o rimuovendo i conflitti culturali che inevitabilmente le attraversano. Esse trovano invece la propria misura nella capacità di trasformarli in occasioni di confronto, affidandoli alla discussione pubblica, al rispetto reciproco e alla forza delle ragioni.

Questa recente controversia ci aiuta a ricordare - e nei tempi che viviamo non è cosa banale - che il pluralismo non consiste nell’assenza del dissenso, ma nella sua civile elaborazione. È così che il pluralismo smette di essere una formula retorica e diventa pratica viva della democrazia costituzionale.

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