Simon Messner, l'alpinista figlio di Reinhold: «Dopo l'infortunio allevo pecore nel maso di famiglia in Alto Adige, presto uscirà un film sulla mia vita»
Corriere della Sera - Cultura

Simon Messner, l'alpinista figlio di Reinhold: «Dopo l'infortunio allevo pecore nel maso di famiglia in Alto Adige, presto uscirà un film sulla mia vita»

Martedì 9 giugno 2026
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Il figlio del Re degli Ottomila: «Non mi riconosco più in questo alpinismo, oggi basta avere i soldi per andare sull'Everest. Dopo l'infortunio non so ancora se tornerò a scalare, ma l’arrampicata mi manca molto»

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Simon Messner, l'alpinista figlio di Reinhold: «Dopo l'infortunio allevo pecore nel maso di famiglia in Alto Adige, presto uscirà un film sulla mia vita»

di Tiziano Grottolo

Il figlio del Re degli Ottomila: «Non mi riconosco più in questo alpinismo, oggi basta avere i soldi per andare sull'Everest. Dopo l'infortunio non so ancora se tornerò a scalare, ma l’arrampicata mi manca molto»

Crescere al fianco di una figura considerata da tutti una leggenda non è facile. Lo sa bene Simon Messner, classe 1991, figlio di Reinhold, il re degli ottomila: il primo alpinista al mondo ad aver scalato tutte le quattordici vette più alte del pianeta. Simon ha scelto una vita lontana dai riflettori, cionondimeno ha raggiunto notevoli risultati nell’arrampicata, con diverse prime assolute sulle Dolomiti e sulle Alpi. Non solo, perché nel suo curriculum ci sono le conquiste di alcune vette inviolate – e meno conosciute – sull’Himalaya pakistano. Laureato in biologia molecolare, non ha scelto la via dei laboratori preferendo far dialogare alpinismo e regia, spedizioni e documentari indipendenti. Un modo per raccontare una montagna autentica. Assieme al padre ha creato la Messner Mountain Movie, casa di produzione cinematografica che ora ha abbandonato per dedicarsi a progetti autonomi. Dopo un infortunio che potrebbe compromettere la sua carriera da alpinista, Simon ha deciso di dedicarsi al maso di famiglia che si trova ai piedi di Castel Juval (residenza estiva del padre), nel cuore dell’Alto Adige.

Innanzitutto, come sta? So che è reduce da un infortunio e ha subito un’operazione…
«Il recupero sta andando bene. Ormai è passato quasi un anno, ma devo ammettere che sono stato un po’ sciocco. Mi ero fatto male durante un allenamento in una falesia a pochi minuti da casa, qualcosa non andava ma ho scelto comunque di prendere parte a una spedizione in Pakistan (il gruppo ha rinunciato a raggiungere la vetta del Chumik Kangri per via del maltempo, ndr). Non è stato un bene per la mia spalla. È ancora difficile dire se potrò tornare ai livelli di prima, ma ci sto lavorando. Mi manca molto l’arrampicata».

Nel frattempo si sta dedicando al suo maso?
«Non avrei mai pensato di farlo diventare un lavoro. Per vent’anni la scalata è stata tutta la mia vita, ma più lavoro al maso, più sento il valore di questa tradizione così antica. Devo dire che senza mia moglie Anna (la coppia ha anche una figlia piccola di nome Valentina, ndr) non sarebbe mai stato possibile portare avanti il maso. Alleviamo pecore, da cui produciamo lana, oltre a capre e maiali; abbiamo pure un cavallo e due asini. È molto impegnativo perché i terreni sono in pendenza: a 45 gradi persino tagliare l’erba è difficile. Inoltre, affittiamo alcune camere per le vacanze e un secondo maso è stato dato in affitto per la produzione di vino: sarebbe stato troppo impegnativo gestire pure quello».

Lei è anche un regista e ha lavorato con suo padre nella Messner Mountain Movie…
«Da alcuni anni non faccio più parte della Messner Mountain Movie. Oggi collaboro in proprio per la realizzazione di lungometraggi dedicati alla montagna e l’anno scorso sono stato protagonista di un film (Simon Messner-Aus dem Schatten, ndr) che uscirà quest’estate. Racconta la mia storia, da alpinista e da allevatore, c’è tanta tradizione e parla anche di quando sono diventato padre. È una produzione tedesca».

Magari il prossimo anno lo vedremo al Trento Film Festival…
«Speriamo, mi farebbe piacere».

Recentemente è stato ospite proprio al Trento Film Festival per un appuntamento dedicato alle nuove generazioni di alpinisti. Si riconosce ancora in questa disciplina che ormai è diventata fenomeno di massa?
«Onestamente no, faccio fatica. Oggi quasi chiunque, purché abbia i soldi, può raggiungere la vetta dell’Everest o di qualsiasi altro Ottomila. Questo fenomeno è cresciuto negli ultimi anni, trasformando l’alpinismo in una forma di turismo molto costosa. Eppure, in Pakistan le montagne inviolate sono ancora di più rispetto a quelle scalate. Ma in pochi le prendono in considerazione».

L’avventura ha lasciato spazio all’esperienza da postare sui social?
«Ormai conta di più il nome, per tutti l’Everest è la montagna più alta del mondo e rappresenta un record da raggiungere. Qualcosa da raccontare agli amici per impressionarli. Non conta più come viene raggiunto l’obiettivo e l’etica passa in secondo piano. Tuttavia, scalare una vetta è solo uno dei tanti modi di fare alpinismo. Una montagna remota è molto più interessante rispetto a una che è stata scalata migliaia di volte».

È ancora possibile mantenere l’autenticità e la coerenza dell’alpinismo delle origini?
«I social influenzano molto le persone, alla fine è più facile fare delle belle foto per qualche “like”. L’alpinismo è entrato un po’ in crisi e fatica a trovare una direzione. Le principali montagne sono state conquistate, così come quasi tutte le pareti più difficili. Spesso la gente non capisce che anche se scali una montagna più bassa puoi trovare un’avventura, non è necessario andare per forza su uno degli Ottomila».

Da piccolo aveva paura dell’altezza? Soffre ancora di vertigini?
«In casa si parlava soprattutto di alpinismo: gli amici di famiglia erano quasi tutti scalatori e, forse, come piccolo alpinista mi sono approcciato alla montagna pensando che non fosse così difficile. È strano anche per me, ma credo che sia stata questa paura a spingermi ad andare avanti. Volevo capire da dove arrivasse quella paura. Non ho ancora trovato una risposta, ma ho imparato molto su me stesso. Questa, in fondo, è l’essenza dell'alpinismo».

Quanto è importante offrire una narrazione coerente della montagna e che responsabilità hanno oggi gli alpinisti verso i temi ambientali?
«Sicuramente l’alpinismo si nutre anche della narrazione che ci ruota attorno. Questa disciplina ha un carattere sportivo ma non è sport, è difficile da misurare e proprio per questo vive anche della sua narrazione. E in questo gli alpinisti devono essere consapevoli di avere una responsabilità. Dobbiamo stare più attenti: prendere l’aereo per andare in Pakistan o in Nepal non è sostenibile. Io vado in spedizione ogni due anni, ciononostante sono consapevole dell’inquinamento legato a questi spostamenti e mi infastidisce. Perciò cerco di ridurlo al minimo. L’alpinismo moderno è nato in Europa e dovremmo provare a preservare lo spazio per l’avventura nel nostro continente. Le future generazioni possono esprimersi anche qui, senza andare per forza sull’Himalaya. Per me lo stile di salita conta di più dell’altitudine raggiunta».

Quindi tornare a fare meno, magari con qualche riflessione in più…
«Sarebbe bello».

È più difficile fare l'alpinista o l'allevatore?
«Sono due cose molto diverse (ride, ndr). Diciamo che quando sei un alpinista puoi fare tanti lavori, ma forse non l’agricoltore perché lì ti manca il tempo e se hai degli animali non riesci più a scalare».

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9 giugno 2026 ( modifica il 9 giugno 2026 | 07:50)

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