A 20 anni scriveva dal carcere fascista parole sconvolgenti: chi era davvero Vittorio Foa, il gigante della sinistra
Corriere della Sera - Cultura

A 20 anni scriveva dal carcere fascista parole sconvolgenti: chi era davvero Vittorio Foa, il gigante della sinistra

Martedì 9 giugno 2026
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Arrestato a soli 20 anni per attività antifascista, Vittorio Foa riflette dal carcere su libertà, volontà e democrazia. Le lettere che anticipano il pensiero di uno dei protagonisti del Novecento italiano

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A 20 anni scriveva dal carcere fascista parole sconvolgenti: chi era davvero Vittorio Foa, il gigante della sinistra

di Carla Piro Mander

Arrestato a soli 20 anni per attività antifascista, Vittorio Foa riflette dal carcere su libertà, volontà e democrazia. Le lettere che anticipano il pensiero di uno dei protagonisti del Novecento italiano

Vittorio Foa con Mario Capanna

Disse di lui Giorgio Napolitano: «È stato senza alcun dubbio una delle figure di maggiore integrità e spessore intellettuale e morale della politica e del sindacalismo italiano del Novecento». Che Vittorio Foa fosse una mente eccezionale lo rivelavano già le lettere dal carcere, poi raccolte nel 1949 della rivista Il Ponte. Torinese, il 15 maggio 1935 è arrestato su delazione dell’informatore dell’Ovra, Pitigrilli. È detenuto con l’imputazione di cospirazione politica mediante associazione e apologia di reato e condannato il 27 febbraio 1935 per attività clandestina con il Partito d’Azione.

Lettere dal carcere

Dal carcere, scrivendo ai genitori, riflette sulla disumanità della condizione in cui si trova. «L’aspetto principale dell’alterazione psicologica del recluso riguarda, secondo me, la sua sensazione del tempo, sensazione che condiziona tutte le altre ed ha conseguenze serie, che investono a fondo l’intero sistema punitivo. A partire dal quarto o dal quinto anno di reclusione, coll’attutirsi dei ricordi di azione e coi meccanizzarsi di ogni movimento, il tempo si vuota e si fa geometrico e spaziale. Si ripensa il passato o ci si rappresenta ii futuro come in una esteriore contemplazione priva di legami colla volontà ormai assente. La stessa lettura finisce col fornire una serie di schemi allineati ed inerti, soprattutto quando non è concesso di scrivere e di raccogliersi: in carcere non ci si fa una cultura».

Antifascista

Foa però il germe della cultura politica lo ha in sé, innato e tenace.
Antifascista fin da giovane, protagonista della Resistenza, poi membro dell’Assemblea Costituente, è destinato a diventare una delle figure più autorevoli della sinistra democratica italiana del Novecento con un peso politico che non deriverà da incarichi di governo, quanto dalla sua influenza culturale e morale nel dibattito pubblico.

Le privazioni materiali

Ancora dai giorni del carcere: «La coscienza dei tempi è forse immatura per una riforma nel senso di una abolizione totale delle pene detentive, ma si rifletta che le privazioni materiali del carcere sono poca cosa o comunque cosa alla quale l’organismo umano si adatta con facilità. ma che il peso reale della detenzione consiste solo nel progressivo svanire della volontà col decorso del tempo».

La condizione del recluso

È la volontà il principale strumento per la costruzione di una società più giusta, Foa ne teme l’affievolirsi. Ma sente già, a poco più di vent’anni, che la reclusione non può fermare l’aspirazione a coniugare idee di libertà, uguaglianza e partecipazione: più stretta è la costrizione, più forte la sua determinazione. «La reclusione — scrive- — non serve per i delitti politici. Il recluso politico diventa, per forza di cose, sempre più acerbo avversario dello Stato che lo perseguita. L’unica pena giustificabile in materia politica è quella di morte. Anche ergastolo è sconsigliabile perché difficilmente la classe dominante potrebbe, in certi momenti, esimersi da ostentazioni di clemenza con indulti ed amnistie e si ricadrebbe perciò nel caso delle pene temporanee che non fanno che rendere più irriducibili gli avversari».

Il ruolo di Torino

Torino è il fulcro del suo pensare, «di tutta la sua esperienza» dirà di lui Pietro Marcenaro, compagno di molte battaglie politiche e sindacali. «La Torino del liceo classico D’Azeglio, prolifica culla di grandi intellettuali. La Torino azionista, antifascista, quella di Bobbio e Galante Garrone, di Gobetti e Ginzburg. Poi la Torino delle fabbriche, delle grandi lotte sindacali. Ma anche la Torino delle montagne, a recuperare le energie, fisiche, morali e intellettuali».

Padre costituente

Foa resta in carcere fino ad agosto 1943. Padre costituente, deputato socialista per tre legislature, nel 1955 diventa segretario nazionale della Fiom per passare, alla morte di Giuseppe Di Vittorio, alla segreteria della Cgil. E in qualità di segretario, nel 1955, scrive a Nenni, inviando quelle che definisce «alcune considerazioni alla buona» su Torino: «Nelle fabbriche torinesi e in particolare alla Fiat vi è un grande problema che riflette di se tutti gli altri e che bisogna affrontare in tutta la sua chiarezza, quello della difesa della libertà e dei diritti costituzionali. Una offensiva senza precedenti tende a ripristinare nelle fabbriche il clima che fu del fascismo. L’intimidazione, il ricatto, la rappresaglia, sono armi quotidiane e sistematiche contro chi si attenti a mostrare di avere un pensiero proprio, una volontà autonoma. Gli operai sono costretti alle loro macchine come automi, impossibilitati di dire, anche negli intervalli, una sola parola che abbia significato di classe» (Archivio storico Senato).

Lettera a Nenni

Torino, fulcro e metro del suo sistema di pensiero.  Così ne scriveva, ancora a Nenni, che gli chiedeva cosa fosse rimasto del giolittismo subalpino. «Del giolittismo era caratteristica una fiducia della borghesia nelle proprie capacità espansive e quindi una disposizione positiva, anche se intrisa di paternalismo ed ipocrisia verso l’organizzazione operaia da un lato e verso la liquidazione del potere agricolo nelle campagne. Il protezionismo giolittiano non era per la borghesia industriale una semplice misura difensiva, al contrario era una base di partenza per una politica autonoma. Con la monopolizzazione della vita economica questo slancio fiducioso della borghesia industriale è andato an mano riducendosi anche se, bisogna riconoscerlo, a Torino, la resistenza al fascismo (che dell’accentuazione monopolistica è stato strumento preminente) è stata più viva che in altri centri industriali. Il monopolio si è affermato, ha stabilito i suoi rapporti con lo Stato, ha modificato l’atteggiamento aperto verso le masse popolari in un atteggiamento ostile, ha saldato i suoi legami colla parte più retriva del patronato agrario. Quel che resta del giolittismo a Torino è piuttosto evanescente».

Il confronto con Pisanò

Una vita a sinistra, che — come diceva lui — vuol dire agire per sé e anche per gli altri, e senza ripensamenti. «Se avesse vinto lei — ribatté un giorno a Giorgio Pisanò, del Msi — io sarei ancora in prigione. Avendo vinto io, lei è senatore della Repubblica e parla qui con me».

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