Giacomo Panozzo, divulgatore social a 26 anni: «Racconto la storia contemporanea come una serie tv: oggi siamo all'ultima stagione»
Dai primi post durante la pandemia fino all'esordio presentato al Salone del Libro di Torino: «Servono strumenti più accessibili per leggere quello che accade intorno a noi»
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Giacomo Panozzo, divulgatore social a 26 anni: «Racconto la storia contemporanea come una serie tv: oggi siamo all'ultima stagione»
di Benedetta PellegriniDai primi post durante la pandemia fino all'esordio presentato al Salone del Libro di Torino: «Servono strumenti più accessibili per leggere quello che accade intorno a noi»
Classe 2000, originario di Predazzo, studente magistrale in Scienze storiche all’Università di Padova, divulgatore nato sui social durante la pandemia e oggi autore di “Perché succederà ieri?”, edito da Salani, Giacomo Panozzo appartiene a quella nuova generazione di creator che ha portato la storia contemporanea fuori dall’accademia e dentro il linguaggio quotidiano dei ragazzi. Dai primi video artigianali pubblicati su TikTok fino alla recente presentazione al Salone Internazionale del Libro di Torino, il suo lavoro ruota attorno a un’idea precisa: non slegare la storia dall’attualità. Da qui nasce anche il suo esordio editoriale, che attraversa sette grandi temi (e figure) dello scenario internazionale, da Taiwan e Corea del Nord fino a Trump, Brexit, Libia, Iran e Putin, cercando di colmare quello che definisce «il grande buco» lasciato spesso dalla scuola sulla seconda metà del Novecento.
Come nasce tutto? Dai social o dalla storia?
«In realtà dalle due cose insieme. Ho aperto TikTok nel 2020 perché era un social nuovo, dove non c’era nessuno che conoscevo e quindi anche l’imbarazzo era minore. Eravamo chiusi in casa, avevo appena iniziato l’università e volevo trovare un modo per fare qualcosa. All’inizio erano video molto artigianali, poi sono diventati sempre più professionali».
C’è diffidenza verso la divulgazione social?
«Sicuramente sì. Eppure i social hanno anche reso alcuni argomenti molto più accessibili rispetto al passato, soprattutto per ragazzi che magari non si sarebbero mai avvicinati spontaneamente a temi di questo tipo. E poi il problema non è tanto il social in sé. Se lavori in modo serio, con fonti e studio, è difficile che qualcuno possa contestarti. Il punto è che proprio perché molti conoscono poco la storia recente, oggi circolano con facilità semplificazioni o falsità enormi, anche a livelli alti. Per questo credo sia fondamentale aiutare le persone a costruirsi una propria idea».
“Perché succederà ieri?” si concentra su sette nodi della contemporaneità. Qual è stato il criterio dietro questa scelta?
«Sono argomenti che mi interessavano davvero. Alcuni, come Trump, sono stati quasi un’avventura narrativa. Altri invece sono temi indispensabili per capire il presente, come Taiwan o Iran. Poi ci sono capitoli che qualcuno considera “minori”, come Brexit o Libia, ma proprio lì secondo me si nasconde la loro importanza. Parlare di Brexit oggi significa parlare di Europa e dei suoi valori. Parlare della Libia, invece, significa interrogarsi sul rapporto tra Europa e migrazioni».
Questioni che, se approfondite, permettono anche di leggere il presente con maggiore consapevolezza.
«Esattamente. Tra i banchi di scuola la storia contemporanea viene spesso affrontata poco o per nulla e questo crea inevitabilmente difficoltà nel comprendere alcune dinamiche di oggi. Il programma, il più delle volte, si ferma alla Seconda guerra mondiale ma se non studi la Guerra Fredda, la guerra di Corea o la corsa allo spazio, ti manca il contesto necessario anche per interpretare correttamente molti fenomeni contemporanei. Allo stesso modo, trovo incredibile che si conoscano così poco storie e percorsi di Stati che oggi sono centrali nel dibattito internazionale. Perché solo conoscendo la loro formazione e i processi che li hanno attraversati si può davvero provare a capire perché alcune dinamiche si stiano sviluppando proprio in questo modo».
Da dove potrebbero ripartire le scuole per colmare questa mancanza?
«Io non credo, ad esempio, in un’ora separata di storia contemporanea, perché significherebbe dividere ancora di più storia e attualità. Il problema è che alle superiori si ricomincia da capo il medesimo programma già fatto alle medie e questo porta via tempo enorme. Così tanti periodi storici finiscono inevitabilmente sacrificati».
A tal proposito, nel libro utilizzi una metafora molto efficace per raccontare il rapporto tra ieri e oggi.
«Sì, quella della serie tv. Vedo la storia è come una grande serie fatta di stagioni ed episodi collegati tra loro. Noi oggi stiamo vivendo l’ultima stagione, ma spesso abbiamo saltato le precedenti. Qualcosa lo capisci comunque, però ti mancano i passaggi fondamentali. Magari due personaggi prima erano alleati e adesso si odiano, ma tu non sai perché. Per questo credo servano strumenti accessibili per leggere meglio quello che accade intorno a noi».
Com’è stata l’esperienza della presentazione al Salone del Libro di Torino?
«Faccio ancora fatica a crederci. Io il Salone l’ho sempre vissuto da visitatore. Quest’anno invece ero lì col mio libro. È stata un’emozione enorme. Ho conosciuto finalmente dal vivo il fumettista Boban Pesov, che ha realizzato le illustrazioni presenti nei vari capitoli del libro, e ho avuto modo di dialogare con Valentina De Poli, storica direttrice di Topolino. Ma soprattutto è stato bello confrontarmi con i ragazzi presenti, perché quella mancanza di strumenti per leggere il presente che racconto nel libro in fondo l’abbiamo vissuta tutti».
E adesso?
«L’idea è portare il libro il più possibile in giro, tra presentazioni, conferenze e festival. Mi piace tantissimo parlare dal vivo con le persone. Tutto è una storia che vale la pena raccontare, che sia in un libro, in radio o attraverso i social».
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