«Mia nonna era la regina». Storia famigliare di Maria José
Il nipote Emanuele Filiberto di Savoia racconta per Sperling & Kupfer la moglie di Umberto II. L'anticipazione del libro in uscita il 9 giugno
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«Mia nonna era la regina». Storia famigliare di Maria José
di Enrica RoddoloIl nipote Emanuele Filiberto di Savoia racconta per Sperling & Kupfer la moglie di Umberto II. L'anticipazione del libro in uscita il 9 giugno
Umberto di Savoia Maria José e i figli Vittorio Emanuele e Maria Pia (Fototeca Gilardi Getty Archivio Corsera)
«C’era una casetta di legno, quasi un capanno. Era lì, nel parco del Château de Merlinge che con la nonna ci dirigevamo dopo aver bevuto il tè». Emanuele Filiberto di Savoia è cresciuto a Ginevra, fino al 2001 con nonna Maria José. Che cosa ricorda di lei? «Ricordo le lunghe conversazioni assieme, nel capanno nel bosco mentre lei segava la legna: diceva che l’aiutava ad allontanare lo stress. Carattere difficile? Un temperamento forte e deciso. Con me è stata una buona nonna».
Una nonna arrivata dal Belgio nel sole dell’Italia, mille sogni di ragazza negli occhi e nel cuore. Prima di una guerra che avrebbe cambiato i destini del mondo, e dei Savoia. Con papà Vittorio Emanuele e mamma Marina andava a trovarla ogni domenica, lei li attendeva nella biblioteca del primo piano o nel salotto privato, dove c’era un pianoforte su cui era posato il calco di una mano di Chopin, «mi impressionava, straordinariamente piccola».
È un racconto senza mediazioni, e intimo quello di Emanuele Filiberto. In fondo, per lui bambino l’ultima regina d’Italia era prima di tutto una nonna. Leggere «La Regina di Maggio» in libreria il 9 giugno per Sperling & Kupfer, è entrare in Casa Savoia. Nei ricordi di una storia di famiglia, tramandata da una regina a un nipote senza più un trono.
Maria José, nata il 4 agosto 1906, la negresse blonde per quei suoi capelli biondi ma crespi, gli occhi azzurri come un cielo del nord, aveva una testa e non si faceva problemi a usarla. Avrebbe voluto la compagnia di intellettuali e artisti, invece si ritrovò in Casa Savoia dove per le donne non era previsto neppure di succedere al trono. Sarà il figlio Vittorio Emanuele, a gennaio 2020, ad aggiornare le regole dinastiche. Si susseguivano «“Conversazioni d’un ennui mortel”, come diceva mia nonna — ricorda il principe —. Ma a Napoli diceva d’esser stata felice. “Quando potrai tornare in Italia, vai a Napoli”».
Aveva incontrato per la prima volta Umberto a Venezia, nel 1918. Poi le nozze. Dopo tanti libri sui Savoia, su ruolo e omissioni negli anni del conflitto, La Regina di Maggio offre un punto di vista originale. Con i ricordi d’infanzia di Emanuele Filiberto: «Quando ero piccolo e venivano in visita i nonni, mia madre chiedeva alla tata: “Habillez-le bien”, cioè di vestirmi bene e mi ritrovavo agghindato come un piccolo principe. Mio padre mi portava invece al mercato delle pulci di Ginevra a cercare le monete di Casa Savoia».
Certo, nel libro, protagonista è la storia degli anni più difficili. E il nipote della regina ammette la rabbia per «quella domanda che mi ha a lungo tormentato: perché il Re non ha fatto nulla per fermare il fascismo? L’ho chiesto a mio padre e prima ancora a mia nonna. E ripercorrere le agende di Maria José di quel periodo colpisce per quanto la principessa viaggiasse: Belgio, Francia, Inghilterra. Non per caso, vedeva ambasciatori, politici».
La notizia dell’8 settembre 1943 Maria José la sentì alla radio dalla cucina del castello di Sarre, arrivò una telefonata: non era sicuro. «Se fossi rimasta in Italia? I nazisti ci avrebbero preso e ucciso», così il nipote riannoda i ricordi dell’ultima regina che dopo il 25 aprile tornò in Italia «a piedi, una tratta sugli sci, altre marciando».
Arrivò così a Sarre accompagnata dai partigiani, da lì a Racconigi, Torino e poi Roma. «Mi disse che quando fu firmato il decreto per indire il Referendum il 2 giugno 1946 ne fu quasi sollevata, finiva l’incertezza», ricorda Emanuele Filiberto. Ancora, i ricordi di Maria José portano all’esilio in Portogallo, in una villa isolata e decadente, dove non c’era l’acqua calda e spesso mancava l’elettricità. A Sintra dalla duchessa Olga di Robilant Cadaval, a Villa Bela Vista. Poco distante i reali spagnoli, esuli anche loro, e gli Asburgo. «Lì mio nonno ha ricevuto anche Totò, più volte, e non fu l’unico attore: accoglieva tutti allo stesso modo. Ha dedicato molto tempo alla scrittura delle memorie, andate perse misteriosamente», scrive il nipote di Umberto II che finì i suoi giorni a Ginevra all’ospedale cantonale.
«Per il nostro arrivo lasciava il letto, indossava una veste da camera e ci accoglieva seduto sulla piccola poltrona della stanza. Non sembrava malato, solo più triste del solito. Non era più un uomo che aveva vissuto la storia. Era soltanto mio nonno».
7 giugno 2026
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