L’etnologo Giuseppe Šebesta e la Valle incantata del Fersina, una storia fra mito e realtà nella cultura dei Mocheni
Corriere della Sera - Cultura

L’etnologo Giuseppe Šebesta e la Valle incantata del Fersina, una storia fra mito e realtà nella cultura dei Mocheni

Domenica 7 giugno 2026
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Trento, a Palù di Fersina l'esposizione con in mostra manufatti in legno, pupi, libri che documentano la ricerca dell'esperto trentino e boemo

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L’etnologo Giuseppe Šebesta e la Valle incantata del Fersina, una storia fra mito e realtà nella cultura dei Mocheni

di Sara Santolini

Trento, a Palù di Fersina l'esposizione con in mostra manufatti in legno, pupi, libri che documentano la ricerca dell'esperto trentino e boemo

Una veduta d'assieme della sala d'esposizione

La Valle del Fersina viene definita «Valle incantata»: una definizione che ne loda la bellezza incontaminata, ma che anche ne cristallizza le caratteristiche, quasi fosse l’ambientazione di una favola. A contribuire a questo modo di percepire la valle anche il lavoro di Giuseppe Šebesta, una figura che, più di ogni altra nel Novecento, ne ha fissato immagini, simboli e percezioni. A lui e al rapporto tra ricercatori e territorio è dedicata l’iniziativa dell’Istituto culturale mocheno, che dopo due giorni di convegno su «L’indagine antropologica: soggettività, pratiche e prospettive nel rapporto tra antropologia e terreno» ha inaugurato una mostra sul rapporto fondativo tra l’etnografo trentino-boemo e il territorio che fu proprio il suo primo terreno di ricerca. L’esposizione di arnesi da lavoro, cataloghi, foto, pupi, pubblicazioni e appunti, dal titolo «Tra mito e realtà. Giuseppe Šebesta e la Valle del Fersina», è visitabile fino al 4 ottobre.

L'etnologo

Nato a Trento da una famiglia di origine boema, laureato in chimica, artista, fotografo, documentarista e studioso, Šebesta arrivò in Valle dei Mocheni nel 1949. «Per quasi tre anni si è stabilito in valle, a Sant’Orsola - racconta la direttrice dell’Istituto culturale mocheno, Claudia Marchesoni - e da qui si è occupato sia dei suoi interessi artistici, dal cinema al teatro, sia di tutto ciò che riguardava la cultura popolare: la tecnologia tradizionale, i processi di lavorazione, gli oggetti della vita quotidiana, ma anche il patrimonio immateriale fatto di racconti, rituali e tradizioni». Il suo sguardo era infatti ampio e interdisciplinare: Šebesta osservava il funzionamento dei mulini, studiava gli attrezzi agricoli, ricostruiva le filiere produttive, frequentava archivi e raccoglieva testimonianze orali: una metodologia innovativa per l’epoca, che cercava di collegare ogni elemento all’interno di un sistema complessivo.

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«Non si limitava a descrivere singoli oggetti - sottolinea la direttrice - ma voleva capire l’intero ciclo produttivo, mettendo in relazione strumenti, gesti, tecniche e trasformazioni storiche». Molti degli attrezzi da lavoro raccolti confluirono poi nelle collezioni del Museo degli usi e costumi della gente trentina di San Michele all’Adige, di cui è il fondatore, ma l’eredità di Šebesta va oltre la dimensione museale. «Quando si pensa alla Valle dei Mocheni - osserva Marchesoni - in parte c’è ancora dietro il lavoro di Šebesta: ha insistito molto sull’idea della comunità autosufficiente, della civiltà del legno, della valle dei giganti come figure mitiche e mitologiche, e sono elementi che sono entrati nell’immaginario collettivo».
Un ruolo importante ebbe anche la sua attività di raccoglitore di tradizioni orali: Šebesta registrava direttamente le narrazioni e le trascriveva mantenendone il ritmo e la struttura. «Sosteneva che solo così fosse possibile restituire l’esperienza autentica del racconto - spiega la direttrice - senza trasformarlo in una rielaborazione letteraria», come facevano invece i suoi colleghi oltre confine. 

Il confronto

Proprio il confronto con gli studiosi di lingua tedesca costituisce uno degli aspetti più interessanti emersi nell’iniziativa: la Valle del Fersina, grazie alla presenza della lingua mochena, fu infatti oggetto di ricerca da parte di studiosi germanofoni tra Otto e Novecento. «Per loro la linguistica era una disciplina centrale - ricorda la direttrice - e la valle rappresentava un laboratorio per lo studio delle cosiddette lingue originarie». Šebesta appartiene invece a una stagione diversa e sviluppa un approccio più ampio: pur comprendendo l’importanza della lingua e sostenendo figure come don Giacomo Hofer, autore di uno dei primi vocabolari mocheni, il suo interesse si estende a tutti gli aspetti della vita comunitaria. In Valle dei Mocheni Šebesta realizzò anche i celebri pupi animati ispirati alle fiabe e alle leggende locali, sperimentando tecniche vicine alla stop motion e traducendo il patrimonio narrativo in nuove forme espressive.

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7 giugno 2026 ( modifica il 7 giugno 2026 | 17:53)

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