Giacinto prigioniero in Siberia: il diario di un’odissea e la promessa del nipote di farne un libro. L’amore per la moglie, la fede e il pianto affidato alla neve. «Temeva lo dimenticassero»
Corriere della Sera - Cultura

Giacinto prigioniero in Siberia: il diario di un’odissea e la promessa del nipote di farne un libro. L’amore per la moglie, la fede e il pianto affidato alla neve. «Temeva lo dimenticassero»

Domenica 7 giugno 2026
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Il protagonista di un diario non postumo ma raccontato come cronaca quasi giornaliera dal 1914 al 1920 è il Kaiserjäger Vinante, originario di Tesero in Val di Fiemme

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Giacinto prigioniero in Siberia: il diario di un’odissea e la promessa del nipote di farne un libro. L’amore per la moglie, la fede e il pianto affidato alla neve. «Temeva lo dimenticassero»

di Giorgio Dal Bosco

Il protagonista di un diario non postumo ma raccontato come cronaca quasi giornaliera dal 1914 al 1920 è il Kaiserjäger Vinante, originario di Tesero in Val di Fiemme

In alto a sinistra, l'autore Fiorenzo Vinante e, sotto, Sandro Vinante, nipote di Giacinto, il Kaiserjäger. A destra, un'immagine d'archivio della Grande Guerra

Lacrime nella neve con sottotitolo: dalla Guerra in Galizia alla prigionia in Siberia la storia di Giacinto Vinante è un libro di storia nella storia, di commozione, di una promessa mantenuta, di un amore struggente per la moglie sposata sei mesi prima da cui si è dovuto allontanare ad 8.000 chilometri, brani di incrollabile fede cristiana. È un diario (dal 29 luglio 1914 al 12 aprile 1920) non postumo (cosa abbastanza rara ossia non scritto a posteriori), ma scritto come una cronaca quasi giornaliera. È un «quotidiano» personale intimo, è un quadernetto «documento» portato con sé a casa a Tesero dalla Siberia, dove l’ha scritto, nei sei anni di prigionia.
Lui, il protagonista principale, è il Kaiserjäger austroungarico Giacinto Vinante (1886-1971), segantino di Tesero in Val di Fiemme, che, in quel momento in Val di Sole per lavoro, deve rispondere alla chiamata alle armi, naturalmente nelle file austroungariche.

Di rimbalzo, altro protagonista è il nipote Sandro (1953), figlio del figlio, quest’ultimo morto molto giovane, che al ritorno del nonno dalla Siberia ascolta a bocca aperta i racconti che il nonno fa desumendoli dal diario tenuto sulle ginocchia, quaderno che qua e là legge inforcando gli occhiali. Sono racconti che abbracciano momenti di disperazione, di speranza, di osservazioni ambientali, di usi e costumi della Siberia, soprattutto di amore per la moglie Giovanna. Insomma, è quello che con una sorta di locuzione moderna si definirebbe un «romanzo» .

Forse il nonno Giacinto non lo disse esplicitamente, ma il nipote Sandro, per tutti Sandrino, però, lo intuì facendolo suo. Promise, cioè, prima a se stesso e poi al nonno, che quel quadernetto-diario, di cui poche righe erano quasi illeggibili ma intuibili, avrebbe avuto forma e dignità di libro.
E qui c’è un terzo protagonista: Fiorenzo Vinante (1965), lontanissimo parente dei due, studioso di storia (abita a Telve Valsugana), esperto di genealogia e di tutto quanto riguarda il territorio. È studioso, in particolare, nell’ambito del censimento dei caduti della Prima Guerra mondiale.
Nelle sue ricerche storiche e genealogiche — passiamo adesso al presente storico — Fiorenzo si imbatte in Sandrino che gli racconta di avere un diario dell nonno con la promessa che lo avrebbe trasformato in libro.

Fiorenzo Vinante prende in mano il quaderno, lo legge, lo studia, lo passa ad una grafologa, intuisce quelle poche parole o righe che il tempo ha sbiadito, le integra (è uno studioso e quindi è credibilissimo), cerca inutilmente aiuto nelle varie istituzioni ad hoc per poter esaudire il desiderio di Sandrino. E allora, viste le mancate risposte, si butta personalmente nell’impresa con un pregevole risultato. Cominciando dal titolo. Che più azzeccato non si poteva: «Lacrime nella neve», con prefazione del giornalista Luigi Sardi, (190 pagine, 18 euro).

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Da studioso della materia e da editor del volume «Lacrime nella neve» qual è il tratto più intenso?
«L’intensità maggiore si trova nelle numerose lettere all’amata moglie Giovanna, la nostalgia di lei che è forse la più grande sofferenza che ha provato. Da queste lettere scaturisce un enorme rispetto per la “donna” che esula dal nostro credere che in quegli anni si vivesse in un mondo fondamentalmente patriarcale. C’è poi, intensissimo, nel capitolo IX il momento in cui Giacinto, trovandosi in piena battaglia, scrive “I soldati cadevano come le biade sotto la falce del contadino” che anticipa quasi le strofe poetiche di ungarettiana memoria».

Giacinto, innamoratissimo della moglie ma anche di una incrollabile fede cristiana.
«La fede di Giacinto è immensa che non dà segno di vacillare nemmeno nei momenti più bui della sua epopea. Il dialogo con Dio è una costante e, a volte, sconfina in discussioni e disaccordi, banalmente terreni, quando Giacinto non riesce a capire il perché di ciò che sta capitando».

Giacinto, uomo semplice.
«Semplice sì, ma straordinario. La sua straordinarietà consiste nella sua resilienza. È una forma di fatalismo che lo ha difeso nelle vicissitudini ma con l’onestà, l’intelligenza e una buona dose di goliardia che sempre lo hanno accompagnato».

Ha dato un titolo, «Lacrime nella neve», di una forza commovente.
«Volevo rappresentare la sofferenza di Giacinto sia fisica che spirituale. Il titolo racchiude un segreto dolore di un uomo che, nel gelo della Siberia, affidava alla neve l’unico pianto silenzioso di chi temeva di morire dimenticato, lontano da casa».

Nella prefazione Luigi Sardi scrive che Giacinto si esprime con una delicatezza che sfida la brutalità. Concorda?
«Certo, Giacinto sembra avere pudore a esprimere parole come “uccidere”, preferendo parlare di “ferire”. È una delicatezza e sensibilità che permeano tutto il testo contrapponendosi alla crudezza degli eventi bellici».

Per la prigionia in Siberia Giacinto scrive che «subito medicati con una cura che non avrebbero adoperato i nostri medici».
«Giacinto testimonia l’umanità della gente e del nemico che spesso soccorre i malati, i feriti o i bisognosi in contrasto con la logica della guerra. Ebbene sì, possiamo sperare, forse, nella brava gente che abita il mondo, lontana dalle crude ideologie dei potenti che ci governano».

Sono davvero splendide le immagini della luna che sorge: «Vidi a grande distanza la Luna che compariva maestosa e silenziosa avanti a noi … pareva che parlasse e che volesse dire dimani verrà sparso molto sangue, dimani la maggioranza di voi resteranno sul campo di battaglia… pareva un fantasma del malaugurio».
«Sì anche per quel velo poetico che deriva, magari, dalle sue numerose letture, Giacinto appare un uomo straordinario. È la storia di un soldato che, partito per difendere la sua terra, è tornato in una patria che era cambiata suo malgrado. Un’odissea fatta di abbandoni, cruda guerra, sfiancante nostalgia, pesante prigionia e continua incertezza del futuro».

Come è possibile che un libro così suggestivo sia stato pubblicato da un privato e non da una istituzione culturale?
«Argomento delicato. Le istituzioni non mancano e conservano molto materiale, ma è difficile, oggi, in una società distratta da mille cose poterla interessare alla storia. Così, se la società è distratta, si distrae anche l’istituzione che ne è la “longa manus”. Ma attenzione, io ho curato i testi implementandoli di qualche parola laddove il tempo avevano cancellato. Ho fatto da editore. Ma il grazie più grande va dato al nipote Sandrino e a sua sorella Nadia che hanno custodito e custodiscono gelosamente il diario».

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7 giugno 2026 ( modifica il 7 giugno 2026 | 08:42)

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