Diario veneziano, i ricordi di 700 abitanti della città in una mostra: «È la mappa del sentimento collettivo di una comunità»
Il progetto espositivo firmato Ilya Kabakov ed Emilia Kabakov si è realizzato con la partecipazione di oltre 700 abitanti della città lagunare
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Diario veneziano, i ricordi di 700 abitanti della città in una mostra: «È la mappa del sentimento collettivo di una comunità»
di Veronica TuziiIl progetto espositivo firmato Ilya Kabakov ed Emilia Kabakov si è realizzato con la partecipazione di oltre 700 abitanti della città lagunare
C'è una scatola di latta dei Baicoli che profuma ancora d’infanzia. Francesca conserva il ricordo delle passeggiate con la madre e di quella pasticceria a San Giovanni Crisostomo: qui comprava i sacchetti trasparenti con i «culi dei baicoli», scarti dolci della lavorazione di quei biscotti genuini e resistenti, pensati per i naviganti, fatti per durare nel tempo, proprio come Venezia. Un’altra scatola, identica, custodisce invece aghi, fili e bottoni della nonna Domitilla, memoria domestica di una città che continua a vivere nei gesti minimi. Anche Pietro ha scelto una latta, ma di vernice «Serenissima», colore che lo lega alla nonna Alessandrina, scomparsa a 102 anni. Manuela ha deciso di condividere una fotografia di Harald Szeemann, direttore della Biennale Arte del 1999, a ricordare l’anno di una prima collaborazione con l’istituzione durata poi 23 anni. Alberto ha portato una cima da ormeggio: nodo che è sosta effimera ed eterno legame, ponte tra acqua e pietra.
Il progetto espositivo
Oggetti semplici e piccoli vissuti che compongono «Diario veneziano», il progetto espositivo firmato Ilya Kabakov ed Emilia Kabakov con la partecipazione di oltre 700 abitanti della città lagunare. La mostra, curata da Cesare Biasini Selvaggi e Giulia Abate, si snoda tra Ca’ Tron, fino al 28 giugno, e il Padiglione Venezia, visitabile fino al 22 novembre nell’ambito della Biennale Arte. Non una mostra «su» Venezia, ma «con» Venezia. «Questa città non è solo una scenografia straordinaria - spiega Emilia Kabakov - è una comunità. Ha gondolieri, panettieri, artigiani, persone che vivono con l’acqua ogni giorno. Perché nessuno parla mai di loro?». Emilia, che con il marito Ilya (scomparso nel 2023) ha costruito una delle più potenti ricerche sull’installazione totale, racconta come l’idea si sia evoluta: «Nata da un precedente progetto a Gand degli anni Novanta, qui assume un nuovo significato: restituire la laguna ai suoi abitanti, farli protagonisti accanto agli artisti internazionali». Nelle vetrine, gli oggetti dialogano con le loro storie, firmate solo con il nome di battesimo.
Famiglie storiche e nuovi arrivati
Nessuna gerarchia: famiglie storiche e nuovi arrivati, vogatori, professionisti, mamme, studenti. C’è la pinza da «perlera» di Sara, che ha imparato il vetro a lume a Murano dopo il ritorno in laguna; la «penola» di Beatrice, cuneo di legno per la forcola della barca, simbolo della voga e delle società remiere; gli stivali di gomma di Stefano, ex ballerino del corpo di ballo di Béjart, comprati d’urgenza; il garusolo raccolto ai Murazzi da Elisabetta, conchiglia-gioiello di arrivederci e amicizia. Il progetto nasce da una open call pubblica e incontri sul territorio. Lavoro, nostalgie, ritorni e appartenenze: «Gli oggetti che abbiamo chiesto ai veneziani di prestarci - sottolinea il curatore - non sono semplici ready-made, ma “camere di risonanza” di esistenze. Sono frammenti di biografie che, messi insieme, compongono una mappa del sentimento collettivo». C’è chi ha portato le biglie con cui giocava in spiaggia al Lido, temperamatite con trucioli di scuola elementare, una spilla a forma di topo («l’abitante più diffuso in città», dice un’altra Sara), carte divinatorie nate nel silenzio del Covid.
Un museo transitorio del vivente
Un museo transitorio del vivente, dove il passato respira nel presente. «Venezia è una repubblica, quindi una comunità», sottolinea Kabakov. E in questo momento complicato, mentre la Biennale ancora affronta le tensioni geopolitiche legate alla partecipazione russa, Emilia - nata in Ucraina, cresciuta a Mosca, da oltre cinquant’anni negli Stati Uniti - usa parole chiare: «Non possiamo scegliere dove nasciamo, ma possiamo scegliere dove vivere. Non c’è giustificazione per nessuna guerra. L’arte non cambia il mondo, ma può cambiare le persone. E le persone cambiano il mondo». Un’affermazione coerente con la lunga storia d’amore tra i Kabakov e Venezia, iniziata alla Biennale del Dissenso del 1977, proseguita con il celebre «Red Pavilion» del 1993 - simbolo di una Russia in Perestrojka ma ancora in bilico - e fino a «Strange City» del 2011. Anche «Diario veneziano» è un gesto politico. Il ritratto autentico, intimo, di una città fatto di vite vere, di pane sfornato in Rio Terà di San Leonardo, di forcole, di scatole di latta che conservano la memoria di chi la abita ogni giorno.
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6 giugno 2026
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