A casa di Giorgio Morandi, un libro per scoprire l'artista attraverso i suoi spazi: «Lo studio era il nucleo del suo mondo»
Il libro «Casa come me. Giorgio Morandi» (edito da Electa), scritto da Marco Antonio Bazzocchi e con le foto di Gianni Berengo Gardin e di Luciano Calzolari, verrà presentato lunedì all'Auditorium Mast
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A casa di Giorgio Morandi, un libro per scoprire l'artista attraverso i suoi spazi: «Lo studio era il nucleo del suo mondo»
di Piero Di DomenicoIl libro «Casa come me. Giorgio Morandi» (edito da Electa), scritto da Marco Antonio Bazzocchi e con le foto di Gianni Berengo Gardin e di Luciano Calzolari, verrà presentato lunedì all'Auditorium Mast
Nella nuova collana «Casa come me» di Electa rientra il volume che Marco Antonio Bazzocchi, docente dell’Alma Mater, ha dedicato alla casa di Giorgio Morandi in via Fondazza 36. Il libro, corredato da un repertorio fotografico che include gli scatti di Gianni Berengo Gardin e di Luciano Calzolari, verrà presentato per «Le voci dei libri» lunedì alle 18,30 all’Auditorium Mast di via Speranza 42 con la partecipazione di Marinella Manicardi.
Professor Bazzocchi, come si è mosso dentro Casa Morandi?
«Il libro rientra in una nuova collana che parla delle case di artisti, letterati e uomini e donne di cultura. Il mio non è un libro sulla pittura di Morandi ma lo diventa indirettamente. Sono stato un po’ di giorni a Casa Morandi, che oggi è una casa-museo che deriva dalla casa che però era già stata in parte smantellata, perché negli anni ’90 i proprietari l’avevano messa in vendita e il Comune non era ancora intervenuto. Poi il Sovrintendente Garzillo l’aveva messo sotto tutela, ma a quel punto i lavori erano già iniziati e metà della casa era stata tirata giù. Per fortuna non lo studio di Morandi».
Uno studio che oggi i visitatori possono ancora vedere.
«Noi vediamo la camera da letto-studio di Morandi, peraltro da un vetro, poi un brandello della camera da letto della sorella, di fianco, e un piccolo sgabuzzino dove Morandi conservava gli oggetti. Sono stati invece smantellati cucina, salotto e le camere delle altre sorelle, che quand’erano ancora in vita avevano conservato la casa così com’era facendo andare le persone accompagnate da Carlo Zucchini, in seguito garante della donazione. Le case degli artisti sono luoghi importantissimi in tutta Europa e pensare che Morandi non sia stato messo subito in sicurezza ci fa capire che qualcosa non ha funzionato».
Perché è così importante quello studio?
«Quando venne inaugurato il Museo Morandi a Palazzo d’Accursio, lo studio venne ricostruito in una stanza del museo dopo che era stato fotografato da Berengo Gardin e Calzolari. Per Morandi era fondamentale la finestra, lui regolava la luce in modo empirico con una tela. Quello che c’è oggi in via Fondazza è il residuo di tutte queste operazioni. A me interessava far capire come questi piccoli metri quadrati siano fondamentali per capire un artista come Morandi, che lì ci dormiva, ci lavorava, praticamente ci viveva. Era il nucleo del suo mondo».
Un luogo dove gli oggetti erano fondamentali.
«Gli oggetti ma soprattutto la loro disposizione, perché lui li rimaneggiava per ottenere l’ordine giusto in cui dipingere. Per questo non è solo uno studio ma è il cuore di tutta l’opera di Morandi. Così ho provato a spiegare perché questi oggetti hanno una personalità. A noi potrebbero sembrare oggetti da nulla, un imbuto di latta, una bottiglia di vetro colorata da lui, ma per capire la pittura di Morandi bisogna partire proprio da lì».
Nel libro lei parla della «famiglia degli oggetti» di Morandi.
«E un’immagine, di Giuseppe Raimondi, che mi ha guidato. Quegli oggetti in parte Morandi li andava a comprare nei mercati, in parte provenivano dalla cucina. Morandi non era un conservatore, era informatissimo anche se non si muoveva, aveva una grande passione per il cinema, aveva rapporti con De Sica, Fellini, Antonioni. In ogni natura morta Morandi continuava a ripetere un investimento simbolico su un insieme di oggetti, vecchi, che debbono proteggerci da quello che sta succedendo nel mondo, dal passaggio del tempo».
Cosa pensa invece del travagliato percorso del Museo Morandi?
«Credo che sia assurdo che una città come Bologna non abbia ancora trovato una sistemazione adatta. Prima la Palazzina Magnani, che forse poteva essere il posto giusto se dedicato tutto a Morandi e ad altri artisti come Sergio Romiti, che i bolognesi si sono un po’ dimenticato e che sono stati suoi allievi, poi Palazzo Pepoli. Io credo che a Morandi bisogna dare un posto giusto, tutto per lui. I suoi quadri per essere ben compresi hanno bisogno di elementi attorno che non siano invasivi».
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