Libertà di espressione al tempo dei social
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Libertà di espressione al tempo dei social
di Diego De SilvaPremesso che la frase «Non sono d’accordo con quello che dici ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo», comunemente attribuita a Voltaire (ma partorita dalla saggista Evelyn Beatrice Hall, che peraltro scriveva sotto pseudonimo; un’attribuzione pop tipo: «Elementare, Watson», che Conan Doyle non ha mai scritto), l’ho sempre trovata una trombonata genere: «L’importante non è vincere ma partecipare», perché: 1) ci sono motivi ben più seri per offrirsi in sacrificio umano che permettere a uno sfessato qualsiasi o a un cialtrone razzista, per esempio, di dispensare opinioni, magari facendo anche proseliti fra imbecilli partoriti da madri fertilissime (per cui la perla citata in apertura avrebbe avuto almeno bisogno di essere un po’ articolata), e, 2) vincere è importante eccome, essendo la partecipazione un premio di consolazione, che ha certo il suo valore, ma sempre consolazione rimane; ciò premesso, davanti alla proliferazione di vaccate che corrono sui social come scarafaggi, rimbalzando su giornali, radio e tv ormai inevitabilmente a rimorchio dei media digitali, mi chiedo cosa avrebbe pensato oggi Miss Evelyn Beatrice Hall della saggia frase citata in apertura, se appena avesse provato a calarla nel nostro tempo.
Un tempo in cui qualsiasi cretino parla e autopromuove le sue cretine opinioni convinto non solo di rivolgersi a un pubblico di fans pronti a mutarsi antropologicamente alla lettura (se scrive) o all’ascolto (se si autoriprende col telefonino) delle sue verità (la conta dei follower: una grande malattia autoimmunitaria dei nostri tempi). Attraverso la rete, la libertà di espressione si è così radicalizzata e demanializzata da convertirsi in una versione pornografica di se stessa, per cui non c’è idiota che non si senta autorizzato ad esibire le sue nudità intellettuali senza vergogna, alla faccia delle figure penose che rimedia e dei vasi fuori dei quali gli capita di farla. A questo onanismo elettronico, autoreferenziale e gratuito, che snatura il senso autentico della libertà di esprimersi (la quale prevede la formazione di un pensiero che abbia spessore e dignità intellettuale, qualità che si acquistano con lo studio e la riflessione, non certo con uno smartphone e quattro idiozie impastate alla meno peggio, il più delle volte pescate nella stessa rete) consegue una balorda forma di confronto di idee infondate che degenera in zuffe anche molto violente in cui le fazioni in lotta danno il peggio di sé (già tragico in sé), scatenandosi in un disastroso Segue Dibattito che genera – è questa la tragedia – un habitat subculturale perfetto per rincretinire ulteriormente le menti di chi de-pensa.
Tutto questo – che lo accettiamo o no – è la libertà di espressione, oggi. In un contesto così ridotto, esprimere un pensiero minimamente intelligente e rivendicarne il diritto, magari con quel po’ d’insicurezza che lo caratterizza, è diventato un gesto minoritario, quasi difficile da riconoscere.
A sabato prossimo.
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