Il mutamento di un paradigma
Corriere della Sera - Cultura

Il mutamento di un paradigma

Venerdì 5 giugno 2026
3 visualizzazioni

Pubblichiamo in anteprima le prime pagine dell'introduzione de «L'intelligenza delle prede. I poteri dei vulnerabili cambieranno il mondo», in libreria dal 10 giugno per Bompiani (pp. 288, euro 19). L'autore, Valter Tucci, dirige il laboratorio di Genetica ed epigenetica del comportamento dell'Istituto italiano di tecnologia di Genova, e nel saggio spiega l'importanza dei «poteri vulnerabili»: «Le prede non dominano il sistema - scrive - ma possono renderlo instabile.

SABATO 6 GIUGNO 2026

Il mutamento di un paradigma

Pubblichiamo in anteprima le prime pagine dell'introduzione de «L'intelligenza delle prede. I poteri dei vulnerabili cambieranno il mondo», in libreria dal 10 giugno per Bompiani (pp. 288, euro 19). L'autore, Valter Tucci, dirige il laboratorio di Genetica ed epigenetica del comportamento dell'Istituto italiano di tecnologia di Genova, e nel saggio spiega l'importanza dei «poteri vulnerabili»: «Le prede non dominano il sistema - scrive - ma possono renderlo instabile.

di Valter Tucci

Il vento forte e il mare in tempesta travolgono una barca, ma una vela resistente e un buon timone la conducono in porto.
Non tutto ciò che imprime una forza decide davvero dove va il mondo; spesso è ciò che oppone resistenza e obbliga a misurarsi con un limite a definire ciò che resta, e a dare una direzione
Questa idea è nata in me nel 1992.
Quello non fu soltanto un anno di svolta della storia italiana. Fu una soglia, un passaggio percettivo e civile.Quando ci ripenso, alla mente non tornano soltanto i fatti.

Torna soprattutto un cambiamento più difficile da definire: un diverso tono delle conversazioni, un diverso modo di ascoltare le notizie, una diversa qualità del silenzio nei bar, nelle case, nelle famiglie. Come se il mondo attorno avesse improvvisamente abbassato la voce.
Allora non sapevo ancora dargli un nome. Oggi credo di sì: era l’esperienza di una frattura.
Il 23 maggio 1992, sull’autostrada tra l’aeroporto di Palermo e la città, un attentato uccise il magistrato antimafia Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta. Il 19 luglio, un secondo attentato uccise un altro magistrato, Paolo Borsellino, e gli agenti che lo proteggevano.

Di quei giorni restano immagini incise nella memoria pubblica: i crateri lasciati dalle bombe, le auto distrutte, l’asfalto sollevato. La cronaca di quelle stragi è stata ricostruita innumerevoli volte. Conosciamo la violenza dell’esplosione, la sua potenza simbolica, il trauma che ha imposto al paesaggio e alla coscienza del paese.
Molto meno, forse, abbiamo imparato a dire con precisione che cosa quella violenza intendesse colpire.
Perché Falcone e Borsellino avevano già introdotto una trasformazione più profonda e più durevole del gesto che li avrebbe uccisi. Avevano cambiato il modo stesso di guardare alla mafia. Non più soltanto come somma di delitti, di singoli uomini o di episodi spettacolari, ma come struttura; una rete di relazioni, interessi, protezioni, flussi finanziari, complicità istituzionali. In altri termini, avevano spostato lo sguardo dall’evento al sistema.

Questo spostamento è stato decisivo. Ci ha fatto capire che la mafia non coincide con i suoi atti più visibili, ma con la sua capacità di avanzare, coprirsi, rigenerarsi, attraversare le zone grigie e usarle a proprio vantaggio. Il loro metodo investigativo fu, per questo, più di una pratica giudiziaria.
Fu un mutamento di paradigma.
Non bastava più inseguire l’uomo; bisognava leggere il circuito.

Alcuni fatti non si limitano ad accadere; hanno una portata più vasta. Entrano nella vita di una comunità e modificano il modo in cui quella comunità percepisce la realtà. Perché gli eventi non agiscono solo nel mondo esterno. Agiscono anche nella mente di chi li osserva.
Fino a quel momento, in modo più o meno consapevole, molti di noi avevano creduto che esistessero argini capaci di contenere la violenza. Non argini assoluti, nessuno vive davvero nell’illusione di un mondo perfetto, ma qualcosa di più sottile: la convinzione che esistesse una linea oltre la quale il male non avrebbe osato spingersi.
Che l’ordine, pur pieno di difetti, avesse comunque una struttura abbastanza solida da proteggere almeno ciò che contava.

Su «la Lettura» #758, oggi in anteprima in questa App e domani in edicola, Michele Fraina intervista Valter Tucci (Castrovillari, Cosenza, 1976: nella foto in alto), direttore del laboratorio di Genetica ed epigenetica del comportamento dell’Istituto italiano di tecnologia di Genova e Fellow della Royal Society of Biology del Regno Unito.

5 giugno 2026 ( modifica il 5 giugno 2026 | 21:24)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Condividi questo articolo