Il cielo d'Irlanda di Massimo Bubola ne «Il canto dell'anguilla» la storia del viaggio che ispirò molte canzoni
Esce il romanzo «Il canto dell’anguilla» del musicista veronese. Quel viaggio del 1983 tra avventure picaresche e incontri che ispirò la famosa canzone
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Il cielo d'Irlanda di Massimo Bubola ne «Il canto dell'anguilla» la storia del viaggio che ispirò molte canzoni
di Matteo FontanaEsce il romanzo «Il canto dell’anguilla» del musicista veronese. Quel viaggio del 1983 tra avventure picaresche e incontri che ispirò la famosa canzone
L'Irlanda on the road di Massimo Bubola è un libro magico. E ad entrarci, nelle 144 pagine di Il canto dell’anguilla, in uscita oggi per i tipi di Neri Pozza, è sì l’estetica sempre suggestiva del viaggio, ma anche e soprattutto due ulteriori dimensioni. Senza forse, quella antropologica, e verrebbe da dire etnografica, del racconto di una terra e della sua gente. Poi, va da sé, il lato profondo legato alla cultura e alla musica, l’habitat di Bubola, immaginifico, seminale cantautore che ha fatto delle parole un fil rouge allacciato alla grandezza di testi e note che l’hanno visto firmare pezzi e storie con e per Fabrizio De André, Mauro Pagani, Milva, Grazia Di Michele e, naturalmente, Fiorella Mannoia. Per lei ha scritto la memorabile Il cielo d’Irlanda. Che, e da qui si comincia, è figlia del parto d’amore del viaggio narrato da Bubola in questo libro, il suo quinto, e che vuole essere, spiega lui, «un omaggio a un luogo che reco nel cuore: l’Irlanda, che ho visitato molte volte ed ha ispirato, dunque, quella che reputo una delle mie canzoni più felici e riuscite; che è insieme poetica e popolare, vicino al significato che di questi termini dava Pier Paolo Pasolini. Com’è l’anima dell’Irlanda, come lo spirito degli irlandesi».
Urge aggiungere una nota a piè di pagina: non si è sul percorso del racconto di com’è nata, quella canzone, nello spazio del making of. Salvo che – come, in effetti, per certi versi è – non si voglia leggere questo libro quale bussola, come setaccio per comprendere le corde che hanno acceso il sentimento di Bubola, ne hanno innescato l’arpa dell’aedo e, insieme, la lirica del rapsodo, del tutto attagliata alla sua figura. Ovvero, quella dell’uomo dalle acute e salde radici classiche, che risaltano in Il canto dell’anguilla. Ma, si diceva, è il viaggio la cifra che riempie le pagine. Viaggio che ha una data, il mese di giugno, nell’estate del 1983 – di qui l’icastico sottotitolo "Un’estate irlandese" –, anno che corrisponde al ventinovesimo di Bubola, che, con al fianco l’amico Giovanni (nom de plume John Artù), sale in macchina fino ad attraversare il mare che porta lassù.
Gli incontri nei pub
Qui, tra avventure picaresche, incontri spassosi e pub, con pinte di Guinness e qualche corroborante whisky a far da compagnia, Bubola, artista tout-court, intreccia una comunione d’amorosi sensi con l’Irlanda: «Un’affinità che viene anche da un collegamento con i luoghi da cui vengo, dalla Bassa veronese, le nostre Lowlands, la nostra Mesopotamia, la terra tra due grandi fiumi, l’Adige e il Po», spiega. Ed eccolo, quindi, il tessuto connettivo che rende il viaggio orfico, in quanto pieno di musiche e canzoni a cadenzarlo, e che Bubola muta in scorta di emozioni per il lettore: «L’Irlanda – continua – è una terra di gente empatica ed accogliente, che ha una marcata coscienza della propria identità. Gente che ti riceve nella propria casa, e questo emerge anche dal libro, nella descrizione delle persone che incontrammo lungo il percorso». Nel rutilante tragitto, introdotto da una foto, quella di copertina, scattata dallo stesso Bubola, e da una mappa che lo illustra, il rimbalzo solletica tutti i cinque sensi.
Gli odori della cucina
Sembra di sentire gli odori della cucina saporita, della birra che scorre, e il palato che se ne giova. E, nell’intarsio della narrazione, lasciando al lettore il piacere di scoprirne i tepori, a spiccare sono i suoni e i colori cangianti di quel cielo d’Irlanda che si farà magnifica canzone e patrimonio collettivo. Osserva Bubola: «Da quei paesaggi, da quei posti, sono fioriti, nel ‘900, quattro premi Nobel per la letteratura: William Butler Yeats, George Bernard Shaw, Samuel Beckett e Seamus Heaney. Da lì è venuto James Joyce. Il libro è una lunga ballata alla vita. Oggi siamo nel tempo di un mondo globalizzato e veloce fino allo straniamento: recuperare, proteggere la memoria è un compito civile. Sono tornato indietro di 43 anni, a quei giorni, per tributare un elogio, per declamare la bellezza dell’Irlanda, della poesia che porta con sé e che la rende unica nel suo essere ammaliante».
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5 giugno 2026 ( modifica il 5 giugno 2026 | 20:29)
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