L'insostenibile crisi del sistema cubano
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L'insostenibile crisi del sistema cubano
di Fortunato CerlinoQualche giorno fa tornavo in treno da Paola a Roma. Avevo appena concluso una masterclass con gli allievi della scuola di teatro e cinema Etopea. Ero stanco, immerso in quel silenzio che spesso segue gli incontri intensi, quando accanto a me si è seduta una ragazza molto giovane, dai tratti latinoamericani. Per quasi due ore non ha fatto altro che dormire. Piegata sul sedile, poi con la testa appoggiata sul tavolino. Un sonno profondo, dal quale si risvegliava soltanto per qualche colpo di tosse. Si capiva che era esausta.
Quando finalmente si è svegliata davvero, è apparsa per qualche secondo smarrita, come se dovesse ricordare da dove veniva e dove si trovava. Le ho offerto una caramella al miele.
«Per la tosse», le ho detto.
Mi ha guardato sorpresa. Poi diffidente. Ha accettato la caramella, ma ho avuto l’impressione che stesse cercando di capire quali fossero le mie intenzioni. Così sono rimasto in silenzio. Volevo che fosse chiaro che quel gesto non era un pretesto da maschio italico per attaccare bottone con una bella ragazza straniera. È stata lei, forse rassicurata dal mio atteggiamento, a rompere il ghiaccio.
«Io mi chiamo Y. Sono di Cuba. Grazie per la caramella».
Da quel momento è iniziato un racconto che difficilmente dimenticherò. Un torrente in piena, come se Y. avesse un bisogno urgente di parlare. Come se da troppo tempo nessuno le avesse semplicemente chiesto come stava.
«Ieri sera ho lavorato in discoteca. Come cameriera, non come cubista». Ha precisato. «Per voi italiani, quando dico che lavoro in discoteca, il primo pensiero è sempre quello. Una ragazza cubana può fare solo la cubista. Invece io non amo esibirmi. Non ho nulla contro chi lo fa, mi piace ballare, ma non mi piace appendermi a un palo in perizoma».
Ha poi continuato raccontandomi che vive in Italia da cinque anni, che studia Scienze dell’Alimentazione all’Università di Cosenza.
«Era il percorso più vicino a Medicina. Fare il medico è sempre stato il mio sogno».
Lavora e studia contemporaneamente, per aiutare la sua famiglia rimasta a Cuba. Quando le ho chiesto se sentisse nostalgia del suo Paese, la risposta è arrivata immediata, secca.
«No. Perché dovrei avere nostalgia di un Paese dove in questo momento si fa la fame? Ho nostalgia di mia madre, di mio padre, dei miei parenti, ma non di quello che è diventato il mio Paese».
Mi ha quindi raccontato che ogni mese manda denaro a casa.
«Anche cinquanta o cento euro possono essere vitali per loro. Voi non immaginate la situazione. C’è la fame. Quella vera».
Poi il tono della sua voce si è fatto più duro, quasi rabbioso, quando mi ha raccontato di una recente discussione avuta con alcuni militanti della sinistra italiana durante una manifestazione organizzata a Cosenza.
«Parlavano di Cuba, del comunismo, della rivoluzione. Ma di cosa parlano? Ci sono mai stati? Lo sanno dove finiscono gli aiuti che mandano? Non arrivano alla gente, ma a chi gestisce il potere!».
Gli occhi le si sono riempiti di lacrime.
«Nel mio Paese oggi ci sono blackout che durano quasi tutta la giornata. In alcune zone la corrente arriva per poche ore. La gente non riesce a conservare il cibo, a lavorare, a vivere. Non mangiamo quasi più carne. Gli allevamenti sono controllati dallo Stato. Gran parte della produzione è destinata al turismo, agli alberghi a cinque stelle, anche quelli di proprietà di chi ci governa. Oppure ad altri canali che non riguardano la popolazione comune. Quando la carne compare, spesso si compra sul mercato nero. Qui in Italia mi insegnano la catena del freddo, le norme igieniche, la sicurezza alimentare. Da noi, ormai, molte di queste cose sembrano appartenere a un altro mondo».
Mi ha parlato di stipendi insufficienti, di file interminabili, di una vita quotidiana diventata una lotta per la sopravvivenza. Mi ha raccontato quanto sia stato difficile ottenere il visto studenti per lasciare il paese. Di quando ha scoperto che una università italiana accettava candidature per una borsa di studio.
«Ho fatto domanda senza crederci. Quando è arrivata la risposta positiva ho pianto».
Poi è riuscita a portare fuori da Cuba anche sua sorella. Oggi vivono insieme. Studiano e lavorano, per mandare soldi a casa. Mi ha raccontato della madre, riuscita a raggiungerle temporaneamente dopo mille difficoltà burocratiche e logistiche.
«Quando l’ho portata in un supermercato di Cosenza è rimasta immobile davanti agli scaffali. Non riusciva a credere che esistessero dieci marche diverse dello stesso prodotto. Per lei era fantascienza. A Cuba molti negozi vengono presi d’assalto quando arriva qualche merce. Una volta sono finita in carcere dopo essere stata fermata durante una fila davanti a un supermercato a un’ora non consentita. Erano arrivati dei wurstel».
A un certo punto Y. mi ha chiesto di prendere il telefono.
«Scrivi: cibo nelle scuole cubane».
Ho eseguito la ricerca. Sono apparse fotografie di vassoi ordinati, pasti completi, immagini rassicuranti.
«Adesso provo con il mio telefono, in spagnolo».
Ha digitato la stessa ricerca. Le immagini che sono apparse raccontavano un’altra storia.
«A voi vi prendono per il culo. Con noi non possono farlo, perché noi sappiamo la verità».
Prima di arrivare a Roma le ho chiesto quale fosse, secondo lei, il futuro del suo Paese.
«Quello che è successo in Venezuela!».
La sua risposta mi ha lasciato senza parole, così Y. ha continuato.
«Io non amo questo governo degli Stati Uniti. I loro interessi mi sono chiari. Ma qualcosa deve cambiare. Qualunque cosa. Tutti i giovani che possono se ne vanno. Gli altri restano e cercano di sopravvivere. La mia cultura sta sparendo con loro. Non possono nemmeno più studiare. La benzina costa più di otto dollari al litro da noi. I trasporti pubblici sono un lusso. Nessuno può permettersi di raggiungere l’Università».
Mi ha parlato anche dei medici cubani che lavorano all’estero, compresa l’Italia, spesso accettando condizioni difficili pur di garantirsi uno stipendio e aiutare le proprie famiglie.
Senza che me ne accorgessi, il treno era arrivato a Roma.
Prima di salutarci le ho chiesto se avrei potuto raccontare la sua storia.
«Sì. Ma a due condizioni».
«Quali?».
«Non scrivere il mio vero nome. La mia famiglia è ancora laggiù».
Poi ha fatto una pausa.
«E spiega a chi non lo sa che cosa significa vivere nel Paese da cui sono scappata».
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