Erri De Luca e la paura dell’esistenza del dissenso
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Erri De Luca e la paura dell’esistenza del dissenso
di Eduardo CicelynConfesso una difficoltà. Quando leggo di uno scrittore, di un artista, di un intellettuale invitato a parlare o a esibirsi e poi disinvitato perché le sue opinioni non coincidono con quelle degli organizzatori, provo un disagio quasi fisico.
È una sensazione antica, che precede perfino il giudizio sul caso specifico. Una specie di allergia. Per spiegarmi comincerò con un’affermazione scomoda. Credo che le posizioni assunte da Erri De Luca sulla tragedia di Gaza siano completamente sbagliate. Non perché esprimano un’opinione diversa dalla mia - la democrazia vive di opinioni diverse - ma perché sembrano collocarsi in una zona nella quale la devastazione dei corpi viene continuamente subordinata alla giustificazione geopolitica. Quando i civili muoiono a migliaia, il primo dovere è riconoscere l’abisso. Prima delle analisi vengono gli esseri umani. Prima delle ragioni vengono i corpi. Prima delle bandiere vengono i bambini. Ogni parola pubblica dovrebbe partire da qui. E se non parte da qui, perde qualcosa di essenziale.
Purtroppo è difficile non vedere in molte delle dichiarazioni di Erri De Luca la tendenza a spostare lo sguardo altrove, verso le ragioni dello Stato, verso il contesto, verso la complessità, proprio nel momento in cui la realtà impone invece una domanda elementare: che cosa ne è dell’umanità in quel nuovo campo di concentramento che si chiama Gaza? Ma proprio qui emerge il paradosso della mia allergia. Sarebbe troppo facile liquidare la vicenda dicendo: De Luca ha torto marcio, dunque è giusto metterlo a tacere. E invece no. Quanto più una posizione appare discutibile, quanto più la si ritiene eticamente errata, tanto più dovrebbe essere esposta alla critica pubblica e non sottratta ad essa. Questo io penso. Il festival, al contrario, sembra dirci qualcosa di molto curioso. Sembra dirci: finché il dissenso resta astratto lo tolleriamo; quando invece produce un autentico disagio morale decidiamo che non deve più apparire nello spazio pubblico. Questa è una tentazione profondamente ideologica.
L’ideologia moderna non consiste nel nascondere la verità. Consiste nel costruire un ambiente nel quale alcune verità non hanno più bisogno di essere confutate perché vengono preventivamente escluse. D’altronde, capisco che gli organizzatori di un festival possano avere paura. Di questi tempi basta poco. Una presenza sgradita, una dichiarazione controversa, un post sui social, e il programma culturale rischia di trasformarsi in un campo minato. Posso perfino immaginare le riunioni, le telefonate, le preoccupazioni: arriveranno contestazioni? Ci saranno proteste? Qualcuno proverà a trasformare l’evento in una manifestazione politica? Supponiamo queste preoccupazioni.
Ma è qui che emerge il vero paradosso. Perché il problema non è che abbiano avuto paura. Il problema è ciò che la loro paura rivela. Viviamo in un’epoca che si definisce aperta, inclusiva, pluralista. Mai come oggi sentiamo parlare di dialogo, ascolto, confronto. Eppure, quando si presenta una voce che rischia di produrre conflitto, la prima reazione non è creare le condizioni del confronto ma eliminare il conflitto stesso. Non gestirlo. Non attraversarlo. Eliminarlo. Gli organizzatori hanno voluto evitare che la politica irrompesse nel festival. E per farlo hanno compiuto il gesto più politico possibile: hanno deciso chi può parlare e chi no sulla base delle sue posizioni pubbliche. È una situazione quasi comica. Si chiude la porta alla politica e la politica entra dalla finestra. Per questo trovo un po’ ipocrita l’idea che la vicenda possa essere trattata come una semplice scelta organizzativa. No. Una volta emarginato uno scrittore per le sue opinioni, siamo già dentro il campo politico. E se siamo dentro il campo politico, allora la politica deve assumersi la responsabilità di rispondere. Non basta dire che gli organizzatori sono autonomi. Certo che sono autonomi. Ma anche un governo è autonomo quando prende una decisione, e tuttavia gli chiediamo conto delle conseguenze.
La vera domanda diventa allora: come si ripara a un torto di questo genere? Che cosa farà la città di Salerno? E la Regione Campania? Come si ristabilisce il principio che lo spazio pubblico appartiene anche a chi sostiene idee che non condividiamo?
Vedete, il problema non è Erri De Luca. Il problema è che una società che comincia a espellere le voci scomode finisce inevitabilmente per convincersi che il conflitto sia una patologia. La lezione più inquietante di questa vicenda è forse questa: oggi non abbiamo paura delle idee sbagliate. Abbiamo paura dell’esistenza stessa del dissenso. E quando una società arriva a questo punto, il vero scandalo non è che qualcuno venga escluso. Il vero scandalo è che l’esclusione venga percepita come la soluzione più ragionevole. A questo genere di ragionevolezza io mi dichiaro allergico.
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5 giugno 2026 ( modifica il 5 giugno 2026 | 10:33)
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