La patria non è una clava
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La patria non è una clava

Venerdì 5 giugno 2026
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Si può essere orgogliosi del proprio Paese senza disprezzare quello degli altri?

Intervista a Cesare Casella: «Due anni con una catena alla caviglia e una al collo, tra topi e serpenti. Il momento in cui mi dissero: "Vai a casa"»

La patria non è una clava

Massimo Gramellini | 5 giugno 2026

Si può essere orgogliosi del proprio Paese senza disprezzare quello degli altri?

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Si può amare la propria patria senza odiare quella degli altri? O l’unica alternativa al sovranismo di Trump, Netanyahu, Putin e Vannacci è la condizione fluida di chi non riconosce più radici né storie condivise e si muove per il mondo come dentro un immenso aeroporto? 

Le celebrazioni del 2 Giugno, con le polemiche che ne sono seguite, hanno riproposto l’interrogativo: è possibile essere patriottici senza diventare fanatici o, per contrasto, apolidi? Con il nazionalismo gli italiani hanno sempre avuto un rapporto complesso, in bilico tra disprezzo e retorica. D’Annunzio e Mussolini abusarono di iperboli italocentriche, e con esiti talmente catastrofici che, per reazione, la nascente Repubblica finì per diffidare del patriottismo, facendolo coincidere con il suo gemello violento: il bellicismo.

In quegli anni l’Inno godeva di scarsa considerazione (quando veniva suonato prima delle partite della Nazionale, il telecronista dava la linea alla pubblicità) e la stessa parola «Italia» era accolta con sospetto. Dopo aver saputo che Bruce Springsteen cominciava i suoi concerti a Los Angeles al grido di «siamo in California, cioè negli Stati Uniti d’America!», ricevendo in risposta un boato, Lucio Dalla raccontava di aver provato a fare la stessa cosa a Bologna. «Siamo in Emilia, cioè in Italia!», ma il pubblico ammutolito lo aveva preso per matto. L’aneddoto è probabilmente inventato (Dalla era un poeta e un bugiardo strepitoso), però assolutamente credibile.

Sandro Pertini fu il primo a invertire la rotta, insediandosi al Quirinale. Il suo passato di partigiano socialista lo metteva al riparo dal pregiudizio che il patriottismo fosse un sentimento di destra. La sua esultanza durante la finale del Mundial 1982 contro quella stessa Germania che aveva combattuto in guerra è rimasta nella memoria come esempio di patriottismo elegante. Un istinto forte, ma pacifico. Per la propria squadra, non contro quella avversaria. Toccò a un altro presidente laico completare l’opera dando lustro ai riti di appartenenza. La bandiera, la festa, l’Inno: Ciampi risvegliò l’orgoglio nazionale senza trasformarlo in tracotanza. E il cattolico Mattarella ne ha portato avanti la missione in quest’ultimo decennio complicatissimo, dominato dai social e dalla divaricazione eccitata dei punti di vista: o «prima gli italiani» o «l’Italia non esiste».

Il luogo comune afferma che gli italiani si sentono italiani solo quando sono all’estero. (Ne ricordo uno, in un albergo dei Pirenei nei tardi anni Settanta, avventarsi contro un indigeno che aveva osato scherzare sul nostro Paese: «Maleducaton d’un franceson, je suis italien e me ne vant!» Non padroneggiava la lingua, ma — come si dice? — quel che conta è il pensiero). Sarà forse per questo che i più bravi nel maneggiare con cura il patriottismo sono sempre stati degli italiani di confine: Cavour, Garibaldi, De Gasperi, Falcone. Gente che aveva talmente impresso il senso dello Stato — Garibaldi anche di più Stati — da non sentire l’esigenza di esprimerlo con troppa enfasi, né di usarlo come una clava per umiliare qualcun altro. Il limite del sovranismo è esattamente questo: ama il proprio Paese in modo così possessivo e aggressivo (nel linguaggio delle relazioni di coppia si direbbe «tossico») da non poter coltivare alleanze paritarie fuori dal cortile di casa, tantomeno con i sovranismi altrui. E, com’è accaduto nell’America di Trump e nella Russia di Putin, cerca di piegare persino la religione ai suoi fini.

Ma se il sovranismo produce bulli, il globalismo ha creato individui spaventati e smarriti. Senza punti di riferimento identitari, la vita diventa un deserto. E nei deserti di solito ci si perde. La diffidenza di tante persone nei confronti del nuovo nasce da questa mancanza di radici solide. Solo se sai chi sei, ti viene voglia di conoscere l’altro.

Un diverso patriottismo non soltanto è possibile, ma indispensabile. Altrimenti si finisce per consegnare certe suggestioni a chi le strumentalizza per perseguire scopi di contrapposizione brutale. I veri patrioti pensano che la felicità della patria non dipenda dallo sfruttamento o dall’esclusione di chi non ne fa parte, ma da una ricerca cocciuta dell’armonia che porta a un equilibrio tra gli interessi di tutti. Questa riflessione la espresse e la mise in pratica un grande statista fiorentino, che era già un italiano molto prima che l’Italia nascesse. Si chiamava Lorenzo de’ Medici e anche per questo fu davvero Magnifico.

5 giugno 2026

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