Armarsi o non armarsi, questo il problema
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Armarsi o non armarsi, questo il problema

Venerdì 22 maggio 2026
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Armarsi o non armarsi, questo il problema

di Fortunato Cerlino

La notte è gelida. Sulle mura di Elsinore, Bernardo, Marcello e Orazio assistono all’apparizione del fantasma del vecchio re. Ma ciò che colpisce dell’incipit di Amleto non è soltanto l’evento soprannaturale. Colpisce il fatto che la tragedia più celebre della storia del teatro si apra con una domanda:
«Who’s there?».
«(…) unfold yourself».
«Chi è là?».
«Mostra chi sei».
Il verbo to unfold non significa soltanto «mostrare», ma «dischiudere», «svelare la propria identità», manifestarsi senza riserve. È un concetto che Shakespeare utilizza anche altrove. In King Lear , ad esempio, leggiamo:
«Unfold thyself and thy belongings».
«Rivela chi sei e ciò a cui appartieni».
È una domanda rituale, politica e spirituale insieme. Un varco che chiunque voglia entrare nell’opera deve attraversare.
Le risposte dei personaggi sono diverse. C’è chi si dichiara suddito di quella terra, chi leale al re di Danimarca, e chi invece si presenta già interiormente scisso. Orazio, amico e compagno di studi del principe, ammette che solo una parte di lui è presente a quell’incontro. Poco dopo appare il fantasma del defunto re Amleto, ma non parla ai presenti.
Non può farlo. Shakespeare sembra suggerire che l’aldilà si dischiuda soltanto a chi abbia accettato fino in fondo la propria condizione umana, bevendo il calice dell’esistenza fino all’ultima goccia.
Bernardo, Marcello e Orazio non si fermano allo stupore. Cercano subito di interrogarsi sul significato di quell’apparizione. Perché ora? Perché a loro? Quale verità nascosta sta emergendo dal mondo invisibile?
«This bodes some strange eruption to our state».
E infatti, subito dopo, il discorso si sposta sullo stato del regno, sulla tensione militare crescente, sul riarmo, sul clima di paura che attraversa la Danimarca dopo la sfida tra il re Amleto e Fortebraccio di Norvegia. È qui che Shakespeare inserisce una riflessione sorprendentemente moderna.
Perché questo febbrile lavorare dei fonditori? Perché fondere cannoni giorno e notte? Perché questo traffico d’armi incessante, che non distingue più il giorno sacro da quello feriale?
Domande che non conducono a risposte immediate, ma ad altre domande. Come se Shakespeare volesse suggerire che dietro la cronaca del proprio tempo si nasconda un nodo più profondo.
Oggi è difficile leggere queste battute senza ritrovarvi la stessa tensione che attraversa la nostra epoca. Mentre riprendo in mano il materiale shakespeariano per un prossimo laboratorio, continuo a inciampare nello stesso dilemma che attraversa l’Europa e gran parte dell’Occidente: la questione del riarmo.
Da una parte, dentro di me, resta chiarissimo un rifiuto morale ed etico verso la violenza come linguaggio politico, verso la coercizione militare, verso l’idea che le armi possano essere strumenti di persuasione. Continuo a credere ostinatamente che uccidere un uomo rappresenti la sconfitta dell’umano.
Dall’altra, però, non posso ignorare la realtà che stiamo vivendo. Guerre alle porte dell’Europa, equilibri internazionali fragili, potenze economiche e militari che, con toni sempre più aggressivi, cercano di ridefinire la supremazia mondiale. Una sensazione diffusa di precarietà ci attanaglia, consapevoli che il passo verso il baratro potrebbe essere breve. E che da quel baratro, questa volta, potrebbe riemergere ben poco del mondo che conosciamo.
Comprendo quindi la paura e il bisogno di sentirsi pronti al peggio. Sono cresciuto in una provincia dove la violenza non era un concetto astratto, ma una presenza concreta. Chi vive in certi territori sa che il problema della forza, della difesa, della protezione non può essere liquidato con slogan. Chi si sente minacciato nella propria vita, nei propri affetti, nelle proprie cose, vuole prima di tutto potersi difendere, rispondendo alla violenza con altra violenza, l’unico linguaggio che spesso i violenti sembrano comprendere.
Ed è qui che Shakespeare crea scandalo ancora oggi, suggerendo qualcosa di decisivo. Qualcosa che precede il conflitto e lo disarma. La vera domanda che ci pone non è se dobbiamo armarci oppure no, ma:
Chi siamo?
Il cuore stesso di Amleto è una riflessione identitaria.
«Essere o non essere». Questo è il problema. Non «vincere o perdere». Non «attaccare o difendersi». Ma essere.
Il fantasma del padre chiarisce questo nodo quando chiede al figlio qualcosa di impossibile secondo la logica ordinaria. Chiede vendetta, ma gli ordina di non contaminare la propria anima e di non fare del male alla madre, che dovrà rispondere solo al cielo per il suo tradimento. Gli chiede, in altre parole, di non lasciarsi divorare dall’odio.
Shakespeare ci pone così davanti a una domanda terribile e modernissima. Che vendetta è quella che obbliga a non perdere sé stessi?
Il Bardo sembra avvertirci che esiste una soglia invisibile oltre la quale, anche difendendosi, si rischia di diventare identici a chi si combatte.
Sono persuaso che anche oggi, soprattutto nelle nostre notti, sulla soglia tra il mondo sensibile e quello delle percezioni, si aggiri di nuovo il fantasma di Amleto. Il suo intento forse è metterci in guardia dalla nostra legittima sete di vendetta e dal bisogno di armarci per difenderci.
Ci chiede di ricordare ciò che è già accaduto ogni volta che siamo scivolati nella logica (apparentemente razionale, perfino inevitabile) della risposta alla violenza con altra violenza. Sembra volerci dire che forse esiste un’altra strada. Illogica. Scandalosa. Pericolosa. La strada di chiedere a noi stessi, e al nostro nemico: chi siamo? Perché facciamo ciò che facciamo. E se, nel mezzo della paura, saremo capaci (questa volta) di riconoscere noi stessi.

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