Lucia Migliaccio, la regina senza corona, «torna» a Villa Lucia
Corriere della Sera - Cultura

Lucia Migliaccio, la regina senza corona, «torna» a Villa Lucia

Venerdì 22 maggio 2026
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Duecento anni fa moriva la seconda moglie di Ferdinando I, duchessa di Floridia, da cui Villa Floridiana. Romano in scena con un monologo di Andrej

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Lucia Migliaccio, la regina senza corona, «torna» a Villa Lucia

di Natascia Festa

Duecento anni fa moriva la seconda moglie di Ferdinando I, duchessa di Floridia, da cui Villa Floridiana. Romano in scena con un monologo di Andrej

Lucia Migliaccio, duchessa di Floridia e moglie morganatica di Ferdinando I

La bruna regina senza corona, venuta a Napoli con la fragranza di zagara nei capelli, torna nella casa dove ha vissuto il decennio forse più felice della sua vita. Stasera, a 200 anni dalla morte, il teatro schiude la memoria di Lucia Migliaccio Duchessa di Floridia, che Ferdinando I delle due Sicilie sposò in nozze morganatiche nel 1814, appena due mesi dopo la morte della prima consorte, Maria Carolina d’Austria. Lucia aveva 44 anni, il re «nasone» 63. 

In quella che fu la loro dimora, Villa Lucia, concepita come padiglione delle feste della Floridiana, stasera alle 19, grazie all’ospitalità della Fondazione Fede nella persona di Ottavia Borghini Baldovinetti, va in scena lo spettacolo Lucia Migliaccio, nato da un’idea di Sergio Cappelli, con la consulenza di Demetrio Baffa Trasci, scritto da Massimo Andrej e interpretato dall’artista e performer Antonella Romano che, da raffinata ideatrice di sculture tessili, ha creato per la sua regina un sognante abito ad hoc. 

Nel monologo, Andrej racconta il destino di questa nobildonna nata duchessa a Siracusa il 18 gennaio 1770 e morta regina a Napoli, 26 aprile 1826, dov’è sepolta, nella Chiesa di San Ferdinando, a pochi passi proprio da Palazzo Reale. Tra i due estremi di nascita e morte c’era stata in mezzo una vita da principessa. A soli 11 anni, infatti, Lucia fu la sposa bambina di Benedetto Maria III Grifeo (1755-1812), ottavo principe di Partanna. Parliamo di un membro dell’antica nobiltà del regno, proprietario dei terreni su cui sarebbe poi sorto il Parco omonimo. Dove peraltro abitò Eduardo - per rimanere in ambito teatrale - che di Villa Lucia fu frequentatore: qui, infatti, aveva studio il pittore e critico comunista Paolo Ricci. Ebbene lì, stasera ritornano uniti teatro e storia di Napoli. 

La serata è su invito e parte del ricavato verrà devoluto in solidarietà all’associazione Progetto Itaca. La stratificazione del sito si intreccia con quello dei grandi protagonisti della cultura italiana e vale la pena ripercorrerne il filo, dal silenzio delle preghiere al fruscio degli abiti durante le sontuose feste regali. È il Fai — del cui circuito la dimora fa parte — a ricostruirne i passaggi. 

Nel Cinquecento il sito era luogo di ritiro dei Benedettini, a metà del Seicento divenne casina di villeggiatura dei padri lucchesi fino al 1807 quando Giuseppe Saliceti, ministro di Gioacchino Murat, l’acquistò e ne fece una raffinata coffee-house. Così la trovò Ferdinando I che la comprò nel 1816 per donarla, con tutta la collina, a Lucia Migliaccio, il cui ducato originario di Floridia darà per sempre il nome a questo pezzo di Napoli collinare che oggi fa parte dei Musei nazionali del Vomero. A ridisegnare il tutto fu l’architetto toscano Antonio Niccolini che rifece la facciata in stile pompeiano con portico dorico. Scenario perfetto per le «delizie reali» che germogliavano intorno a questo amore, all’epoca tardivo, ma pare felice. Ferdinando morì il 4 gennaio 1825 e Lucia gli sopravvisse un anno e tre mesi. Non ebbero figli, ma lei si era portata avanti con il lavoro di madre, avendone avuto ben sette dal principe Partanna: a loro spettò l’ererdità divisa tra Floridiana e Parco Grifeo. 

All’inizio del Novecento, Villa Lucia fu acquistata dal collezionista Garofalo che ne fece un salotto culturale frequentato da Vincenzo Gemito, Guido Casciaro e Luigi Cosenza. Consesso perfetto, dunque, come si anticipava, per un artista come Paolo Ricci il cui studio divenne cenacolo d’avanguardia antifascista per sodali come Renato Guttuso, Guglielmo Peirce, Mario Mafai, Ernesto Tatafiore, lo stesso Benedetto Croce, Gino Doria e Francesco Flora — anche lui con studio qui - e ancora Viviani, Caccioppoli, Moravia, Gatto, Pratolini e persino il fotografo americano Robert Capa. La dimora passò ad Italo de Feo e alla moglie Olga (poi alla figlia Diana, moglie di Emilio Fede) che a loro volta ospitarono Pablo Neruda, Ermanno Rea, Luigi Compagnone, il commediografo Armando Curcio e altri. Stasera, con Antonella Romano, ritornano a vivere Lucia, la storia di Napoli, l’amore ma anche, sotto traccia la sedimentazione di questi sguardi. 

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