Confusi alla meta
Tensione nel Centrodestra: divisioni interne e instabilità politica mettono alla prova il governo
Confusi alla meta
Antonio Polito | 21 maggio 2026Tensione nel Centrodestra: divisioni interne e instabilità politica mettono alla prova il governo
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Dice l’aforisma: Dio fa impazzire quelli che vuole mandare in rovina. Allude a quel processo psicologico di perdita della lucidità, fatto di grossolani errori e comportamenti autodistruttivi, che spesso precede i fallimenti. Ed è forse questo che sta accadendo al centrodestra. Scosso dalla sconfitta nel referendum molto più di quanto sia giustificato dalla sua entità.
Certo, le condizioni esterne sono profondamente cambiate. Un governo che all’inizio del suo cammino poteva farsi forte dell’alleanza con la nuova America di Trump e del sostegno a Israele dopo il massacro del 7 ottobre, ora si ritrova a dover prendere le distanze da entrambi i suoi storici alleati. Lo impone l’interesse nazionale, oltre che lo sdegno degli italiani per le conseguenze della guerra all’Iran e per l’atto vergognoso del ministro Ben-Gvir contro i «prigionieri» della Flotilla. Il danno di immagine per la premier è evidente, anche se bisogna riconoscere che il governo ha risposto subito e bene in entrambi i casi, restando con i piedi ben piantati in Europa. D’altra parte, dopo anni di conti in ordine ed economia vivace, tutto sembra andare peggio. L’Europa ora ci pronostica come l’ultimo Paese in quanto a crescita del Pil e il primo in quanto a debito pubblico.
Ma la maggioranza ci sta mettendo del suo. Come se non reggesse al cambiamento di stagione, come se fosse capace di navigare solo con il bel tempo e non riuscisse a mettersi in modalità tempesta. Succedono cose mai viste. La mozione presentata l’altro giorno al Senato, e poi ritirata in fretta e furia, avrebbe benissimo potuto essere stata scritta da Giuseppe Conte. È la sua linea. Ciò che chiede da mesi: stracciare l’intesa sottoscritta in sede Nato da Giorgia Meloni in persona, per l’incremento nell’arco di un decennio delle spese per la difesa. I quattro capigruppo del centrodestra avevano insomma presentato l’equivalente di una mozione di sfiducia alla premier.
Un errore materiale? Ma non è mica un caso isolato. Pochi giorni prima il ministro Crosetto aveva pubblicamente attaccato il collega Giorgetti sullo stesso argomento. E poche ore prima Tajani e Salvini avevano dato due letture diametralmente opposte della tragedia di Modena: la Lega per togliere la cittadinanza agli italiani di seconda generazione che delinquono, Forza Italia per darla anzitempo agli immigrati che si comportano bene, come coloro che hanno bloccato l’attentatore.
Per non dire della «saga celtica» del Collegio Romano, sede del ministero della Cultura. In Consiglio dei ministri c’è stata una piazzata tra Giuli e Salvini; strascico dello scontro sulla Biennale, con il primo che litiga per Putin con l’amico Buttafuoco, e il secondo nel ruolo tradizionale del filo-russo. La ciliegina sul pasticcio combinato a Venezia dal centrodestra (non dimentichiamo le dimissioni cui è stata costretta Beatrice Venezi, amica personale delle sorelle Meloni) potrebbe arrivare nel turno elettorale che inizia domenica: perdendo dopo dieci anni la città a vantaggio del centrosinistra.
La confusione scende per li rami fino ai territori, con effetti talvolta paradossali. Nel Lazio il segretario della Lega Durigon vuole sostituire due assessori del suo stesso partito, mentre il presidente Rocca, di Fratelli d’Italia, li difende a spada tratta.
Non c’è cosa che gli elettori odino di più delle divisioni e delle liti interne alle coalizioni. E siccome lo sanno tutti, ci deve essere una ragione politica se tutto questo accade. Forse più ragioni. Giorgia Meloni sta evidentemente pagando la scelta di non andare a elezioni anticipate dopo il referendum, e di resistere un altro anno a Palazzo Chigi. Salvini, poi rapidamente costretto a correggersi, ha dato fiato al dubbio: magari ci converrebbe votare subito. Non averlo fatto è stata la scelta giusta per il Paese (tra l’altro neanche l’opposizione chiedeva lo scioglimento) ma ad alto rischio per la premier. È infatti innanzitutto la sua leadership che si è indebolita. Anche nel centrodestra, come nelle navi di un tempo, quando il gatto non c’è i topi ballano. Temi di fondamentale importanza, come la politica estera e l’immigrazione, stanno ora rivelando l’abissale distanza culturale, prima che politica, che divide le componenti del centrodestra; non c’è più la coperta di una leader vincente a nasconderla.
Il problema è aggravato da due fattori esterni alla maggioranza, sui quali Giorgia Meloni non può nulla. Il primo è la spinta di Marina Berlusconi per una Forza Italia più liberale, europeista e moderata. Dall’altra parte il generale Vannacci, con la sua crescita nei sondaggi, tira invece la Lega di Salvini su posizioni sempre più illiberali, anti europee ed estremiste.
La possibilità, se non probabilità, di perdere le prossime elezioni, fino a qualche mese fa neanche ipotizzabile, genera un classico fenomeno di «cupio dissolvi». Se il mio partito non sarà al governo nella prossima legislatura — ragionano così i politici — allora è inutile fare sacrifici per la coalizione e tanto vale pensare a se stessi, in vista di una traversata solitaria nel deserto dell’opposizione. Questo retro pensiero è anche alla base dei problemi che incontra la proposta di riforma elettorale, la cui necessità era però una delle ragioni principali che avevano consigliato a Giorgia Meloni di resistere.
Il centrodestra sta insomma compiendo quel percorso da coalizione politica a semplice alleanza elettorale che il Campo largo dovrebbe prima o poi fare all’incontrario, se vuole diventare credibile come ipotesi di governo alternativo. Dopo tre anni e mezzo di imprevista e benedetta stabilità, il sistema politico ci presenta di nuovo due schieramenti fragili. I quali però non sembrano disposti a rinunciare alla loro debolezza in cambio della governabilità, accettando in futuro eventuali «grandi coalizioni» o sostenendo governi tecnici. Da oggi dunque navighiamo di nuovo in acque inesplorate. In caso di pareggio elettorale, che Dio ce la mandi buona.
21 maggio 2026
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