Infamante, sacro: la storia mediterranea del tatuaggio
Corriere della Sera - Cultura

Infamante, sacro: la storia mediterranea del tatuaggio

Giovedì 21 maggio 2026
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Ai «Dialoghi di Pistoia» un viaggio nel tempo per una riflessione sulla prolungata e diffusa presenza in Europa e in Italia di una pratica che si riteneva scomparsa sin dall’antichità: il tatuaggio

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Infamante, sacro: la storia mediterranea del tatuaggio

di Guido Guerzoni

Ai «Dialoghi di Pistoia» un viaggio nel tempo per una riflessione sulla prolungata e diffusa presenza in Europa e in Italia di una pratica che si riteneva scomparsa sin dall’antichità: il tatuaggio

Nel 2026, stando alle ultime ricerche demoscopiche, è più probabile che un adulto italiano di età compresa tra i 18 e 40 anni — senza distinzioni di genere, istruzione, reddito o classe sociale — abbia la pelle più tatuata che immacolata. Che si tratti di calciatori o commercialisti, insegnanti o influencer, oggi «tutti si tatuano di tutto» e non recare alcun segno sulla pelle è divenuto un segno di distinzione anticonformistica, dopo secoli e decenni in cui tale condizione rimandava immediatamente a subculture o gruppi socialmente stigmatizzati. 

Ma tatuaggio e, come ricordava Elio degli EELST, tatuaggetto, figurano tra le rarissime espressioni linguistiche polinesiane — sono solo due — entrate pacificamente negli idiomi europei: il lemma inglese tattoo deriva infatti dalla parola polinesiana tatau, che apparve per la prima volta nei Captain Cook’s Voyages nel 1770. 

La parola tabo o, o tabù, venne con essa: durante l’operazione (del tatuaggio) un uomo era sotto tabù.

Da allora il lemma tattoo è entrato con minime varianti in molte lingue continentali, radicando un pregiudizio duro a morire: si è a lungo presupposta, infatti, l’origine alloctona, selvaggia ed esotica del fenomeno, negandogli de facto qualsivoglia forma di continuità storica in sede europea e italiana. 

Sicché, pur non ignorando la diffusione che il tatuaggio ebbe nel mondo prestorico (la mummia di Ötzi, l’uomo del Similaun, vissuto nell’Età del Rame 5.300 anni fa ne ha 61), egizio (diverse mummie maschili e femminili sono onuste di tatuaggi devozionali) e greco-romano (i primi trattati medici dedicati alla rimozione dei tatuaggi sono del III secolo dopo Cristo), si è ritenuto che fosse tosto scomparso dal vecchio continente, trattandosi di un uso proprio di civiltà pre e protostoriche.

Come Cesare Lombroso rammentava nel suo celebre testo L’uomo delinquente il tatuaggio era «uno dei caratteri speciali dell’uomo primitivo e di quello in istato di selvatichezza», il marchio infamante che rivelava a colpo d’occhio le colpe di esseri — e dell’essere — incivili, dacché «il tatuaggio è la vera scrittura dei selvaggi, il loro primo registro di stato civile».

La semplice idea che una tradizione così barbara e pagana, apertamente stigmatizzata al cap. XIX v. 28 del Levitico («Non farete incisione sulla vostra carne a causa di un morto; e non farete figure, o segni sopra di voi»), condannata dal Concilio di Nicea del 325 e aborrita dai Santi Padri, potesse essere sopravvissuta per oltre quindici secoli nel cuore di una nazione tanto civile, colta e cattolica come l’Italia lasciava perplessi, se non interdetti, diversi commentatori otto e novecenteschi.

  Si tatuavano gli Assiri descritti da Luciano, i Daci e i Sarmati che secondo Plinio «corpora sua inscribunt», i Traci osservati da Erodoto, così carichi d’inchiostro da originare l’espressione Thracianotae, ma non i Cristiani, né, tanto meno, i devoti servi di santa Romana Chiesa. 

Nei fatti, che si trattasse di Arii, Agatirsi, Assiri, Britanni, Cananei, Geloni, Libi, Nubiani, Pitti o Scizi, il tatuaggio denunciava, subito, senza parole, la natura aliena dei suoi portatori, benché nell’idioma latino i termini si fossero confusi sino a identificare, nel lemma nota, l’emblema stesso della civiltà delle lettere, la scrittura, come si può evincere dalla sostituzione del greco stizein (pungere, pizzicare, dalla cui radice derivò stigma) coi verbi inscribo o imprimo.

Sostituzione del tutto corretta, poiché il tatuaggio è stato prima di tutto scrittura, espressione di un pensiero compiuto, narrazione, voto, discorso, epopea, istoria: una pratica tanto ancestrale (l’umanità si tatua dalla notte dei tempi) quanti ubiqua (con minime varianti è storicamente documentata in tutti i continenti).

Tuttavia, risultava difficile accettare una così prolungata e diffusa presenza europea e italiana, sebbene i tatuaggi non siano mai scomparsi dal bacino mediterraneo e tantomeno dal territorio italiano: il trattatista Michele Giustiniani nel 1658 condannava «le donne che nella festa di San Giovanni Battista fanno sopra qualche parte del corpo delli uomini o delle donne, croci, o altri segni, pungendo con le spille la carne, acciò restino meglio impresse con l’inchiostro, che mettono dentro le ferite, dopo esser uscito il sangue», laddove presso il santuario di Loreto ancora alla metà del Novecento venivano tatuati uomini, donne e bambini, nelle vesti di devoti pellegrini desiderosi di sfoggiare un souvenir permanente.

D’altronde, nell’immaginario collettivo otto e novecentesco, i variopinti segni che adornavano i corpi e i volti di selvaggi più o meno buoni, prima di possedere qualsiasi significato intrinseco, marchiavano un’alterità di fondo rispetto al sistema valoriale eurocentrico, un’inferiorità morale ancor prima che estetica. Il tatuaggio, che nella vulgata storiografica sarebbe stato donato agli Europei da Cook nel 1769 e da Bougainville nel 1771, avrebbe così segnato per oltre due secoli il nitido e perigliosamente valicabile confine tra rettitudine borghese e devianza criminale, eccezion fatta per eccentrici aristocratici e inquieti viaggiatori.

Tuttavia, il successo planetario dell’accoppiata tattoo-taboo provocò il disuso e la dimenticanza dei termini che in passato avevano identificato la medesima pratica nelle storie e nelle culture europee: prima del diciottesimo secolo le parole italiane erano retrat to, marco o signo, cui si devono aggiungere le forme marconzito e ’nzito menzionate dalla Treccani, in larga misura legate a pratiche devozionali: ci si tatuava nei luoghi di culto e durante i pellegrinaggi (già nel Cinquecento era noto come il «Marchio di Gerusalemme») e si tatuavano i marinai per essere riconosciuti in caso di morte in mare.

Sicché il tatuaggio, tollerato nelle subciviltà extraeuropee quale retaggio di atavismi che il progresso verso forme di convivenza più evolute avrebbe di certo cancellato, non avrebbe più trovato scampo nei costumi occidentali e tricolori, essendo ritenuto, senza ombra di dubbio, la traccia più evidente di inclinazioni criminose. Di qui la credenza, dura a morire, che nelle nazioni europee e segnatamente in Italia queste primitive forme di decorazione corporea fossero scomparse sin dall’antichità, in concomitanza con l’estinzione dei modi in uso presso gli antichi greco-romani. Questo sguardo parziale, talvolta addolcito da curiosità etno-antropologiche, in altri casi indurito dal vigore dei pregiudizi positivisti, non poteva non lasciare tracce durature, sovvertite dall’esplosione degli ultimi vent’anni: oggi gli italiani sono i più tatuati d’Europa, sebbene siano scarsamente consapevoli della storia di questo fenomeno e quasi del tutto dimentichi che secoli prima dei tribali che amano sfoggiare in spiaggia esistevano nel Belpaese pratiche identiche, con funzioni tutt’altro che decorative.

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