Stefano Cagol alla Biennale, arte e connessioni: a Venezia «We Are All Nauru» e «The Ice Monolith»
Corriere della Sera - Cultura

Stefano Cagol alla Biennale, arte e connessioni: a Venezia «We Are All Nauru» e «The Ice Monolith»

Giovedì 21 maggio 2026
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L’artista trentino al Padiglione di Nauru, tra scelte e mondo globalizzato

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Stefano Cagol alla Biennale, arte e connessioni: a Venezia «We Are All Nauru» e «The Ice Monolith»

di Lorenzo Padoan

L’artista trentino al Padiglione di Nauru, tra scelte e mondo globalizzato

Tra il Trentino e Nauru corrono 14.430 chilometri, millenni di storia senza contatti. Luoghi quasi opposti, eppure connessi in un mondo globalizzato, capace di portare in un’isola in mezzo all’oceano persino il Covid. «We Are All Nauru» è il titolo-manifesto del lavoro con cui l’artista trentino Stefano Cagol è protagonista, alla Biennale di Venezia, del Padiglione della più piccola repubblica del mondo. Il progetto il 5 giugno sarà a Castel Belasi in un satellite project con artisti come Monira Al Qadiri. «We», perché il ghiaccio della Marmolada che si scioglie contribuisce a innalzare le acque che soffocano Nauru. «Noi», perché quell’isola, scavata e sfruttata senza averlo mai chiesto, «ha i problemi che avremo noi».

Cagol, questa Biennale a Venezia è stata molto politica. Era inevitabile?
«Quello che avviene dentro la Biennale è lo specchio di ciò che accade fuori. Con guerre e tensioni internazionali, Buttafuoco si è ritrovato in situazioni estreme. Io la Russia forse non l’avrei invitata».

Nella mostra internazionale «In Minor Keys» non ci sono artisti italiani e gli europei sono pochi. Le voci più interessanti arrivano dalle periferie?
«Le periferie sono quasi sempre più interessanti, ma il concetto di periferia è relativo. Anche io, da trentino, in qualche modo lo sono: non siamo né New York né Tokyo. Oggi, grazie alle tecnologie, ci si può collegare con l’altra parte del globo».

Perché ha scelto Nauru?
«Perché è una metafora di un mondo autodistruttivo. Il messaggio che porto avanti da anni è che le decisioni prese qui coinvolgono tutti. Nauru non è un paradiso terrestre, ma un’isola molto problematica. Per 3mila anni ha vissuto benissimo prima di entrare in contatto con noi. Poi è stata colonia, teatro di scontri durante la Seconda guerra mondiale e con l’indipendenza si è trovata a essere una miniera di fosfato».

Il fosfato ha reso Nauru ricchissima, poi tutto è stato sperperato, perché le colpe sarebbero nostre?
«Nessuno ti ha insegnato a fare il capitalista. Non puoi dare la colpa a 10mila persone. E sul fosfato ci sarebbe molto da dire. L’unico bombardamento nazista nel Pacifico fu a Nauru. Poi arrivarono i giapponesi e gli americani. Per le sue risorse. È la stessa logica delle terre ucraine o delle tensioni legate all’Iran: alla fine è tutto collegato alle risorse».

Come l’ha tradotto artisticamente?
«Nel Padiglione parlo di estrattivismo con due video. Uno è girato in Texas, dove è nato lo sfruttamento massivo del petrolio. Nell’altro ci sono io in Groenlandia mentre brucio aerosol. Due situazioni lontanissime, ma stranamente collegate».

Alla Biennale ha ripresentato, a 13 anni di distanza, «The Ice Monolith», lastra di ghiaccio che si scioglie. C’è più consapevolezza oggi?
«La situazione non è migliorata, anzi è peggiorata. Ho aggiornato la performance: ho colpito il ghiaccio con un martello».

Anche qui c’è un «We». Siamo noi che colpiamo?
«Sì, siamo noi. L’acqua degli oceani sale perché l’Antropocene non si ferma. È l’umanità che colpisce in modo violento, facendo sprofondare Nauru».

Nei suoi lavori tornano spesso IA e robotica.
«Cinque anni fa ho fatto una performance a Bressanone, fu una sorta di Sos. Ebbe molto successo, uscirà un libro-case study, che sarà presentato alla Biennale a ottobre. Il mese prossimo sarò a Zurigo, durante il Gallery Weekend, con «We Own the Futures», una chicca».

L’IA la spaventa?
«Ha una potenza incommensurabile. Va usata con intelligenza. Ormai si va più d’accordo con ChatGpt che con il vicino. Ci asseconda, per questo ci piace: è uno schiavo perfetto. Sta diventando realtà ciò che, in fondo, già immaginavamo da tempo, penso ad Asimov. Vediamo se riusciremo a sopravvivere sul pianeta, oltre ad avere dei robot».

Secondo lei?
«300 milioni di anni fa non c’eravamo, non penso che fra 300 milioni di anni ci saremo».

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21 maggio 2026 ( modifica il 21 maggio 2026 | 18:35)

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