Habemus Chanel N°5
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Habemus Chanel N°5
di Maria Angela RobustelliMi accorsi che alla mia destra, accanto a quel bancone affollato e disordinato di scontrini bagnati con monetine di recupero e zucchero sparso, non due, non quattro ma sei suorine con abito e velo molto scuri, si accingevano, dopo aver atteso pazientemente il loro turno, producendo un loop sonoro di risate sommesse, a consumare per lo più bottigliette d’acqua qualche caffè, una camomilla, eccetto una che con accento napoletano e una voce squillante a volume basso, chiedeva una coca cola zero.
Colpita da quella interessante variazione sul tema e da una nota olfattiva familiare sebbene non ancora identificata - molto diversa dall’odore tipico delle suore, di armadio di legno antico chiuso da molto tempo misto a castagne bagnate di pioggia, andando a ritroso nella mia memoria di bambina che aveva fatto due anni di asilo dalle benedettine - mossa dalla mia innata curiosità direi letteraria, mi voltai.
Poco meno di un metro e sessanta, una giovane donna minuta dai tratti orientali, con la pelle e l’aura radiose, che avrà avuto poco più di trent’anni.
Incrocia il mio sguardo e sorride, con la stessa complicità adolescenziale con cui una compagna di scuola ti confessa il suo peccato precoce.
Svegliata definitivamente dal campanello che annunciava la corsa diretta delle otto, uscii, apprestandomi a raggiungere i tornelli per non perderla, quando, salite le scale dell’ingresso, mi resi conto della folla incredibile di scolaresche coi cappellini blu e le magliette bianche, di turisti stranieri in tenuta da arrampicata ed altre suorine dalle vesti questa volta che andavano dal bianco, al grigio, al blu, che ingombravano il passaggio senza soluzione di continuità.
Pensai che sarebbe stata una lunga giornata, e nel domandarmi il perché cosmico degli scherzi dell’universo, mi ricordai della visita del Santo Padre.
Mi misi l’anima in pace come per buona educazione, e mi ricoverai in uno degli ultimi vagoni nell’illusione che di colpo diventasse irraggiungibile.
Fu un vano tentativo che in pochi minuti, mi vedeva circondata da un vociare allegrissimo di bambini a mille, con gli zainetti, le bandierine, che facevano i palloncini con le gomme, disseminando un odore di eccitazione psichedelica alla fragola.
In questo commovente girone infernale, una inaspettata scia olfattiva, la stessa del bar, mi distolse da pensieri molto poco ecumenici e mi riportò per una fantasiosa associazione di sinapsi, a un’istantanea luminosa di Marilyn, avvolta da lenzuola bianche nel celebre servizio fotografico di Douglas Kirkland.
Riapro gli occhi ed era lei, quella monachella vestita di un nero fardello e dagli occhi sognanti, che qualche minuto prima aveva risucchiato il fondo di ghiaccio e limone di un bicchiere di coca.
Il suo profumo Chanel era inconfondibile quanto nota geniale di trasgressione.
Le chiesi da dove venisse, e lei, Suor Agnese, mi rispose che veniva dal monastero di clausura delle Monache Passioniste, ufficialmente Suore Pie Ancelle della Madre di Dio, e che eccezionalmente quella mattina, insieme alle sue consorelle, era potuta uscire solo dopo undici anni, in occasione di una nuova visita papale.
Dovetti trattenere un’espressione che l’avrebbe fatta sentire meno felice di quello che era, una tenerissima groupie che indossava il suo sorriso migliore, come prima di un concerto memorabile.
La salutai e prima di perdermi tra la folla brulicante di forze dell’ordine e sai che confluiva nei percorsi transennati, con Respect di Aretha Franklin a palla nelle orecchie, pensai a quanto l’essere donne, in ogni circostanza, fosse sempre e comunque, un atto rivoluzionario.
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