Il capitalismo selvaggio e la Fiat di Vittorio Valletta
Corriere della Sera - Cultura

Il capitalismo selvaggio e la Fiat di Vittorio Valletta

Mercoledì 20 maggio 2026
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Maldive, recuperati anche gli ultimi due corpi. Fonti locali: la professoressa Montefalcone indossava una tuta corta

Il capitalismo selvaggio e la Fiat di Vittorio Valletta

risponde  Aldo Cazzullo

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Caro Aldo,
lei scrive che l’enciclica Rerum Novarum anticipava il pericolo di un capitalismo selvaggio. Io non so cosa lei intenda per capitalismo selvaggio, ma a me sembra che il capitalismo, da che mondo è mondo, sia sempre lo stesso. Lei di certo potrà fare numerosi esempi di capitalismo non selvaggio, ma sicuramente si tratta di eccezioni alle regole del capitalismo. Il capitalismo nasce naturalmente dall’egoismo umano.
Non è stato inventato da qualcuno ma c’è sempre stato anche se si è incominciato a capire le leggi che lo regolano soltanto in questi ultimi secoli (pensi alla legge sulla formazione dei prezzi in base alla domanda ed all’offerta che ha sempre operato, ma che è stata enunciata solo alla fine del settecento).
Ora, se lei giudica l’attuale capitalismo selvaggio, di certo il capitalismo è stato selvaggio in passato e lo sarà anche in futuro.
Pietro Volpi, Lovere

Caro Pietro,
le faccio volentieri un esempio di capitalismo non selvaggio. E non un esempio facile come Adriano Olivetti, che pensava l’azienda come una comunità e metteva scrittori di sinistra a fare i capi del personale. Un esempio meno scontato: Vittorio Valletta.
Oggi Valletta non lo ricorda nessuno. Neppure a Torino una via o anche solo un’aiuola portano il suo nome. Quando qualche anno fa lo feci notare, Giovanni Vighetti scrisse sul sito «Volere la luna» un articolo critico ma leale e intellettualmente onesto (non insomma come i mascalzoni che presentano opinioni diverse dalle loro come imperdonabili errori). Vighetti ricordava che Valletta aveva imposto in fabbrica una ferrea disciplina, aveva licenziato gli attivisti comunisti, aveva favorito il sindacato giallo rispetto alla Fiom, aveva finanziato l’organizzazione anticomunista di Edgardo Sogno Pace e Libertà. Tutto vero. Valletta arrivò a licenziare gli operai che a Mirafiori avevano costruito artigianalmente la «vetturetta», il prototipo dell’auto popolare, che era già nei suoi progetti. Se è per questo, quando dopo l’attentato a Togliatti gli entrarono in ufficio tre operai con gli Sten spianati per comunicargli che la fabbrica era occupata, Valletta disse: «Per prima cosa, quando tutto questo finirà, voi tre sarete licenziati». Poi domò l’occupazione. Al processo fece assolvere i tre: «Non è successo niente, me la vedo io». Quindi li fece licenziare.
Insomma, Valletta aveva una certa personalità. Però aveva anche sensibilità sociale. «Il socialismo ve lo faccio io» era uno dei suoi slogan. La mutua Fiat, le case Fiat, le mense Fiat, le colonie per i figli dei dipendenti Fiat, il dopolavoro Fiat. Gli stipendi migliori della categoria. Controllo sociale, certo. Ma anche welfare aziendale. Soprattutto, Valletta si poneva il problema che gli operai potessero acquistare le auto che producevano, la 500, la 600. Ma se uno anziché nella produzione investe in criptovalute, in Big Data, in intelligenza artificiale, in cyborg, non gli importa nulla se gli operai, i ceti popolari, ma anche i ceti medi — bancari, assicurativi, insegnanti, medici, professionisti — campano o muoiono. Anzi, l’umanità può essere d’intralcio, perché costa. Si ammala, va istruita, educata, protetta, pagata. Non a caso Elon Musk, Peter Thiel (entrambi cresciuti nel Sudafrica dell’apartheid e quindi profondamente convinti della disuguaglianza degli esseri umani) e i loro colleghi sono fieramente ostili alla sanità pubblica e alla lotta al cambio climatico, e del tutto indifferenti al costo sociale dei loro immensi profitti esentasse.

20 maggio 2026

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