«Bar Sport» di Stefano Benni festeggia 50 anni. «Esistono ancora quei posti dove nessuno mangerebbe mai la Luisona»
Il concorso aperto a tutti è stato lanciato dalla casa editrice piacentina Low diretta da Giovanni Battista Menzani: «Un omaggio al grande scrittore. L’obiettivo è capire se quei luoghi ci sono ancora. Il bisogno di stare insieme c’è sempre perché ci sono meno spazi pubblici»
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«Bar Sport» di Stefano Benni festeggia 50 anni. «Esistono ancora quei posti dove nessuno mangerebbe mai la Luisona»
di Piero Di DomenicoIl concorso aperto a tutti è stato lanciato dalla casa editrice piacentina Low diretta da Giovanni Battista Menzani: «Un omaggio al grande scrittore. L’obiettivo è capire se quei luoghi ci sono ancora. Il bisogno di stare insieme c’è sempre perché ci sono meno spazi pubblici»
L’Italia è ancora la patria dei Bar Sport? Quelli, per capirci, rappresentati nella descrizione che Stefano Benni ne fece nel lontano 1976 in un libro divenuto un cult che compie il mezzo secolo? A rispondere prova in queste settimane, fino al 15 giugno, il concorso «Storie da Bar Sport», bando su www.edizionilow.it, promosso dalla casa editrice piacentina Low diretta da Giovanni Battista Menzani e nata a fine 2023 dall’esperienza della cooperativa sociale Officine Gutenberg, da sempre attenta a una «letteratura dal basso».
Menzani, come vi è venuta l’idea?
«L’anno scorso ci è venuto in mente di omaggiare Stefano Benni perché nei suoi romanzi c’è un mondo surreale come esiste anche nel nostro territorio. Da un po’ di tempo pensavamo anche a un libro collettivo sui Bar Sport. In realtà l’idea iniziale voleva ricalcare il modello di libri collettivi che stiamo portando avanti. Ci piaceva fare una raccolta di reportage narrativi di questi Bar Sport un po’ da tutt’Italia, chiedendo contributi ad autori con cui siamo in sintonia».
Perché avete cambiato direzione?
«Perché abbiamo pensato che fosse più giusto, più divertente e più nuovo aprire a voci nuove, sconosciute, a territori ignoti, per non ripetere quanto avevamo già fatto. Così abbiamo deciso di lanciare un concorso aperto a tutti».
Ma esistono ancora i Bar Sport come quello di Benni?
«L’obiettivo è capire se ci sono ancora. Il Bar Sport non è un luogo di passaggio, un posto di aperitivi o una caffetteria, che hanno sostituito il bar di una volta dove si stava per giornate intere. Credo che si senta ancora il bisogno di quel tipo di comunità, tanto che nella nostra pianura, nelle stazioni di servizio, si trovano dei bar con divani appoggiati sotto la pensilina in modo un po’ raffazzonato. Forse queste persone sono state espulse dai loro paesi dove c’erano antichi bar con i bigliardini, i distributori di noccioline, i Boeri».
C’era anche l’immancabile «Luisona» descritta da Benni.
«Chi abita al Bar Sport non si sognerebbe mai di mangiare la Luisona, al contrario dell’ignaro avventore che passa per caso nel bar. Io abito sull’Appennino e ne ho in mente un paio di bar simili, ma anche nei quartieri delle città immagino possano funzionare ancora. Il bisogno di stare insieme c’è sempre perché ci sono meno spazi pubblici, anche se poi non ci sono le compagnie gigantesche di una volta e lo stesso spirito di appartenenza perché il mondo è cambiato».
Voi state invitando a far emergere i Bar Sport reali e tuttora esistenti, a entrarci, a viverne le atmosfere, a conoscerne i frequentatori e poi a scrivere un racconto per condividerlo con i lettori di tutt’Italia.
«È così, e stiamo chiedendo anche qualche contributo eccellente a corollario dei racconti che arriveranno. Anche amici di Stefano Benni, visto che quest’anno è il cinquantenario del suo libro, cosa di cui ci siamo accorti solo successivamente. In effetti avevamo fatto un reading in piazza Cavalli a Piacenza per ricordare Benni, come aveva chiesto il figlio. È stata una cosa molto sentita e lì ci siamo resi contro che l’idea di scoprire questi luoghi era anche un omaggio al suo Bar Sport».
Avete pensato magari a un tour itinerante di presentazione della raccolta nei bar che varranno proposti?
«Potrebbe essere un’ottima idea, un tour di presentazioni sarebbe divertente di sicuro. Abbiamo già chiesto anche fotografie dei Bar Sport raccontati».
Ci racconta la storia di Edizioni Low?
«Quando abbiamo lanciato il marchio Low, il nome è nato un po’ dalla pianura e anche da una cultura che viene dal basso, da una voce dal tono gentile. È partito dalla cooperativa Gutenberg che a Piacenza in novembre organizza il “Festival della nebbia”, sperando che la nebbia ci sia davvero. Abbiamo omaggiato Celati, Ghirri, fatto presentazioni di libri e proiettato film».
Cos’è Officine Gutenberg?
«Una cooperativa che si occupa di inserimento sociale di ragazzi e ragazze disabili e fragili, tramite Asl, Comune di Piacenza e altre realtà. Non ci occupiamo di trasporti o giardinaggio ma abbiamo un quotidiano on line, “PiacenzaSera.it”, e ci occupiamo di stampa. I ragazzi lavorano su libri di camminate, pedalate, turismo lento, ne abbiamo fatto uno anche una sulla Via degli Dei. Abbiamo un laboratorio, loro tagliano, rilegano, i libri li stampiano noi, fatti totalmente in casa. Collaboriamo con l’Università Cattolica di Piacenza, abbiamo tanti progetti, anche con fatica in un settore come quello editoriale. Ormai abbiamo più di 200 titoli, circa 25 sono di Low. Devo riconoscere che abbiamo imparato insieme a fare un libro e tre anni fa abbiamo pensato di lanciare un marchio che fosse meno riconoscibile come realtà locale. Così è nato Low».
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20 maggio 2026
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