Giuseppe Sciarra, «Lavoro su bullismo e narcisismo. E racconto tutto ciò che ho subito»
L'autore foggiano utilizza la scrittura (il libro «Rododendro»)ma anche la fotografia e il cinema
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Giuseppe Sciarra, «Lavoro su bullismo e narcisismo. E racconto tutto ciò che ho subito»
di Rosarianna RomanoL'autore foggiano utilizza la scrittura (il libro «Rododendro»)ma anche la fotografia e il cinema
Un romanzo (in parte) autobiografico, in cui lo scrittore e regista foggiano Giuseppe Sciarra racconta il bullismo, la dipendenza affettiva, il narcisismo patologico. Episodi da lui vissuti in prima persona, quando era poco più che un adolescente, tra i banchi di scuola. È in libreria dal primo maggio Rododendro (Edizioni Il Viandante). «C’è molto di autobiografico. Mi sento molto Davide Luciani, il protagonista del libro. C’è tanto di me, del mio modo di sentire, della sofferenza che provavo all’epoca. Ci sono i miei dubbi, la mia insicurezza, la difficoltà che avevo da ragazzo ad accettare la mia omosessualità. Anche perché vivevo in un contesto omofobo, tra gli anni Novanta e Duemila».
Sciarra, partiamo dalla Puglia e da Foggia.
«Ho vissuto a Rodi Garganico fino ai 14 anni, poi mi sono trasferito a Foggia fino ai 21. Oggi vivo tra Roma e Pescara. Negli ultimi anni mi sono riconciliato con il mio territorio. Tutto è cominciato da un incontro contro il bullismo, proprio a Rodi Garganico: quella occasione mi ha permesso di riappacificarmi con il mio passato. Sono stato vittima di bullismo quando ero ragazzino, proprio in quei territori. E, per questo, a lungo, ho avuto un rapporto conflittuale soprattutto con Rodi. Con Foggia meno, anche se da adolescente non mi sentivo libero di essere quello che ero. Ma ho smesso di collegare quello che ho vissuto con una città specifica. Perché può accadere ovunque».
Che città è Rododendro?
«È la città immaginaria in cui è ambientata la storia che racconto nel testo. È un paese del sud Italia, che potrebbe essere Rodi, Foggia, ma anche qualsiasi altro luogo».
Chi sono i due protagonisti del romanzo?
«Sono due adolescenti meridionali che non si accettano. Uno è omosessuale, l’altro è bisessuale. Il ragazzo bisessuale è un narcisista, mentre quello omosessuale è un dipendente affettivo. Quest’ultimo vede nell’altro una figura più sicura, più bella, più inserita nel contesto sociale. Lo considera un’ancora di salvezza, una possibilità per accettare la propria omosessualità. In realtà, però, quel rapporto diventa una trappola: l’altro inizia a manipolarlo, a controllarlo, a impedirgli di essere se stesso».
Come nasce questa storia?
«Ho scritto questo romanzo 15 anni fa. All’epoca però non credevo abbastanza in me stesso e l’ho tenuto in un cassetto. Poi, due anni fa mi sono ritrovato tra le mani questo testo. Ho iniziato a leggerlo e mi sono detto: “Però, non è così male”. Da lì ho ricominciato a lavorarci. È uno young adult, anche perché ero molto giovane quando l’ho scritto».
Accanto al libro c’è anche un progetto fotografico. Come si inserisce nel lavoro letterario?
«Ho proposto alla fotografa Priscilla Nutshell di lavorare insieme sul tema del narcisismo. Così è nato “Against the Digital Narcissus”, un progetto che esplora il delicato equilibrio tra identità reale e proiezione digitale nell’era dei social. È una critica alla società dei selfie a ogni costo, alla costruzione di un doppio digitale che oscura il sé reale, alla dipendenza dal consenso altrui attraverso like e commenti. Il progetto ha avuto un’eco internazionale che non ci aspettavamo».
Al tema del bullismo ha dedicato anche un cortometraggio, “Ikos”.
«Ha avuto una grande risonanza. Grazie a un progetto fatto con la Regione Lazio ho portato il corto anche nelle scuole superiori. Con me c’era anche un ex bullo, oggi un mio caro amico: lui raccontava la sua esperienza da bullo pentito, io quella di vittima. Il confronto con gli studenti, con le loro problematiche e con il loro vissuto, è stato per me una catarsi».
Perché?
«Perché mi ha permesso di guardare quella ferita con gli occhi di un adulto. Prima, per me, Rodi rappresentava il bullismo. Identificavo Rodi con quello che avevo subito. Poi ho capito che il bullismo sono i bulli. Non Rodi, non Foggia. Quando subiamo del male in un contesto, tendiamo a generalizzare e a vedere quel luogo come il male. Ma un territorio è molto più complesso. Oggi non identifico più Rodi o Foggia con le esperienze negative che ho vissuto lì, perché quei luoghi sono anche tanto altro. E perché in Puglia ho vissuto anche situazioni bellissime e ho costruito rapporti di amicizia che durano ancora».
Come reagiscono ragazzi e ragazze?
«All’inizio sono diffidenti. Ma, se riusciamo a conquistare la loro fiducia, alcuni si aprono. Non tutti, ovviamente. Molte volte gli insegnanti non conoscevano alcune situazioni che poi sono emerse. Credo che molti adolescenti, sia vittime sia bulli, abbiano cominciato proprio lì un percorso di elaborazione».
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20 maggio 2026
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