Il linguista Giuseppe Antonelli: «Si parla bene l'italiano usando registri diversi. Serve una dieta linguistica varia tra libri, social, canzoni, fumetti e poi fermarsi a riflettere»
Corriere della Sera - Cultura

Il linguista Giuseppe Antonelli: «Si parla bene l'italiano usando registri diversi. Serve una dieta linguistica varia tra libri, social, canzoni, fumetti e poi fermarsi a riflettere»

Mercoledì 20 maggio 2026
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Al Mast «Si fa per dire», la prima officina della lingua italiana per portare la riflessione linguistica fuori dalle aule universitarie

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Il linguista Giuseppe Antonelli: «Si parla bene l'italiano usando registri diversi. Serve una dieta linguistica varia tra libri, social, canzoni, fumetti e poi fermarsi a riflettere»

di Vittoria Melchioni

Al Mast «Si fa per dire», la prima officina della lingua italiana per portare la riflessione linguistica fuori dalle aule universitarie

Giuseppe Antonelli

«I limiti della mia lingua significano i limiti del mio mondo», scriveva il filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein. E se è vero che le parole non si limitano a raccontare la realtà ma la costruiscono, allora imparare a usarle – e soprattutto a capirle – diventa un esercizio tutt’altro che astratto. 

È da qui che nasce «Si fa per dire», la prima officina della lingua italiana ideata dal linguista Giuseppe Antonelli, che al MAST Auditorium porta la riflessione linguistica fuori dalle aule universitarie per aprirla al pubblico. 

Non una lezione accademica, ma un laboratorio vivo: quattro incontri, quattro mondi – cinema, scienza, letteratura e giustizia – e altrettanti ospiti d’eccezione, da Filippo Nigro a Amalia Ercoli Finzi, da Chiara Valerio a Gherardo Colombo. Perché tra il dire e il fare, come suggerisce il titolo, non c’è solo di mezzo il mare: ci sono le parole. E capire come nascono, si trasformano e si adattano ai diversi contesti significa, in fondo, capire qualcosa in più anche di noi stessi.

È stato definito il «mago delle parole»: quando ha capito che la lingua sarebbe stata la sua strada?
«La figura che ha ispirato Il mago delle parole è stata quella del mio maestro, Luca Serianni. Ho capito che quella sarebbe stata la mia vita al secondo anno di università, alla Sapienza di Roma: Serianni riusciva ad appassionarci anche su cose complesse, con una chiarezza straordinaria. Eravamo un gruppo di studenti – quello che poi è diventato l’“Accademia degli Scrausi” – e da lì è nata la vocazione. Io non sapevo neanche che esistesse una materia come la storia della lingua italiana. Poi ho visto lui insegnarla così e ho pensato: voglio fare questo anch’io. Da allora ho avuto la fortuna di studiare, raccontare e insegnare una materia inesauribile, perché la lingua cambia continuamente, insieme alla società, agli usi, ai costumi, alla musica. È una miniera infinita».

«Si fa per dire» nasce come officina della lingua: perché oggi è importante portare l’italiano fuori dall’università?
«“Officina” è una definizione molto indovinata, perché dà l’idea di qualcosa di concreto. L’obiettivo è proprio questo: portare la lingua fuori da una riflessione solo teorica e metterla a confronto con ambiti in cui sembra non essere centrale, ma invece è decisiva. Di solito si dice che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Dal mio punto di vista, tra il dire e il fare ci sono di mezzo le parole. L’idea è mettere a confronto chi studia la lingua e chi la usa concretamente: dal cinema alla scienza, fino alla giustizia».

Lei sostiene che le parole non descrivono solo la realtà, ma la costruiscono: c’è un esempio concreto?
«É emerso molto chiaramente parlando di spazio con Amalia Ercoli Finzi. Prendiamo la parola astronauta: nasce prima nella fantasia, in un romanzo di fine Ottocento (“Across the Zodiac” dello scrittore inglese Percy Greg, del 1880 ndr) molto prima delle missioni spaziali reali. Solo dopo, negli anni ’50, la NASA la adotta per definire i suoi piloti. Questo succede spesso: l’immaginazione, la letteratura, le parole anticipano la realtà. Non c’è contrapposizione tra scienza e umanesimo: si integrano. Le parole aprono possibilità, che poi diventano concrete».

Ha scelto ospiti molto diversi: cosa unisce linguaggi così lontani?
«Una grande sensibilità per la lingua. Perché questo dialogo funzioni servono persone che, pur venendo dal “fare”, abbiano attenzione per le parole, per i loro usi, per le sfumature. Sono mondi diversi, generazioni diverse, ma accomunate da un’idea: la lingua è fondamentale per il funzionamento di una società, di una comunità, di una democrazia».

Il linguaggio della legge e della politica spesso risulta complesso: è una scelta o una necessità?
«È una questione cruciale. La lingua della giustizia e dell’amministrazione è spesso distante, quasi incomprensibile: richiede una mediazione professionale. Arriva una lettera e dobbiamo chiamare un avvocato per capirla. Questo non va nella direzione della trasparenza democratica. Pensiamo invece alla Costituzione: è scritta con grande attenzione linguistica, con parole del lessico fondamentale e frasi semplici. È una lingua di tutti e per tutti. E allora la domanda è: com’è che siamo passati da quella chiarezza a questa opacità? Come ricordava Tullio De Mauro, la lingua dovrebbe essere uno strumento di accesso, non di esclusione».

Oggi tra social e media stiamo diventando più ricchi o più poveri linguisticamente?
«Io sono un inguaribile ottimista. Guardando al passato, oggi abbiamo una diffusione dell’italiano impensabile fino a pochi decenni fa. È una conquista enorme. Certo, ci sono rischi: la frammentazione del testo, l’abitudine a scrivere a pezzi, la perdita della capacità di costruire un discorso articolato. Scrivere e digitare non sono la stessa cosa, così come leggere e “scrollare” non lo sono. Il vero problema è che senza capacità di argomentare si finisce più facilmente nello scontro, nell’insulto. Per questo la scuola resta fondamentale: è il luogo in cui si deve mantenere la capacità di leggere, scrivere e pensare».

Se dovesse dare un consiglio pratico per usare meglio l’italiano ogni giorno?
«Non pensare alla lingua come a un “vestito buono”, da usare solo in certe occasioni. Usare bene l’italiano significa saper usare registri diversi. Come diceva De Mauro, la scuola non deve insegnare qual è il modo giusto di dire una cosa, ma in quanti modi si può dire. Serve una “dieta linguistica” varia: libri, social, canzoni, fumetti. E poi fermarsi a riflettere prima di parlare e soprattutto prima di scrivere. Perché noi pensiamo attraverso la lingua».

La televisione è un’altra forma di racconto: come la sta vivendo? E le piacerebbe un programma tutto suo, sul modello di «Parola mia»?
«La televisione per me è una vera sperimentazione. È un linguaggio completamente diverso da quello dei giornali o della radio: hai due minuti, devi essere chiaro, efficace, ma anche trovare un tono che si adatti all’intrattenimento. La vivo così, come un esercizio di racconto. E devo dire che mi diverte molto, anche perché lavoro in un contesto che, da spettatore prima ancora che da ospite, apprezzo molto, con Geppi Cucciari e tutta la squadra. Se penso a un modello, il riferimento inevitabile è Gian Luigi Beccaria: uno studioso rigoroso, accademico dei Lincei, ma con una straordinaria capacità di portare la lingua al grande pubblico. Trasmissioni come “Parola mia” hanno dimostrato che si può raccontare l’italiano in modo accessibile, senza banalizzarlo. Non so se io sia la persona giusta per farlo, ma sono convinto che oggi ci sarebbe spazio – e forse anche bisogno – di un programma così: capace di raccontare la lingua, la sua storia e i suoi cambiamenti con i tempi e i ritmi della televisione.»

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