Nino D'Angelo alla «Federico II»: «Ero povero, ma raccolsi 500mila lire e le diedi all'impresario. Lui morì proprio quella notte»
All’Università l’artista, premiato dal rettore Lorito, incontra gli studenti del professor Savonardo. «Oggi tutti parlano di periferia, è diventata una parola di moda. Ma io sono nato in quella vera. Il turismo a Napoli? Va gestito»
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Nino D'Angelo alla «Federico II»: «Ero povero, ma raccolsi 500mila lire e le diedi all'impresario. Lui morì proprio quella notte»
di Francesca MennaAll’Università l’artista, premiato dal rettore Lorito, incontra gli studenti del professor Savonardo. «Oggi tutti parlano di periferia, è diventata una parola di moda. Ma io sono nato in quella vera. Il turismo a Napoli? Va gestito»
«Nella mia vita ho avuto a che fare con persone molto colte che erano mezze sceme. E con persone ignoranti, come mio padre, che erano molto intelligenti». Nino D’Angelo si presenta all’appuntamento della rassegna «I linguaggi della creatività» dell’Università Federico II, in tutta la sua consueta semplicità. Ma le prime parole in chiesa, nella sede di San Marcellino, sono del pubblico: «Nino sei grande», «Tu ci hai insegnato l’amore!», e via così.
Ammiratori e studenti che si sbilanciano verso di lui, riducendo minuto dopo minuto, durante la conferenza, lo spazio che lo separa dal loro idolo e maestro. Un abbraccio che unisce più generazioni, una presenza vivace ed esuberante con cui l’artista interagisce continuamente. D’Angelo prova a ricordare i nomi dei fan più affettuosi, si alza in piedi, stringe le mani, disegna cuori nell’aria con i gesti, cercando di indirizzarli verso le persone. Si emoziona e, a un certo punto, si interrompe: «Scusatemi, sono una persona…», dice commosso mentre ricorda il suo arrivo nella Grande Mela per girare «Scugnizzo a New York» nell’84.
E racconta: «Oggi tutti parlano di periferia, è diventata una parola di moda. Io in periferia ci sono nato davvero e non era come oggi. San Pietro a Patierno, il mio quartiere, era una zona di calzolai. Mio padre era un ciabattino». La povertà è appartenuta alla vita dell’artista in una maniera costitutiva, formandone la personalità, umana e artistica: «Non solo ero un bambino povero, ma ero anche il primo di sei figli e quindi ero abituato a rinunciare, perché spettava sempre tutto ai più piccirilli. Non avevamo niente, ma mia madre e mio padre mi hanno dato tutto quello che potevano darmi». Non la possibilità di studiare: D’Angelo, ricorda al pubblico, ha dovuto fermarsi alla terza media («Lo Stato non ha aiutato mio padre a far crescere i figli»). Per questo, quando dice che la povertà per lui è stata ricchezza e che per essere felici ci vuole poco, viene da credergli: «Se tu non hai niente e poi ottieni qualcosa, quella cosa ha un valore enorme. Oggi non posso camminare senza essere travolto dall’affetto della gente, è vero il pubblico mi ama e mi scrive», e parte l’ennesimo applauso dal pubblico. «Ne sono felice, ma resto felice anche nelle cose semplici».
L’artista racconta che all’inizio della sua carriera aveva messo insieme 500 mila lire, «una colletta familiare, difficile da raggiungere per noi», da consegnare a un impresario per lanciare la sua attività musicale. In una tragica fatalità però, l’impresario morì la stessa notte in cui avrebbe dovuto ricevere i soldi: «Mi spiaceva naturalmente per lui. Ma se devo essere del tutto onesto pensavo soprattutto di aver perso quelle sudatissime 500 mila lire!».
Dalla periferia la conversazione si sposta su Napoli, una città dalla tradizione musicale fondante per la canzone italiana tutta, che continua a produrre ed esportare talenti. L’ultimo-non ultimo che ha raggiunto il pubblico internazionale è naturalmente Sal Da Vinci («Un amico e un grande artista, sono felice per il suo successo»). Il boom turistico che sta vivendo la città compiace l’artista che riconosce il ruolo dei social nel mostrarne i lati più incantevoli e non solo quelli problematici. Un successo che però, sottolinea l’artista, «va gestito. Napoli ha una sua identità, persino un suo odore. E i turisti questo non possono capirlo, non potranno mai appropriarsene».
A guidare la conversazione (e la rassegna) il professor Lello Savonardo, promotore dell’evento e responsabile scientifico dell’Osservatorio Giovani del dipartimento di Scienze Sociali della Federico II. Infine, il riconoscimento, una moneta-medaglia celebrativa dell’ateneo, realizzata dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato per gli 800 anni dalla fondazione. A consegnare il riconoscimento all’artista il rettore Matteo Lorito. D’Angelo, sottolinea Savonardo, resta il volto più genuino della Napoli popolare, quella che emoziona e coinvolge. Al punto che qualcuno non resiste alla tentazione di chiedergli anche dell’addio di Antonio Conte: «Dispiace, certo, perché è un grande allenatore e abbiamo vinto lo scudetto con lui. Evidentemente sente di aver dato già tutto. Noi resteremo sempre tifosi del Napoli».
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20 maggio 2026 ( modifica il 20 maggio 2026 | 11:58)
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