Il riarmo e il dialogo
Trump e le incognite del negoziato con l’Iran: in bilico tra forza e diplomazia. La doppia le lezione per l’Europa
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Il riarmo e il dialogo
Giuseppe Sarcina | 19 maggio 2026Trump e le incognite del negoziato con l’Iran: in bilico tra forza e diplomazia. La doppia le lezione per l’Europa
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Con quello di ieri, sono quattro gli ultimatum imposti da Donald Trump all’Iran, nel giro di due mesi e mezzo di guerra. Questa volta, il presidente americano ha dichiarato di averlo fatto perché sollecitato da Arabia Saudita, Emirati Arabi e Qatar. Esattamente quei Paesi che non ha consultato, prima di scatenare l’attacco, spinto da Benjamin Netanyahu, contro gli Ayatollah. Basta questo per mettere a fuoco le difficoltà del leader Usa. Il sedicente maestro dell’«arte di stringere accordi» rischia di uscire politicamente a pezzi da questa vicenda. Nei giorni scorsi si è discusso molto della «Trappola di Tucidide», il teorema che postula lo scontro inevitabile tra la potenza dominante e quella emergente. All’epoca Atene contro Sparta; oggi Cina contro Usa. Ma il grande storico dell’antica Grecia è celebre anche per un altro racconto che forse si adatta ancora di più all’America trumpiana: «Il dialogo dei Melii». In breve la vicenda è questa: due generali ateniesi, Cleomede e Tisia, arrivano nell’isola di Melo, una comunità schierata con Sparta, ma desiderosa di mantenere la propria autonomia. I due ateniesi usano un linguaggio diretto: «Vi risparmieremo tutte le belle parole sulla giustizia; parleremo, invece, di ciò che è possibile e di ciò che è necessario; chi è più forte fa quello che può e chi è più debole, cede».
Basta un minimo di immaginazione per trasformare Cleomede e Tisia in Steve Witkoff e Jared Kushner, i negoziatori tuttofare di Trump. Li abbiamo visti all’opera in Ucraina, poi a Gaza, in Venezuela, in Groenlandia e ora in Iran. Gli ateniesi non ottennero la resa di Melo, che alla fine fu conquistata con le armi. Le cronache dei nostri giorni riferiscono che neanche Witkoff e Kushner hanno raggiunto alcun risultato.
Il «modello ateniese», fatto di arroganza e minacce, cioè il contrario di una sana diplomazia, si è rivelato fallimentare con l’Iran. Come procederà allora Trump? È la grande incognita di queste ore. Se persisterà nell’errore, riprenderà la guerra contro Teheran, aggravando i danni economici che ha procurato al suo Paese, agli alleati europei e ai partner del Golfo.
Tuttavia, l’ipotesi più quotata è un’altra. Il leader degli Stati Uniti ripiegherà sull’approccio che gli è più familiare: il cinismo del businessman spregiudicato. Chiuderà un accordo, anche al ribasso, e lo presenterà come un grande successo. In realtà sarebbe comunque un mezzo fallimento, considerando che, prima del 28 febbraio, la posizione negoziale dell’Iran era più debole, se non altro perché lo Stretto di Hormuz era navigabile liberamente.
C’è una lezione che possiamo ricavare noi europei? Uno spunto della massima importanza arriva dal discorso che il Papa ha pronunciato giovedì 14 maggio, all’Università La Sapienza di Roma. Leone XIV ha evocato «la retorica della guerra che paralizza il mondo» e, subito dopo, «il riarmo dell’Europa», che «non può essere chiamato “difesa” perché aumenta le tensioni e l’insicurezza, riduce gli investimenti in istruzione e sanità, destabilizza la fiducia nella diplomazia». Per una singolare coincidenza, quello stesso giorno, l’ex presidente del Consiglio Mario Draghi sollecitava i Paesi europei a investire in modo massiccio anche nella difesa comune, una condizione essenziale per costruire un’Europa più autonoma. Sono due visioni opposte che ci possono portare dentro un dibattito teologico, filosofico, giuridico e politico, dalle radici antiche, sulla «guerra giusta» e la legittimità, o meno, della deterrenza armata.
Più pragmaticamente, possiamo riflettere su un paio di questioni. La prima: molti Paesi europei considerano Putin una minaccia reale per la sicurezza. Una difesa più forte può servire a evitare un nuovo attacco, come quello contro l’Ucraina? La seconda: l’Europa come può emanciparsi, sia pure gradualmente, dalla protezione americana se non sarà in grado di difendersi da sola? Il pontefice ci suggerisce un altro passaggio fondamentale: il riarmo non può andare a detrimento della diplomazia. La capacità di dialogo è parte integrante delle nostre democrazie. A patto che si traduca in atti concreti. Oggi servono proposte europee di compromesso, serie, per tutte le aree di crisi. Sarebbe un esercizio di pura testimonianza? Può darsi. Ma potrebbe essere la prova che l’Europa è in grado di costruire un modello pacifico, alternativo sia alla tracotanza che alla rassegnazione.
19 maggio 2026
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