Ipocrisia, quella recita che dal teatro ha invaso la nostra vita
Circondati da chi finge di avere sentimenti, opinioni, virtù o valori morali che in realtà non ha
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Ipocrisia, quella recita che dal teatro ha invaso la nostra vita
di Paolo FallaiCircondati da chi finge di avere sentimenti, opinioni, virtù o valori morali che in realtà non ha
Illustrazione di Doriano Solinas
La parola ipocrisia deriva dal greco antico hypókrisis che significa "simulazione" o "recitazione". Originariamente legato al linguaggio teatrale, il termine definisce la simulazione di virtù, sentimenti o buone intenzioni non realmente posseduti, indicando falsità e mancanza di sincerità.
La radice greca è illuminante. Il termine deriva da hypokrínomai composto da hypò (sotto) e krìno (giudicare/spiegare), che nel tempo ha assunto il significato di "sostenere una parte", "rispondere" o “recitare". Se quella prima parte hypo (sotto) la troviamo in molte parole, da ipoclorito (quello di sodio è più noto come candeggina) a ipogeo (un ambiente che sta sotto il livello del suolo), a ipotensione (la pressione bassa), quel krìno (giudicare/spiegare), è fondamentale nella nostra lingua per concetti importanti, da critica a criterio, a crisi.
Dal palcoscenico alla vita. Nell’antica Grecia, l'hypokrités era l'attore, colui che indossava una maschera e "rispondeva" alle domande, recitando una parte. Col tempo, il termine ha perso il significato teatrale neutro per assumere una connotazione negativa, passando a indicare colui che indossa una "maschera" nella vita reale per ingannare gli altri. Fondamentale il passaggio latino: attraverso il tardo hypocrĭsia(m), il termine è entrato nelle lingue moderne col significato attuale di simulazione di buoni sentimenti o intenzioni.
Una evoluzione coerente. Il significato originale implicava una deficienza nella capacità di vagliare o decidere. Questa carenza, in quanto riguarda le proprie convinzioni e sentimenti, ci aiuta a comprendere meglio il significato contemporaneo della parola. L'ipocrisia ha perso la casualità o l’incapacità per diventare un modo di essere: l'atteggiamento con cui si finge di avere sentimenti, opinioni, virtù o valori morali che in realtà non si hanno, di solito per trarre in inganno qualcuno sulle proprie reali intenzioni e trarne dei benefici personali.
La lezione di Dante.Nel cerchio secondo s’annida / ipocrisia, lusinghe e chi affattura, / falsità, ladroneccio, e simonia, / ruffian, baratti e simile lordura.
Questi versi appartengono al Canto XI dell'Inferno (vv. 58-60), in cui Virgilio spiega a Dante la complessa topografia morale dell'Oltretomba e la suddivisione delle colpe secondo la classificazione aristotelica. Qui Virgilio si riferisce al secondo girone dell'ottavo cerchio (conosciuto come Malebolge), dedicato ai peccati di frode contro chi non si fida. I vizi elencati colpiscono tutti coloro che hanno fatto un uso distorto della ragione per ingannare il prossimo. Nel dettaglio troviamo chi pratica l'inganno sociale e morale (ipocriti, lusingatori, ruffiani) e chi inganna per profitto materiale o materiale-spirituale (simoniaci, barattieri, ladri, falsari, maghi/indovini).: Per Dante, la frode è un peccato più grave della violenza perché è un'azione specificamente umana che tradisce il vincolo di fiducia e affetto che la natura vuole tra gli esseri umani.
E quella di Manzoni.Tali dimostrazioni, e chi non lo sa non sono né diffìcili né rare; e l’ipocrisia non ha bisogno d’un più grande sforzo d’ingegno per farle.
Questo brano è tratto dal Capitolo XXII de I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni. Il narratore riflette sulla natura delle manifestazioni di affetto e devozione e quanto sia facile simularle o deriderle, anche se ciò non toglie che possano esprimere sentimenti sinceri. Il loro vero valore si misura solo attraverso la coerenza di una vita intera, come quella incarnata dal Cardinale Federigo Borromeo. Manzoni ammette che anche i malvagi o gli ipocriti possono pronunciare o fare gesti di bontà, poiché non richiede alcuno sforzo intellettuale. La frase "La vita è il paragone delle parole" è il cuore del pensiero manzoniano: la bontà non si giudica dalle dichiarazioni, ma dalle azioni che le precedono e le seguono.
Quello che abbiamo scelto di dimenticare. Molière nella commedia Tartufo ha immortalato l'ipocrisia religiosa attraverso un personaggio che manipola il suo benefattore ostentando una falsa pietà, mentre persegue fini egoistici. Nella novella Uno, nessuno e centomila di Luigi Pirandello, l'ipocrisia è legata alle convenzioni e alle maschere che la società impone all'individuo per poter vivere civilmente, in costante contrasto con la sua autenticità. Ne La coscienza di Zeno di Italo Svevo, l'ipocrisia si sposta sul piano psicologico dell'autoinganno. Il protagonista Zeno Cosini la usa non solo per convivere con i propri sensi di colpa, ma come strumento necessario per adattarsi, avere successo e sopravvivere nella società.
La filosofia del “doppio”. L’ipocrisia incarna la regola di comportamento di chiunque utilizza due pesi e due misure a seconda delle convenienze. Compassionevole, comprensivo e ben disposto verso gli amici (o i potenti). Intransigente, severo e sempre sospettoso verso i nemici (o i poveracci che non hanno strumenti per difendersi). L’indignazione è un fenomeno a intermittenza, mentre l’etica è ridotta a un fenomeno di facciata, schiavo delle convenienze.
19 maggio 2026
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