Il contagio della violenza: quando il terrorismo diventa modello
La diffusione del modus operandi terroristico nella violenza individuale. Serve una resilienza democratica nell’epoca del contagio violento
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Il contagio della violenza: quando il terrorismo diventa modello
Valentine Lomellini | 19 maggio 2026La diffusione del modus operandi terroristico nella violenza individuale. Serve una resilienza democratica nell’epoca del contagio violento
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Sono passati più di 50 anni da quando Brian Jenkins, uno dei principali esperti di terrorismo, scriveva: «I terroristi vogliono molte persone che guardano, non molte persone morte». Alla base della sua analisi, vi era il convincimento che il terrorismo fosse una forma di teatro: un palcoscenico da cui poter raggiungere un pubblico che andava ben oltre quello delle immediate vittime. Un obiettivo da ottenere mediante la performance di una violenza accuratamente orchestrata, la sceneggiatura di una tensione drammatica ottimizzata al fine di raggiungere la massima visibilità.
I tragici fatti che hanno travolto l’endemica tranquillità della città di Modena non hanno a che fare col terrorismo. Non sotto il profilo giudiziario, almeno. Ad oggi, infatti, l’accusa a carico di Salim El Koudri è di strage con l'aggravante delle lesioni gravissime. Nessuna imputazione per terrorismo gli è stata contestata. Ma per chi si occupa di sicurezza, la questione non finisce qui. E non per le possibili ricadute in termini di politica interna, come quella relativa al dibattito sul possibile ritiro della cittadinanza. I fatti di Modena aprono un nuovo scenario, in cui gli strumenti del terrorismo vengono utilizzati per fini diversi e da persone che non appartengono a gruppi terroristici e non sono nemmeno «lupi solitari», pronti ad attaccare dopo essersi radicalizzati.
Sono «contagiati» dalle immagini del terrorismo e, in maniera più o meno consapevole, mutuano il modus operandi terroristico quando decidono di attuare un atto di violenza contro la società. Perché, problemi psichiatrici o meno, investire dei passanti è un atto di violenza contro l’intera società, simboleggiata da quelli che – a differenza di El Koudri, stando alle parole utilizzate nelle lettere inviate all’Università di Modena e Reggio Emilia in cui si lamentava per l’impossibilità di trovare un lavoro adeguato al suo diploma di laurea – il sabato pomeriggio possono permettersi momenti di agio nelle strade del centro.
«Contagio», dunque, è la parola chiave. Proprio di teorie del contagio si è lungo dibattuto in seno alla comunità scientifica per comprendere come, nella storia, lo stesso modus operandi sia utilizzato da gruppi terroristici con orientamenti ideologici diversi tra loro e una collocazione geografica che non consente contatti diretti (in un’epoca in cui né internet né i social media esistevano). Il «contagio» avviene in epoca anarchica, a cavallo tra XIX e XX secolo e poi, con un balzo, negli anni ’70, con la prassi dei dirottamenti aerei e delle prese delle sedi diplomatiche. In questo, il ruolo dei media è essenziale: i potenziali terroristi hanno a disposizione tutti gli ingredienti necessari per ridurre le inibizioni nei confronti dell’uso della violenza, avere modelli di riferimento e competenze.
Prima degli anni ’10 del Duemila, l’effetto contagio incontra però un ostacolo: è necessario procurarsi esplosivo, studiare un piano, gestire un gruppo di ostaggi. Sono necessari soldi, premeditazione e un’alta organizzazione.
Ma l’uso di mezzi comuni ovvia il problema. L’attentato di Nizza, il 14 luglio 2016 fa scuola: un automezzo provoca 86 vittime e oltre 400 feriti, da addebitarsi sul conto ferale dell’Isis.
Come gli attentatori dei primi anni del ‘900, i «lone wolves» dei nostri tempi usano mezzi reperibili con facilità.
Ma attenzione: il contagio non è avvenuto solo con chi è disposto ad uccidere per un fine politico.
Si è concretizzato anche in alcuni casi in cui l’obiettivo non lo è, e si esce quindi dalla dimensione del terrorismo. Tre sono gli eventi che sovvengono alla mente. A Graz, in Austria, nel giugno 2015, un ventiseienne investe un gruppo di persone (3 morti, oltre 30 feriti). Una volta arrestato il veicolo, aggredisce alcuni passanti con un coltello. Ha avuto disturbi psichiatrici in precedenza e dice di non aver voluto uccidere nessuno. Le similitudini con il caso di Modena sono impressionanti.
Due anni dopo, a Melbourne, in Australia: un uomo ruba una macchina e si scaglia contro le persone che camminano nel centro commerciale di Bourke Street. Ne ferisce a decine e ne uccide 6, fra i quali un neonato di 3 mesi e una bambina di 10 anni. È affetto da psicosi, fa uso di droghe.
Infine, solo 5 anni fa, a Waukesha, in Winsconsin, un giovane dirige la sua auto contro una parata di Natale, provocando 6 morti e 60 feriti. Nessun collegamento con il terrorismo è provato.
Si tratta di casi per fortuna isolati. E la teoria che vede il contagio passare dall’ambito del terrorismo alla dimensione della violenza individuale è certamente da indagare ulteriormente. Quel che mi pare certo è che l’assuefazione alla violenza e l’aumento dell’estremismo possano favorire questo salto. E che l’unica vera arma che abbiamo è la resilienza collettiva della società e il rafforzamento di valori democratici che sembrano, ad alcuni (ed alcuni giovani, purtroppo), sempre più distanti.
19 maggio 2026 ( modifica il 19 maggio 2026 | 20:28)
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