Pietro Piffetti, l'ebanista delle meraviglie figlio di un oste. Un'intera stanza della biblioteca traslocò da Torino al Quirinale per volere della regina
Corriere della Sera - Cultura

Pietro Piffetti, l'ebanista delle meraviglie figlio di un oste. Un'intera stanza della biblioteca traslocò da Torino al Quirinale per volere della regina

Martedì 19 maggio 2026
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Nato il 20 maggio del 1777 nel capoluogo sabaudo, è stato protagonista internazionale delle arti decorative. Nelle aste ancora oggi i suoi mobili e le console sono battuti a prezzi vertiginosi

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Pietro Piffetti, l'ebanista delle meraviglie figlio di un oste. Un'intera stanza della biblioteca traslocò da Torino al Quirinale per volere della regina

di Paola Stroppiana

Nato il 20 maggio del 1777 nel capoluogo sabaudo, è stato protagonista internazionale delle arti decorative. Nelle aste ancora oggi i suoi mobili e le console sono battuti a prezzi vertiginosi

La stranza di Villa della Regina ora al Quirinale a Roma

Il 20 maggio 1777 moriva a Torino Pietro Piffetti, protagonista assoluto delle arti decorative europee del Settecento e autore di una delle più alte sintesi fra virtuosismo tecnico, cultura figurativa e invenzione ornamentale dell’età rococò. Oggi i suoi mobili sono presenti nelle collezioni permanenti dei grandi musei internazionali, dal Museo Correr di Venezia al Victoria and Albert Museum di Londra, fino al Metropolitan Museum of Art di New York, mentre le sue opere — quando raramente riaffiorano da qualche collezione privata — raggiungono nelle aste cifre vertiginose, contese come massime espressioni della cultura europea del XVIII secolo. 
Nel 2023 sorprese non poco ritrovare uno splendido tavolino su disegno di Filippo Juvarra nell’asta Sotheby’s dedicata a opere provenienti dalla collezione privata della star dell’NBA LeBron James.

Gli inizi e il periodo romano

Nato a Torino il 17 agosto 1701 in un contesto modesto, orfano di madre a sette anni, Piffetti era figlio di un falegname che aprì poi un’osteria. Nonostante un ambiente non facile, a differenza dei numerosi fratelli ricevette un’educazione colta, probabilmente grazie all’aiuto di un religioso amico di famiglia. Le ipotesi più accreditate lo vogliono attivo a Torino già nei primi anni Venti del Settecento. In ogni caso, è certo che nel 1730 si trovasse a Roma, dove entrò in contatto con l’ambiente cosmopolita degli artisti francesi residenti. Qui frequentò il pittore Charles-André van Loo, lo scultore e bronzista Francesco Ladatte e l’ebanista Pierre Daneau, entrando così in contatto diretto con la grande tradizione nord-europea rappresentata da André-Charles Boulle, il maestro che aveva rivoluzionato il mobile barocco attraverso l’uso di tartaruga, ottone, avorio e madreperla.

    Gallery: Le più belle opere di Pietro Piffetti

    Ebanista del re

    È in questo contesto che Piffetti assimila una cultura figurativa e tecnica di straordinaria ampiezza, che al suo ritorno a Torino saprà rielaborare in una cifra personale e riconoscibile. Nel novembre del 1730 Carlo Emanuele III lo chiama a corte e, il 13 luglio 1731, egli ottiene la patente di “primo ebanista della Corte Sabauda”, incarico che manterrà fino alla morte. Nelle sue opere non solo tocca vertici ancora oggi insuperati nella tecnica dell’intarsio, ma rappresenta scene tratte dalla mitologia, da fonti latine e greche o da libri e raccolte poetiche a lui contemporanei, dimostrando una grande cultura letteraria di respiro internazionale.

    Musei e chiesi

    A Torino si conserva oggi il nucleo più importante della sua produzione; tra i capolavori vi è il celebre mobile a doppio corpo conservato al Museo Accorsi-Ometto, firmato e datato 1738 — “Petrus Piffetti invenit, fecit et sculpsit Taurini” — considerato dalla critica internazionale “il mobile più bello del mondo”. Opere fondamentali sono poi custodite a Palazzo Madama: qui l’artista si sbizzarrisce nel decoro di scrivanie, tavoli da centro e inginocchiatoi; trompe-l’œil, giochi illusionistici, prospettive simulate, effetti di profondità e riflessi luminosi ottenuti sempre con l’intarsio trasformano la superficie in uno spazio pittorico, con carte da gioco, messaggi nascosti nelle pagine di libri aperti, oggetti lasciati distrattamente sul tavolo come occhiali e rosari. 
    Nella Palazzina di Caccia di Stupinigi gli arredi a sua firma dialogano con la scenografia juvarriana degli interni, partecipando pienamente alla teatralità della corte sabauda. E ancora, il grande paliotto d’altare della Chiesa di San Filippo Neri rappresenta il vertice spirituale della sua produzione: qui la materia lignea si trasforma in pura vibrazione ottica grazie all’utilizzo di madreperla, avorio, ebano, palissandro, diaspro, lapislazzuli e pietre dure.

    Le opere del Quirinale

    Al Palazzo del Quirinale di Roma è conservato un suo celebre mobile a ribalta e l’intera stanza della biblioteca, già a Villa della Regina a Torino, trasportata a Roma nel 1879 per essere adattata a una delle camere dell’appartamento della regina Margherita. L’ambiente, con scansie e intarsi, è completato da due consoles rivestite in tartaruga con intarsi in avorio che simulano fogli poggiati sul piano: su uno di essi compare la firma di Piffetti.
    In parallelo, è da ricordare la vasta produzione di piccoli oggetti d’uso destinati a una committenza aristocratica, in cui si manifesta pienamente la sua invenzione rococò: croci da tavola, calamai, scatole, ventagli, leggii e oggetti di devozione diventano superfici di esercizio illusionistico, costruite attraverso marqueteries raffinatissime e giochi cromatici sempre più audaci. Anche in questo caso, superfici mosse, profili mistilinei, cartigli rocaille e riflessi cangianti producono un effetto di continua metamorfosi ottica, ancora oggi in grado di suscitare meraviglia.

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    19 maggio 2026 ( modifica il 19 maggio 2026 | 13:35)

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