Pirandello in Piemonte: il rifugio segreto tra le Prealpi che cambiò la sua scrittura
A Coazze, tra boschi e silenzi alpini, lo scrittore siciliano annotò emozioni, personaggi e inquietudini che sarebbero entrati nelle sue opere più celebri
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Pirandello in Piemonte: il rifugio segreto tra le Prealpi che cambiò la sua scrittura
di Carla Piro ManderA Coazze, tra boschi e silenzi alpini, lo scrittore siciliano annotò emozioni, personaggi e inquietudini che sarebbero entrati nelle sue opere più celebri
«Verde pianoro tutt’intorno cinto da le Prealpi; borghicciuol romito, sparso a gruppi qua e là, come dipinto: dolce, ne la memoria, e mesto invito! Tutto pieno di fremiti è il silenzio di quelle verdi alture: acuti, esigui, di grilli fritinnii, risi di rivoli per le zannelle a piè de’ prati irrigui. Oh festa d’acqua che corre, s’affretta, si rompe in cascatelle e si raccoglie per giungere a quel campo che l’aspetta, dove par che la chiamino le foglie!». È l’estate del 1901 quando Luigi Pirandello, in villeggiatura in Piemonte, descrive Cargiore, annotando suoni, colori, impressioni del verde rigoglioso che vede intorno a sé, così diverso dal giallo sole della sua Girgenti.
A Cargiore, alter ego toponomastico di Coazze — nome che ricorrerà in Suo marito e cuore fresco di quella Val Sangone nella quale la borghesia subalpina trascorre l’estate — Pirandello osserva, appunta, annota caratteri e situazioni che troveranno spazio nel Taccuino di Coazze e poi daranno corpo a tipi, prototipi qualche volta, nelle novelle di gioventù. Lì, a Coazze lo ha invitato sua sorella Lina, moglie di un ingegnere minerario trasferito a Torino, Calogero De Castro. È a lui che Luigi indirizza, il 19 agosto 1901, una breve lettera con i dettagli dell’arrivo: «Partiremo probabilmente giovedì venturo. Avviseremo giorno preciso ora arrivo. Fermate quartierino decorrenza giorno 22».
Nel «quartierino», l’appartamento delle vacanze, i Pirandello alloggeranno con i loro tre figli Stefano, Lietta e Fausto. Il 21 dello stesso mese, il telegramma di conferma: «Partiremo domani, giovedì, ore sette. Saremo costà ore 22.46». Costà — scrive Izabela Napiórkowska — è la stazione di Porta Nuova perché la famiglia Pirandello «arriva da Roma, all’epoca più di sedici ore di viaggio. [...] Si fermano per la notte nella casa torinese della sorella Lina in via Bertola 40 (dove oggi c’è il Palazzo della Luce), e ripartono per Giaveno il giorno dopo in tramvia a vapore dalla stazione in via Sacchi.
Da Giaveno verso Coazze percorrono la strada della Buffa, all’epoca l’unica strada carraia oltre alle numerose mulattiere che si snodavano tra le frazioni, facendo ingresso nel paese dalla parte del campanile con la curiosa scritta nera sullo sfondo bianco “Ognuno a suo modo” che da quel momento in poi tornerà nella sua produzione letteraria in varie forme».
Roma, dove la famiglia vive, si è fatta difficile. Troppo cara per le risorse di Luigi, drammaturgo emergente ma ancora lontano dai fasti del Nobel e impoverito dai rovesci economici legati all’estrazione dello zolfo, sul quale ha investito i suoi averi e la dote della moglie. E forse questa vacanza è anche un modo per cercare di ritrovare pace e armonia con lei, Antonietta Portulano. Quella alpestre della Val Sangone è una dimensione nuova, delicatamente provinciale, osservata con amore. Dal Taccuino del 25 agosto: «Domenica. Cielo velato d’umido cinerino, i monti boscosi più prossimi appajon cupi d’ombra; i più lontani sfumano nella nebbia, attediati. Come un armento dal chiuso, escono dalla cattedrale dirimpetto i borghigiani, terminata la prima messa: escono innanzi gli uomini, poi le donne. Han pensato all’anima, forse alla morte; ora la vita li riprende: parlano fra loro, lieti di riudir la loro voce nell’aria fresca del mattino, dopo il silenzio solenne della funzione religiosa».
Altre volte invece le persone sono descritte con ironia tagliente, come per Monsü Grattarola, farmacista di Coazze che gestisce anche l’ufficio postale col telegrafo: «Bel tipo, questo Grattarola! Ha una gamba tirata, e zoppica. Corto, d’una tinta gialliccia; occhi bianchi, baffi grigi alla cinese; parla poco, seccato, antipatico. È anche droghiere e tiene nella farmacia l’ufficio postale. Non gli si può chiedere una lettera se non nelle ore stabilite dall’orario. Non fa alcun favore a nessuno. Talvolta non eseguisce neppure le ricette del dottore, che è costretto a mandare a Giaveno. L’uno dice dell’altro che è un asino, chiel...».
Affiora l’impressione di un mondo viziato da ipocrisie, modi convenzionali o deludenti, come racconta la lettera del 30 gennaio 1900 indirizzata da Pirandello alla sorella Lina e a Calogero per aggiornarli sulle sue speranze di pubblicazione del romanzo L’esclusa, finito già nel 1893. «Ho visto oggi Roux. Mi ha confessato che non ha avuto tempo di leggere L’esclusa. Tuttavia i numerosi impegni già contratti gli vietano di pubblicare il mio lavoro. Solita scusa. La verità è che anche lui mi chiude la porta in faccia, senza aver prima letto l’opera mia. Oramai ci sono avvezzo. Egli parte per Torino questa sera stessa. Tu, carissimo Calogero, fra 2 giorni recati alla Stampa a ritirar il mio manoscritto, che mi rimetterai per pacco raccomandato» (Cargiore, la poesia - 150 Pirandello in Piemonte).
Negli anni che seguono Luigi Pirandello si afferma nei teatri nazionali e internazionali, e tra quelli che ospitano le sue opere ci sono l’ Alfieri e il Carignano di Torino. Ed è in teatro che incontra Marta Abba, abbagliante amore della sue età matura. Quando si incontrano per la prima volta, nel 1925, Marta non ha ancora 25 anni, lui 58. «Io arrivai a Roma accompagnata da mia madre. Era il primo viaggio verso la compagnia con la quale avrei poi dovuto fare la tournée. Sul palcoscenico semibuio intravidi alcune persone; una, era un signore coi capelli d’argento e il pizzetto bianco, piuttosto curvo. Entrai in palcoscenico e qualcuno disse ad alta voce: “È Marta Abba”. Pirandello allora scattò dalla poltrona e mi venne incontro con quella sua stupenda vitalità: non pareva vecchio! Mi strinse ripetutamente la mano e mi disse: “Benvenuta signorina, siamo contenti che sia arrivata!”».
Da quel momento, tra i due — lei «bellissima: fulva occhi di mare, liquidi, pieni di luce» la descriverà in uno dei suoi personaggi femminili — intercorrono 560 lettere che per lo più le scrive il Maestro e a cui Marta risponde senza assecondare la struggente nostalgia d’amore che lo ha preso. «Dopo tre anni di starti vicino — le scrive nel marzo del ’29, lui a Berlino, lei a Milano — ora, senza di te, per quanto mi sforzi, per quanto cerchi di resistere, sento che muoio perché non so più che farmene della vita, in questa atroce solitudine; non ha più senso vivere, né valore, né scopo. Se perdo te, perdo tutto». Non la perderà, né mai l’avrà veramente, Marta resterà in equilibrio tra attrazione e prudenza, per sempre allieva di un mentore innamorato. «La prego caldamente, caro Maestro, di stracciare le mie lettere, che purtroppo non sono un saggio di bello scrivere, scrivendole come faccio in fretta e in furia senza concentrazione».
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19 maggio 2026
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