La storia di Fedora Donati, la scalatrice oscurata dalla Storia. Le salite estreme con gli alpinisti più famosi ma nessuno la ricorda
Corriere della Sera - Cultura

La storia di Fedora Donati, la scalatrice oscurata dalla Storia. Le salite estreme con gli alpinisti più famosi ma nessuno la ricorda

Lunedì 18 maggio 2026
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Nata in Trentino nel 1930, iniziò a scalare giovanissima condividendo le pareti con alcuni dei più noti alpinisti italiani. Scalava sempre con le unghie curate: «Perché anche le aquile hanno gli artigli»

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La storia di Fedora Donati, la scalatrice oscurata dalla Storia. Le salite estreme con gli alpinisti più famosi ma nessuno la ricorda

di Chiara Marsilli

Nata in Trentino nel 1930, iniziò a scalare giovanissima condividendo le pareti con alcuni dei più noti alpinisti italiani. Scalava sempre con le unghie curate: «Perché anche le aquile hanno gli artigli»

Un’«aquila» dalle unghie laccate di rosso, che scalava le vette più impervie senza rinunciare al rossetto. Fedora Donati, una delle prime alpiniste trentine: conquistatrice delle montagne e donna capace di mettere in crisi gli stereotipi e le convenzioni sociali dell’epoca. Tanto da essere protagonista di una serata-evento, lo scorso 8 maggio, dalla Sat di Mezzolombardo, con la presenza della nipote Monica Baldessari e della guida alpina e fraterno amico di Donati, Armando Costa, in dialogo con la giornalista Monica Malfatti. Fedora Donati nacque a Mezzolombardo il 14 gennaio 1930 e iniziò a scalare giovanissima insieme alla sorella maggiore Teresa, fino a diventare socia della sezione Rotaliana della Società degli Alpinisti Tridentini (Sat), appena costituita. 

Le scalate

Dotata di quell’intuito che in parete consente di leggere la roccia e di individuare l’appiglio nascosto, grazie alla sua determinazione arrivò a confrontarsi con un mondo che all’epoca era quasi esclusivamente maschile. Sui sentieri e sulle vie delle Dolomiti di Brenta incontrò tutti i grandi dell’alpinismo, Cesare Maestri, Bruno Detassis, Marino Stenico altri. Con molti di loro il legame durò oltre le arrampicate. «Con Maestri andavano a scalare insieme, poi rimasero amici, lui andava a Mezzolombardo a trovarla - ricorda la nipote Monica Baldessari -. Si continuarono a sentire per tutta la vita. Quando mia zia morì, venne anche al funerale». Il curriculum alpinistico di Fedora Donati ne testimonia lo spirito impavido: oltre cento salite di altissimo livello, dallo Spigolo Fox e la parete Preuss del Campanile Basso, allo Spigolo Dibona sul Croz dell’Altissimo, passando per lo Spigolo Nord del Crozzon di Brenta. La sua attività non si limitò al Gruppo di Brenta, ma la spinse anche sull’Ortles, sul Cevedale, sulla Presanella e altre cime trentine. «È stata una figura importante», ricorda la guida alpina Armando Costa.

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«Anche le aquile hanno artigli»

Tuttavia nelle cronache alpinistiche dell’epoca Fedora Donati risulta sempre esclusa, un’assenza forse dovuta a negligenza documentale, oppure a una cultura alpinistica maschilista, che faticava a includere le donne nel racconto epico e tendeva a oscurarle. Donati conquistò le cime del Brenta e la stima dei colleghi senza nascondere femminilità. «Era sempre molto curata - conferma Baldessari -. Si vestiva in maniera appariscente, le piaceva molto. Indossava abiti colorati: verde acido, giallo, verde pavone, vestiti vivaci, i tacchi alti già dalla mattina quando era in paese». Una volta calzate le pedule e lasciata la valle, Donati non rinunciava al trucco nemmeno in vetta. In un incontro con la nipote, Cesare Maestri, «il ragno delle Dolomiti», ricordò che l’alpinista era solita struccarsi la sera in bivacco, per poi ri-truccarsi la mattina dopo, prima di annodare le corde e riprendere la via. Tra le sue passioni e come tratto distintivo c’erano le unghie, sempre molto curate, lunghissime e laccate di rosso, che venivano considerate poco adatte all’attività di arrampicata su roccia. Un’osservazione (o una presa in giro) mossa da Maestri a Donati, che però rispondeva: «Anche le aquile hanno notevoli artigli». E i fatti dimostrano che le unghie lunghe e curate non le impedirono raggiungere i suoi obiettivi sportivi.

La malattia

Fedora Donati affrontò gli ultimi mesi di vita e la morte con lo stesso pragmatismo che metteva nella preparazione dell’attrezzatura da montagna. Dopo la diagnosi di tumore nel giugno del 1998 (morì nel dicembre di quell’anno), Fedora Donati si preparò con lucidità, scegliendo tra le altre cose anche il vestito con cui desiderava essere sepolta. «Mia zia era una persona un po’ fuori dalle righe rispetto alla banalità delle cose che si danno per scontate», conclude la nipote. Una figura ricordata come esempio di coraggio, intraprendenza, oltre stereotipi e luoghi comuni.

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18 maggio 2026 ( modifica il 18 maggio 2026 | 18:50)

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