Paolo Manera: «Dall'oratorio passai alla musica rock, per dodici anni ho scritto i dialoghi di "Un posto al sole". Io ribelle? No, indisciplinato»
Corriere della Sera - Cultura

Paolo Manera: «Dall'oratorio passai alla musica rock, per dodici anni ho scritto i dialoghi di "Un posto al sole". Io ribelle? No, indisciplinato»

Lunedì 18 maggio 2026
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Il direttore di Film Commission Torino Piemonte si racconta: «Ho cercato di nobilitare e accendere i riflettori sul mondo del cortometraggio e del documentario, considerati erroneamente opere minori»

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Paolo Manera: «Dall'oratorio passai alla musica rock, per dodici anni ho scritto i dialoghi di "Un posto al sole". Io ribelle? No, indisciplinato»

di Antonella Frontani

Il direttore di Film Commission Torino Piemonte si racconta: «Ho cercato di nobilitare e accendere i riflettori sul mondo del cortometraggio e del documentario, considerati erroneamente opere minori»

Paolo Manera (nel riquadro) alla chitarra con i Barflies nel 1988

Paolo Manera, direttore della Film Commission Torino Piemonte, ha alle spalle un lungo curriculum di critico cinematografico, organizzatore, autore televisivo e radiofonico, sul volto un sorriso travolgente e, nel profondo, un’anima rock. Nel 2020 Alberto Campo, tra i più importanti critici musicali italiani, dedicò una serie di interviste ai gruppi cult che hanno prodotto un disco e poi sono scomparsi. La terza intervista fu dedicata alla sua Bandamanera.

Quando nacque la passione per la musica?
«La passione per la musica blues, soul, punk e rock risale agli anni del liceo scientifico Marie Curie, luogo del mio “Big Bang”. Abbandonai la timidezza e mi unii ad un gruppo in cui suonavo l’armonica e cantavo».

Quella fu la prima esperienza di palcoscenico?
«No, le prime esibizioni musicali avvennero in parrocchia, luogo di aggregazione fondamentale per la mia formazione dove è iniziata la dimensione dell’impegno sociale».

Di che parrocchia stiamo parlando?
«Parrocchia Santissimo Nome di Maria, nel quartiere Mirafiori Nord. La mia prima esperienza di “internazionalità” fu la rete di parrocchie e movimenti giovanili della regione».

E come passò dall’oratorio alla musica rock?
«Grazie alla radio, ai giornali, ai cugini più grandi e anche agli animatori della stessa parrocchia che ascoltavano la “musica del diavolo”».

Si avvicina Bandamanera...
«Erano gli anni dell’università e i miei luoghi diventarono via Verdi e il quartiere San Salvario che era per me la zona più cool della città in cui si concentravano club come Il Cammello e l’African Club. Lasciare Mirafiori Nord per San Salvario rappresentava per me il passaggio tra il New Jersey e New York. Mi sentivo un po’ Lou Reed che lasciava Long Island».

Studi umanistici, giusto?
«Certo. Mi iscrissi alla facoltà di Lettere Moderne e la mia prima folgorazione fu per il corso di Storia del teatro tenuto da Gian Renzo Morteo».

Iniziò ad intuire la sua strada?
«Iniziai a sentirmi attratto dal mondo culturale. Fu la scoperta per la performance, per i contenuti ma anche per l’aspetto organizzativo dello spettacolo».

Quale fu il primo lavoro?
«Durante gli anni universitari, mi occupai, per tre anni, di allestimento suoni e luci presso la Cooperativa Musica Dal Vivo e altri service. Ho montato microfoni e luci per teatri, concerti, convegni, sfilate di moda».

Ma… Bandamanera?
«Prima, nel 1987, feci nascere, insieme con mio fratello Enrico, un gruppo musicale dal nome Barflies, in omaggio a Charles Bukowsky».

Sono pezzi rintracciabili in rete?
«Sono ben nascosti, per fortuna. E arriviamo a Bandamanera, con Enrico, Alessandro Romero e Mario Congiu, che nasce nel 1992 per durare fino al 1997. Era arrivato il momento di cantare in italiano».

Un genere musicale impegnato politicamente?
«Scegliemmo di non seguire l’onda politica che ispirava tanti gruppi. Le nostre tematiche erano soprattutto esistenziali, sentimentali».

Sturm und Drang: Tempesta e sentimento?
«Qualcosa del genere. Ci definivamo un po’ la versione italiana dei gruppi di Seattle, come i Nirvana».

Ma poi arrivò il cinema.
«C’era già dal 1987: la scelta verteva tra due cattedre di Storia e critica del Cinema, quella di Gianni Rondolino e quella di Paolo Bertetto. Io, come gli altri avanguardisti, tra cui Nicola, il figlio di Rondolino, scelsi la seconda. Scoprii con entusiasmo la cittadella del cinema formata da archivi, centri studi, manifestazioni come il Festival Internazionale Cinema Giovani, Aiace e, soprattuto, il backstage».

Il backstage?
«Sì, scoprii che il backstage nel cinema è un mondo più esteso e per me quasi più interessante della scena stessa».

A proposito del Merenghetti?
«Sono stato un collaboratore della prima redazione del dizionario».

Ma c’è anche «Un posto al sole»…
“È vero, per dodici anni ho scritto i dialoghi della soap che è in onda dal 1996».

Tra le esperienze lavorative anche un magazzino di stoccaggio e spedizione pellicole.
«Sì, non è stato un passaggio breve: sette anni».

Da neolaureato, quale fu il primo incarico della nuova fase di vita?
«Divenni responsabile della pre-selezione dei cortometraggi internazionali al Festival Cinema Giovanni, grazie a Steve Della Casa».

Tante attività contemporaneamente.
«Sì, infatti, ho sospeso gli esami per cinque anni, per poi terminare gli studi alla soglia dei trenta, momento della svolta».

Cosa accadde?
«Diedi un taglio: terminai gli studi, sospesi la musica e lasciai il lavoro in magazzino».

C’è stata una figura che ha ispirato e sostenuto questa svolta?
«Sì, Elena, ora mia moglie, che, dopo anni di vita all’estero, in quel momento si trovava a Torino di passaggio…».

Da quanti anni state insieme?
«Beh, sono quasi trenta…».

Il vostro più grande progetto?
«Una famiglia, una casa, e Sofia, nostra figlia, nata sette anni dopo».

Mi direbbe tre aggettivi per descrivere sua figlia?
«Preferirei evitare... Non so esternare così tanta gioia».

Si definisca come padre.
«Cerco di essere divertente. Nel contempo, ho cercato di insegnarle la fiducia in se stessa».

Si sente un combattente?
«Più che altro, appassionato. Credo molto nella mediazione e nell’arte dell’incontro».

È un ribelle?
«No, sono indisciplinato, ma è un aspetto che considero anche un punto di forza».

Soffermiamoci sulla differenza.
«Il ribelle diventa personaggio, l’indisciplinato lavora per cambiare davvero il sistema».

La sua piccola rivoluzione?
«Ho fatto la mia parte per nobilitare ed accendere i riflettori sul mondo del cortometraggio e del documentario, considerate erroneamente opere minori».

Un ambito in cui potrebbe migliorare?
«Nella direzione del personale».

Quella volta che…?
«Provai vergogna. Quando coinvolsi mio padre, grande lavoratore che definiva il mio impegno “leggero”, a passare un giorno in un magazzino di stoccaggio. Volevo provocare e prendermi un po’ di rivincita, ma quando, alla fine della giornata, lessi la fatica nei suoi occhi provai solo vergogna».

Che fine ha fatto la musica nella sua vita?
«Continua con passione, per il momento, solo nel mio mondo, appena ho un momento libero».

Quante chitarre possiede?
«Quindici (credo)».

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