Donne, Veneto e misteri: «La madre del mare», il nuovo romanzo di Marco Franzoso. «È una storia autobiografica, questo libro mi ha svuotato, ora faccio una pausa»
Lo scrittore veneziano indaga tra le relazioni famigliari, i non detti, i rancori, i sensi di colpa e quell’amore «congelato» che non trova pace. Il 27 maggio la presentazione al teatro Dario Fo di Camponogara, nel Padovano
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Donne, Veneto e misteri: «La madre del mare», il nuovo romanzo di Marco Franzoso. «È una storia autobiografica, questo libro mi ha svuotato, ora faccio una pausa»
di Francesca VisentinLo scrittore veneziano indaga tra le relazioni famigliari, i non detti, i rancori, i sensi di colpa e quell’amore «congelato» che non trova pace. Il 27 maggio la presentazione al teatro Dario Fo di Camponogara, nel Padovano
Una famiglia lacerata da una ferita antica. Una madre che dopo quindici anni torna dai figli. La voglia di ricominciare, nonostante tutto. E il mare sullo sfondo, scenario reale e metaforico che racconta il paesaggio, anche interiore. Si snoda attorno a questi temi il nuovo romanzo dello scrittore veneziano Marco FranzosoLa madre del mare (Mondadori, 214 pagine, 19 euro). Una storia ambientata nel paesaggio Veneto, che ha il ritmo del mistery e la costante sensazione di un dramma tra le pagine, una tragedia che si scopre e verrà svelata procedendo nella lettura. Un racconto di donne, soprattutto, lo scrittore focalizza lo sguardo su madre, figlia, nonna. Gli uomini restano sullo sfondo, a parte il figlio, protagonista e voce narrante.
Franzoso indaga tra le relazioni famigliari, i non detti, rancori, sensi di colpa e quell’amore «congelato» che non trova pace, né sbocco. È la storia di una famiglia che ripara una frattura, che perdona, affronta il dolore guardandolo negli occhi. Un romanzo sull’amore familiare: fratture, lontananze, coraggio e forza di chi sceglie di non lasciare indietro nessuno.
Marco Franzoso presenta il romanzo La madre del mare il 27 maggio al teatro Dario Fo di Camponogara, nel Padovano (ore 20.45).
Franzoso, dove nasce questa storia?
«È una storia che parte dalla mia infanzia, dai ricordi di quando d’estate andavamo al mare nei luoghi che racconto, Bibione, la laguna di Marano, per me un paradiso della memoria. Ho fatto un lavoro molto profondo, anche personale per scriverlo, ho parlato a lungo con i miei zii per costruire i personaggi del romanzo, loro mi hanno riportato a quegli anni dell’infanzia, le estati infinite al mare, il boom economico, la famiglia di costruttori da cui provengo. Una storia autobiografica, impegnativa. Un libro che mi ha svuotato».
Memoria e relazioni: è anche un romanzo sulla colpa?
«Non esiste la colpa, credo, ma le persone con le loro tante sfaccettature e ambivalenze. Di sicuro ho voluto raccontare sentimenti profondi, quelli originari di una famiglia, anche se spezzati possono essere ricomposti. Siamo esseri umani imperfetti, contraddittori».
La famiglia è al centro e il racconto si sofferma molto sulle fragilità (e rinunce) della madre. Un tema affrontato anche in altri suoi libri. Perché?
«Sì, lo sguardo è focalizzato sulla madre, che ha delle fragilità, è vero, ma in realtà in questa famiglia è la persona che ha la forza di tornare a ricostruire tutto, con tenacia e ostinazione. Fa un lavoro duro per riuscirci. Quello che emerge è che volersi bene non basta, per ricucire strappi e ferite ci vuole una grande volontà. La madre in questa storia capisce che per rimarginare certe cicatrici bisogna tornare a guardarle senza paura».
Cosa l’ha spinta a scrivere questa storia?
«È stato un libro difficile, ho iniziato a scriverlo quindici anni fa. Avevo voglia di raccontare una famiglia tra contraddizioni e difficoltà. E una storia con alla base il peggiore dei drammi possibili. Nonostante questo, volevo dimostrare che si può sempre trovare una strada per rimarginare anche le ferite più profondo. E si può riuscire a trovare il nostro posto nel mondo. È un romanzo sulla possibilità di ricominciare sempre e comunque. Chi se n’è andata è una madre che ritorna quando nessuno della famiglia l’aspettava più. Allo stesso tempo è la storia di un figlio che impara di nuovo a muovere i primi passi con lei, dopo 15 anni. Una famiglia che non cerca risposte, ma impara piano, piano a porre le domande giuste, ricordi che riaffiorano e un presente che riprende senso e si ricompone. Sullo sfondo il mare, dove tutto era iniziato e dove tutto sempre ritorna».
Nel romanzo la sparizione della madre è raccontata come supremo atto di amore.
«Sì, la sparizione, per quindici anni, si rivela un grande atto d’amore. In questo modo la madre vuole proteggere da sé i figli, difenderli. Ritorna solo quando capisce che può farcela a costruire una relazione con loro».
Cosa le piacerebbe lasciasse questo romanzo in chi lo legge?
«Scrivendolo ho voluto godermi il piacere della scrittura, vorrei che in chi lo legge restasse il piacere della lettura, riuscendo a entrare nelle sensazioni, emozioni, paure raccontate. Vorrei che si lasciasse portare via dalla storia. Rivendico i libri che costringono a fermarsi, riconciliano con il piacere di leggere. In un’epoca forsennata in cui anche la letteratura è sempre funzionale a qualcosa. Mi piacerebbe davvero che questo romanzo diventasse una pausa, solo per il piacere di leggere».
I suoi libri Il bambino indaco e La lezione sono diventati film per il cinema, L’innocente per Netflix. Ormai ogni suo romanzo è richiesto sullo schermo. Anche La madre del mare diventerà una sceneggiatura?
«C’è interesse. Ma scrivere questo romanzo mi ha svuotato, ho bisogno di una pausa. In questo momento ho solo il desiderio di fare lunghe passeggiate al mare o in montagna».
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