Dalla Thailandia al Museion, l'artista Som Supaparinya interroga il senso dello sviluppo «dannoso»
Corriere della Sera - Cultura

Dalla Thailandia al Museion, l'artista Som Supaparinya interroga il senso dello sviluppo «dannoso»

Domenica 17 maggio 2026
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La video-opera «Mo num en ts» si concentra sulle ferite al paesaggio asiatico imposte dalla Guerra fredda. La sala proiezioni del museo diventa laboratorio di autopsia storica, fino al 14 giugno

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Dalla Thailandia al Museion, l'artista Som Supaparinya interroga il senso dello sviluppo «dannoso»

di Silvia M. C. Senette

La video-opera «Mo num en ts» si concentra sulle ferite al paesaggio asiatico imposte dalla Guerra fredda. La sala proiezioni del museo diventa laboratorio di autopsia storica, fino al 14 giugno

Il paesaggio non è mai neutro: sotto la superficie di una valle allagata, tra le venature del cemento di una diga o lungo il tracciato di una rete elettrica si nascondono sedimenti di ambizione politica, sogni di modernità e cicatrici ecologiche. È da questa consapevolezza che muove «Mo num en ts», la videoinstallazione dell’artista thailandese Som Supaparinya protagonista, a Museion, di un’esposizione che trasforma la sala proiezioni del piano inferiore in un laboratorio di autopsia storica. Inaugurata ufficialmente venerdì, dopo l’anteprima e il talk con l’artista e il mecenate Han Nefkens, l’opera rimarrà visibile fino al 14 giugno segnando una tappa fondamentale di un progetto che ha già toccato Vietnam, Giappone, Danimarca e Cina.
Nata a Chiang Mai nel 1973, Som Supaparinya è una pioniera dell’installazione video multicanale: una ricercatrice che fonde il rigore del documentario con la forza dell’astrazione visiva. Per questo nuovo lavoro, realizzato grazie al Southeast Asian Video Art Production Grant 2024, l’artista si è immersa negli archivi della Guerra fredda per interrogare il presente del Sud-est asiatico. Il titolo stesso, scandito in sillabe quasi a voler scomporre il peso della pietra, suggerisce il cuore della ricerca: perché costruiamo infrastrutture che, col tempo, si rivelano dannose? E perché, quando la loro funzione originaria esaurisce o diventa nociva, queste rimangono lì, erette come simulacri di un potere passato? 

Il video, realizzato nel corso del 2025, si sviluppa attraverso una struttura visiva frammentata in cui l’uso dello split screen, una tecnica che fraziona lo schermo in diverse inquadrature, mette in dialogo riprese attuali sul campo e materiali di propaganda dell’epoca. Negli anni della Guerra fredda la Thailandia doveva essere l’avamposto del «mondo libero» e il progresso veniva «venduto» attraverso i media dell’agenzia americana Usis come un pacchetto inscindibile: concorsi di bellezza come Miss Universo, esportazione massiccia di riso e, soprattutto, la costruzione di mastodontiche dighe. «Ma le dighe non sono solo cemento o ferro - suggerisce la visione dell’artista -. Sono monumenti persistenti che continuano a modellare territori e comunità». Supaparinya si sofferma su giganti come la diga Bhumibol e la Pak Mun, simboli di una nazione che voleva gridare la propria modernità. Ma se negli Stati Uniti le vecchie barriere vengono oggi rimosse per ripristinare gli equilibri naturali, in Thailandia esse restano intoccabili, santificate dalla storia. 

L’opera indaga anche l’influenza culturale profonda di quegli anni, mostrando come la musica pop americana abbia contaminato persino il Molam, la musica tradizionale thailandese, in un processo di colonizzazione dell’immaginario che passava per le frequenze radio e i rotocalchi. Il paesaggio emerge così come un «archivio vivente» in cui le decisioni politiche di mezzo secolo fa restano inscritte nel suolo, alterando i flussi dei fiumi e le vite di chi li abita. L’arrivo di questo progetto a Bolzano è il frutto di una sinergia internazionale che vede Museion al centro di un dialogo transnazionale. «La collaborazione con la Han Nefkens Foundation ci permette di impegnarci direttamente nella produzione di nuove opere e di mettere in collegamento il pubblico locale con prospettive globali - spiega il direttore Bart van der Heide -. Partnership di questo genere sono essenziali per il ruolo odierno di un museo: essere protagonista attivo in un dialogo che unisce eccellenze locali e discorso globale».

Al termine del tour internazionale, «Mo num en ts» entrerà ufficialmente nella collezione di Museion, a testimonianza di una ricerca che non si limita a osservare il passato ma interroga sulla responsabilità delle nostre costruzioni. Attraverso lo sguardo di Supaparinya il visitatore è invitato a guardare oltre la monumentalità del progresso, per scorgere, tra le pieghe del video, la negoziazione costante tra uomo, ideologia e ambiente, e vedere il mondo come un insieme stratificato di storie che, come l’acqua dietro una diga, premono per essere raccontate.

17 maggio 2026

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