La figlia Agata racconta Alighiero Boetti a 10 anni dal libro su di lui, nato come lettera ai figli: «Io cresciuta nel suo mondo magico»
Corriere della Sera - Cultura

La figlia Agata racconta Alighiero Boetti a 10 anni dal libro su di lui, nato come lettera ai figli: «Io cresciuta nel suo mondo magico»

Domenica 17 maggio 2026
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«Era un adorabile genio. Alighiero resta mio padre. Boetti è l’artista sul quale lavoro da 32 anni»

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La figlia Agata racconta Alighiero Boetti a 10 anni dal libro su di lui, nato come lettera ai figli: «Io cresciuta nel suo mondo magico»

di Paola Stroppiana

«Era un adorabile genio. Alighiero resta mio padre. Boetti è l’artista sul quale lavoro da 32 anni»

Nel panorama dell’arte del secondo Novecento, Alighiero Boetti (Torino, 1940 - Roma, 1994) occupa una posizione singolare: figura centrale della stagione dell’Arte Povera, e al tempo stesso eccentrica rispetto a ogni definizione, capace di costruire un universo visivo personalissimo e originale fondato su sistemi, dualità, tensioni tra ordine e disordine. Le sue opere — dalle Mappe ai Tutto — sono assimilabili a forme di pensiero che interrogano il mondo e i suoi codici. Nato a Torino nel 1940, in una famiglia di origine aristocratica — figlio dell’avvocato Corrado Boetti e della violinista e ricamatrice Adelina Marchisio — Boetti si forma in un ambiente in cui rigore intellettuale e sensibilità manuale convivono precocemente. Torino rappresenta per lui il luogo delle origini e il primo laboratorio in cui sperimentare: qui scopre le opere di Lucio Fontana, qui abbandona gli studi universitari per dedicarsi all’arte, qui esordisce nel 1967 presso la Galleria Christian Stein, entrando nel cuore di una stagione di radicale novità espressiva. 
Se da un lato condivide con gli artisti poveristi una riflessione sulla materia e sull’oggetto, dall’altro se ne distacca precocemente, orientando la propria ricerca verso nuovi processi operativi. La sua vita privata si intreccia costantemente con il lavoro: dal sodalizio con la moglie Annemarie Sauzeau, stimata critica d’arte, alla nascita dei figli Matteo e Agata, fino a una concezione dell’esistenza in cui ogni gesto quotidiano si configura come atto creativo. Una traiettoria intensa e coerente, interrotta prematuramente nel 1994, quando muore a Roma a soli cinquantatré anni.

Oggi le sue opere sono collezionate in tutto al mondo e al centro di numerose mostre e retrospettive. Alla memoria dei genitori — e in particolare al rapporto con la figura paterna — Agata Boetti (Torino, 1972) aveva dedicato nel 2016 il volume Il gioco dell’arte con mio padre, Alighiero (Mondadori Electa), nato come lettera privata ai figli, un racconto autobiografico di ricordi e immagini.

Il suo libro era costruito come una «lettera» ai suoi figli per raccontare suo padre. In che modo la memoria privata si è trasformata in racconto?

«Alla scomparsa di mia madre, i miei figli mi hanno ironicamente lanciato la sfida di parlar loro un giorno del loro nonno Alighiero e non sempre sentire parlare solo di Boetti… Quando la lunga lettera piena di immagini era quasi finita, cosciente che i miei ricordi paterni si svolgevano principalmente in studio e attorno a idee, creazioni, giochi, carte e matite colorate, ne parlai a Jean-Christophe Ammann, che non era per me solo il direttore scientifico del nostro Catalogo Generale, ma anche affettivamente persona di famiglia. Dopo averlo letto, mi pregò di condividere questo nuovo punto di lettura con gli appassionati di Boetti».

Nei suoi ricordi emerge una coincidenza quasi totale tra vita e opera. Quando ha compreso che «Alighiero» e «Boetti» erano, in realtà, inseparabili?
«Quando mi misi a scrivere, per giorni cercavo di ricordarmi di feste di compleanni, natali, giri in bicicletta e gite turistiche. Niente, nessun ricordo con mio padre. Ma invece i mille e uno ricordi con lui erano sempre legati ai nostri giochi, alle sue opere, al suo mondo. Perché il suo mondo era magico e giocoso, ideale per una bambina».

Il suo sguardo si è formato all’interno di una famiglia in cui la riflessione sull’arte era centrale. Che ruolo ha avuto sua madre, Annemarie Sauzeau, in questo percorso?
«Il ruolo di Annemarie è stato indispensabile sia per la famiglia di Alighiero che per la carriera di Boetti. Lei era il pilastro di casa su cui tutto riposava. All’inizio del suo lavoro, Annemarie era per suo marito anche l’assistente, la consigliera, la musa. Gli faceva scoprire letteratura, altri pittori, altri mondi. Lo portò anche a vivere qualche anno a Parigi».

C’è stato un momento in cui la dimensione pubblica dell’opera ha invaso quella privata, costringendola a ridefinire il suo rapporto con la figura di suo padre?

«Alla prima mostra dopo la sua scomparsa, era proiettato un video dove si vedeva lo studio a Trastevere. A volte si vedevano oggetti privati o familiari, come l’amaca sulla quale dormivo in studio e una mia pantera rosa. Mi era così insopportabile che tutti potessero vederli, che mi ero messa davanti per impedire al pubblico di visionare il video. Poi mi sono velocemente abituata a condividere mio padre con gli altri. Alighiero resta mio padre. Boetti è l’artista sul quale lavoro da 32 anni».

Dirigere oggi l’Archivio Alighiero Boetti significa confrontarsi con una responsabilità storica. Come vive questo compito?

«Ho coscienza dell’ampiezza e dell’importanza del lavoro che svolgiamo in archivio. Penso anche che lo facciamo molto seriamente e bene. Ne sono molto fiera, e sono sicura che anche lui lo è. Pian piano siamo riusciti a catalogare un’opera incatalogabile e complessa. Come direbbero certi: siamo riusciti a mettere ordine in un disordine impressionante! Con l’uscita della prima parte del 4° tomo del catalogo generale ci siamo avvicinati al compimento del nostro obiettivo. Abbiamo archiviato quasi la totalità delle opere di Boetti».

Come procedete?
«Da gennaio, da quando ho portato a Parigi l’Archivio, io e la mia collaboratrice Arianna Mercanti (che mantiene una presenza dell’Archivio in Italia, sempre a Roma) continuiamo a studiare le opere, a seguire le mostre e pubblicazioni e una certa gestione quotidiana dell’Archivio per rispondere alle diverse richieste dei collezionisti. Abbiamo poi cominciato un enorme lavoro di digitalizzazione di tutti i materiali (e sono davvero tanti). Foto di mostre, foto biografiche, inviti, comunicati stampa, articoli, pubblicazioni, bozzetti, corrispondenze. Materiali di studio che mettiamo e metteremo sempre di più a disposizione di ricercatori, studenti e appassionati. E quando avremo finito proprio tutto, cederò l’archivio ad un museo. Mi piacerebbe riportare Boetti a Torino. A casa. Forse al Castello di Rivoli? Si vedrà».

Se dovesse rispondere oggi alla domanda «chi era suo padre», cosa direbbe, in una frase?
«Un adorabile genio che ci fa intravedere la bellezza in tutto quello che abbiamo sotto gli occhi nel quotidiano, ma che non prendiamo mai il tempo di vedere davvero».

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