Contro l’indifferenza iniziamo a immaginare la pace
Bisognerebbe cominciare a farlo a partire dal riconoscimento del volto dell’Altro, chiunque sia l’Altro di fronte a noi, perché è questo che fa la guerra: cancella i volti, riducendo l’Altro a pura e semplice «nemicità»
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Contro l’indifferenza iniziamo a immaginare la pace
Niccolo Nisivoccia | 16 maggio 2026Bisognerebbe cominciare a farlo a partire dal riconoscimento del volto dell’Altro, chiunque sia l’Altro di fronte a noi, perché è questo che fa la guerra: cancella i volti, riducendo l’Altro a pura e semplice «nemicità»
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Forse, davanti al dilagante realismo del nostro tempo secondo cui la violenza e la guerra sarebbero eventi naturali a cui è perfino inutile resistere, bisognerebbe compiere uno sforzo di immaginazione, di vera e propria fantasia: bisognerebbe cercare di pensare la pace come cosa possibile. Bisognerebbe prima di tutto cercare di immaginarla, appunto: come premessa per poter poi provare a costruirla. E bisognerebbe cominciare a farlo a partire dal riconoscimento del volto dell’Altro, chiunque sia l’Altro di fronte a noi, perché è questo che fa la guerra: cancella i volti, riducendo l’Altro a pura e semplice «nemicità», impersonale e confusa. Ed è questa «nemicità», infine, a non lasciare alternative diverse dal vincere o soccombere.
Ecco: occorrerebbe restituire visibilità al volto dell’Altro, e tornare a guardarlo, a concedergli attenzione, a riconoscerlo come appello etico che ci richiama alla nostra responsabilità. «L’infinito nel volto dell’Altro», leggiamo in una delle poesie che compongono una recentissima raccolta di Francesca Mannocchi, Crescere, la guerra (Einaudi): «quel richiamo che non si esaurisce,/che ci tiene desti».
Bisognerebbe, in altre parole, saper vivere senza voler vincere. E quindi provare a configurare un nuovo ordine giuridico e sociale — come suggeriscono Adolfo Ceretti e Roberto Cornelli in un libro molto importante a sua volta appena uscito da Feltrinelli, «Per una pace possibile» — cui interessi piuttosto la cura delle ferite e delle fragilità; che rinunci al dominio, alla sopraffazione, e scommetta invece sulla possibilità della convivenza e della relazione; che concepisca il compromesso non come debolezza ma come virtù e come sinonimo di vita, attraverso l’assunzione da parte delle istituzioni di una «terzietà» che si offra quale principio di dialogo e di apertura.
Si tratta di immaginare e costruire una società più giusta, in assoluto. Ma d’altronde cosa dovrebbe fare il diritto se non rendere immaginabile la giustizia, o addirittura la felicità? E se non è immaginabile la giustizia, si capisce, non può esserlo neppure la pace. Figuriamoci la felicità.
16 maggio 2026
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