Il coraggio della democrazia
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Il coraggio della democrazia

Sabato 16 maggio 2026
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Chi smette di credere nelle istituzioni liberali, può credere a qualsiasi demiurgo. L’avanzata del pericolo populista

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Il coraggio della democrazia

Goffredo Buccini | 16 maggio 2026

Chi smette di credere nelle istituzioni liberali, può credere a qualsiasi demiurgo. L’avanzata del pericolo populista

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Il paradosso inglese parla a tutte le democrazie liberali: come un caso di scuola. In dieci anni la Brexit ha abbattuto di circa il 10% la potenziale crescita dell’economia britannica. Secondo il National Institute of Economic and Social Research, il suo impatto negativo può aumentare gradualmente, raggiungendo il 5-6% del Pil, ovvero circa 2.300 sterline pro capite, entro il 2035. Secondo Bloomberg Economics è costata tra i 100 e i 200 miliardi di sterline l’anno. I cittadini del Regno Unito hanno saggiato questo atto di puro autolesionismo nelle loro tasche. A suo tempo, il divorzio da Bruxelles fu sostenuto (anche tramite canali finanziari occulti) dalla Russia di Vladimir Putin, agli esordi delle proprie strategie neoimperiali contro l’Occidente. «Abbiamo sconfitto i britannici, sono in ginocchio e non si rialzeranno per molto», si lasciò scappare l’ex ambasciatore putiniano a Londra, Alexandr Yakovenko, quando il 23 giugno 2016, per appena 650 mila voti, il leave la spuntò al referendum.

Accade tuttavia che Nigel Farage, il più noto promotore dell’uscita dalla Ue, esattamente dieci anni dopo, furoreggi nei sondaggi, stia mettendo alle corde il governo laburista guidato da Keir Starmer e abbia da poco riportato un formidabile successo alle recenti elezioni amministrative col suo nuovo partito, Reform Uk. «E il meglio deve ancora venire», ha detto col medesimo sorriso sfacciato che nel 2016 prometteva ai britannici una cornucopia di 350 milioni di sterline a settimana per il servizio sanitario nazionale se la Gran Bretagna avesse smesso di mandare i propri contributi all’Unione europea. Una balla. Quando, a referendum vinto, qualcuno gliene chiese conto, lui sorrise ancora.

Ora la questione è semplice: come è possibile che un tribuno delle fake news possa seriamente aspirare al governo anche dopo che le sue bufale sono state disvelate nel loro esito catastrofico? È una domanda che, a tutta evidenza, non riguarda certo il solo Regno Unito ma le nostre democrazie nell’insieme. E la risposta è duplice. Da un lato, i partiti tradizionali succedutisi al potere non hanno saputo rimuovere i motivi di disagio economico e sociale che spingono gli inglesi verso le estreme (altro emergente delle amministrative è stato l’eco-populista Zack Polansky): il populismo riempie un cuore vuoto, dice Paul Taggart, e per disperazione la gente è disposta a seguire incantatori di serpenti assortiti. Dall’altro, è mancato il fegato di controsterzare senza esitazioni sull’Europa e di rinfacciare a ogni passo a Farage le sue molte magagne (incluso un recente finanziamento da cinque milioni di sterline in criptovalute). Il timore di lacerare nuovamente il Paese (la laburista Jo Cox fu uccisa da un brexiteer alla vigilia del voto) ha frenato Starmer. Pur mosso dal meritorio intento di riavvicinarsi agli europei, anche sul terreno della difesa comune, il premier laburista ha più volte negato ogni apertura a una contro-Brexit e pagherà queste timidezze con la poltrona. In numerose interviste il sindaco londinese Sadiq Khan ha chiesto al suo partito di fare del rientro nella Ue il pilastro del programma elettorale del 2029, prospettando una svolta anche senza un referendum. Un atto di coraggiosa responsabilità politica, insomma, che dia il senso di una visione e non di un triste piccolo cabotaggio da burocrati.

Ed è qui che il paradosso inglese diventa questione occidentale. Dalla metà degli anni Dieci il populismo sovranista ha enfatizzato tutte le paure collettive connesse al drammatico cambio di stagione che stiamo vivendo con la globalizzazione e le policrisi del nostro tempo, ha messo ultimi contro penultimi, autoctoni contro nuovi arrivati. Senza mai avere soluzioni razionali ma con un continuo appello al popolo quale «entità unica, omogenea, coerente, portatrice di verità per sua natura», come annotano Marc Lazar e Ilvo Diamanti. Una visione che ha quale logico esito una dittatura della maggioranza quando non un approdo autocratico tout court. Dieci anni dopo, ciò che resta delle democrazie liberali deve mostrare di essersi vaccinato e di avere imparato a battersi per la sopravvivenza. La storia non si fa con i «se» ma i «se» aiutano la storia a illuminarci. Se il Congresso americano avesse avuto nella procedura di impeachment contro Trump per il tentato golpe del 2021 la stessa risoluzione che la Corte costituzionale di Bucarest ha avuto con Calin Georgescu, un fantoccio finanziato in nero da Mosca e squalificato dal processo elettorale, oggi il pianeta non starebbe sprofondando in una crisi d’instabilità che qualche politologo paragona alla vigilia della Prima guerra mondiale. Se l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione tedesca avrà la forza di andare fino in fondo nella sua azione almeno contro i membri più estremisti di Alternative fur Deutschland, l’Europa non rischierà nel 2030 di avere nel suo seno l’esercito continentale più forte governato da criptonazisti.

Nella marcia verso il potere gli intolleranti violano sovente la rule of law, i principi del nostro stato di diritto. Ed è lì che è lecito fermarli, persino secondo un padre del liberalismo come Karl Popper. Ma la sola reazione non basta. Occorre una narrazione alternativa. Un sentimento. Un discorso legittimante che appassioni alla nostra comune causa democratica e che, in quell’entità che chiamavamo Occidente, appare smarrito nel silenzio. Si attribuisce allo scrittore cattolico Gilbert Keith Chesterton un aforisma folgorante: non è vero che chi non crede più in Dio non creda più a nulla, comincia piuttosto a credere a tutto. Con le dovute proporzioni, ciò vale anche per la democrazia: chi smette di credere nelle istituzioni liberali, può credere a qualsiasi demiurgo da circo equestre. Ma, per ricostituire una fede, occorre almeno qualcuno che la professi ad alta voce.

16 maggio 2026

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