I canti, gli stornelli, il «bacione a Fiorenze» e il pippolo: «Così abbiamo salvato cento anni di storia che rischiavano di scomparire»
Corriere della Sera - Cultura

I canti, gli stornelli, il «bacione a Fiorenze» e il pippolo: «Così abbiamo salvato cento anni di storia che rischiavano di scomparire»

Sabato 16 maggio 2026
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Compie 10 anni La Nuova Pippolese, il progetto di recupero della canzone pololare tradizionale fiorentina con strumenti a plettro. Il direttore e fondatore Frank Cusumano: «Un esperimento sociale fortissimo, con 80 musicisti». Domenica la festa-concerto, con la presentazione del 45 giri e il libro in arrivo

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I canti, gli stornelli, il «bacione a Fiorenze» e il pippolo: «Così abbiamo salvato cento anni di storia che rischiavano di scomparire»

di Edoardo Semmola

Compie 10 anni La Nuova Pippolese, il progetto di recupero della canzone pololare tradizionale fiorentina con strumenti a plettro. Il direttore e fondatore Frank Cusumano: «Un esperimento sociale fortissimo, con 80 musicisti». Domenica la festa-concerto, con la presentazione del 45 giri e il libro in arrivo

Bottoncino, chicco d’uva, pulsante, pallina. E sì, anche il plettro, la «linguetta» che pizzica le corde di una chitarra o di un mandolino. In fiorentino tradizionale c’è una sola parola che le racchiude tutte e molte altre: il «pippolo». Sostantivo vernacolare passepartout per qualsiasi piccolo oggetto di forma rotonda. La storia degli ultimi 150 anni fiorentini è un florilegio di orchestre e orchestrine basate sugli strumenti «a pippolo», cioè a plettro, perfetti per stornelli e cantate popolari. Erano appunto le «pippolesi».

C’erano quella di San Frediano, dell’Andrea del Sarto, di Serpiolle e di ogni rione o borgo della piana. Un mondo che la tecnologia e la scomparsa via via dei grandi interpreti della tradizione, da Odoardo Spadaro a Narciso Parigi e Riccardo Marasco, hanno rischiato di farci perdere. Finché a qualcuno non è venuto in mente di riportarlo in vita: dieci anni fa, in quel vitale crogiolo di band cittadine che si univano «dal basso» e che prese nome de La Scena Muta. Il compito di questa impronosticabile resurrezione della tradizione pippolese fu affidato a uno dei più studiosi e dediti alla ricerca tra quei musicisti che hanno messo le proprie qualità al servizio di un’infinita quantità e qualità di band e progetti cittadini per 20 anni, Francesco Cusumano. Per tutti, Frank. Cofondatore della folk band dei Martinicca Boison, Cusumano ha dedicato anni a dare corpo a questa idea, creando La Nuova Pippolese. Mettendo insieme più di 80 musicisti, tutti rigorosamente cultori del «pippolo» per recuperare quello sterminato repertorio. Domenica alla Casa del Popolo di Settignano — là dove tutto è iniziato — La Nuova Pippolese festeggia i suoi primi dieci anni con un concerto, una cena di raccolta fondi per l’associazione, un libro e un 45 giri fresco di stampa: sul lato A I’ mi’ matrimonio, diventata virale sui social, e sul lato B La nostra Teresina, una nuova versione aggiornata alla Firenze di oggi del classico reso celebre da Marasco.

Dunque, Frank Cusumano, ci credevano in pochi, e invece...

«È stato un esperimento sociale fortissimo, che ha messo insieme persone di tutte le età e ceti sociali, musicisti e non. Non solo ha funzionato ma si è consolidato, con una cinquantina di concerti l’anno in tutta la Toscana e un continuo ricambio di persone. Ora siamo ottanta».

Ottanta musicisti in dieci anni?

«Ottanta persone che suonano qualcosa, diciamo che “musicista” è una parola grossa. Perché la Pippolese non è un coro ma un’orchestra. E quindi chitarre, mandolini, ukulele, poi sono arrivati i solisti con banjo, buzuki, mandola. Col tempo abbiamo inserito anche violini, percussioni, tre o quattro strumenti extra-plettro».

Missione compiuta?

«La mia missione era riportare alla luce quell’immenso materiale di cultura e storia fiorentina che se nessuno fa mai vivere finisce per essere dimenticato. Certo, Il bacione a Firenze, Mattinata fiorentina restano, ma se togliamo quelle due-tre canzoni che conoscono tutti, c’è un patrimonio sterminato di brani popolari, cantati o strumentali, anche d’autore, migliaia e migliaia di titoli, che qualcuno bisogna interpreti, sennò non se li ricorderà più nessuno. Soprattutto ora che i grandi vecchi non ci sono più, siamo rimasti in pochi a dedicarci a questo mondo, mi sento in parte responsabile di questa missione di recupero».

Rispetto alla Pippolese originale che differenze ci sono?

«Non ce n’era una sola ma tante pippolesi, noi ci siamo rifatti a quella di Serpiolle che secondo i documenti storici è la più antica, ed era un’orchestra totalmente amatoriale».

Nemmeno un professionista?

«Il maestro non vedeva di buon occhio chi sapeva leggere la musica, voleva solo chi suonava a orecchio, credeva che i professionisti avrebbero sconvolto gli equilibri. Noi siamo rimasti fedeli a questa formula. Ma eseguivano anche arie d’opera, noi solo il repertorio popolare».

Come calare la tradizione nella contemporaneità, per fare apprezzare quelle canzoni a chi vive nel 2026?

«Provando, vedendo cosa viene fuori, aggiustando il tiro piano piano. Recentemente ho anche iniziato a scrivere delle parti, arrangiare, introdurre bassi elettrici e batterie, ma sempre nel rispetto della scrittura originale. E la risposta del pubblico è stata sempre positiva. L’altra settimana alla Casa del popolo di San Casciano è venuta una quinta elementare insieme alla maestra a vederci e ci hanno fatto una sorpresa».

Quale?

«La maestra aveva messo su, a scuola, una specie di laboratorio su di noi. Sembrava di vedere un concerto di Vasco: tutti emozionati, cantavano con noi ogni brano, questa è la risposta popolare che c’è sempre quando si muove la Pippolese, ma con degli ascoltatori così piccoli è stato davvero sorprendente».

Nella storia delle pippolesi troviamo anche persone insospettabili...

«Per esempio il nonno di Simona Bencini, cantante dei Dirotta su Cuba, Sergio Fligor, che era nella pippolese di San Frediano. Poi Mario Pini, un fantasista cantante mandolinista della pippolese dell’Andrea del Sarto e del Circo Gratta, che è stato lo scopritore Luciano Ciaranfi de Il mi’ matrimonio e di Giorgio Ariani. L’ho scoperto intervistando Pino Pini, grande batterista dei gruppi beat anni sessanta: “ma lo sai che il mi’ babbo...”».

Nel libro cosa troviamo?

«Sono tanti anni che raccolgo materiale con un’idea in testa: raccontare tutti i musicisti che hanno suonato a Firenze prima di me. La Pippolese mi ha obbligato a fare ricerca e ora ho messo su un archivio talmente imponente che invece di un libro sarebbe venuta fuori un’enciclopedia, era impossibile farci stare tutti e ho pensato di divederlo in vari volumi, per generi. L’editore Udom, chi si occupa di storia locale e pubblica i libri di Luciano Artusi, ha accolto la proposta con un primo volume sulle orchestre a plettro e la tradizione mandolinistica. È un’opera folle farli tutti ma se va bene il piano della collana — che si chiama Mille anni di musica a Firenze — è per una trentina di libri: se inizi dal Medioevo e arrivi al 2026, ce n’è di roba da dire...»

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16 maggio 2026 ( modifica il 16 maggio 2026 | 15:10)

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