Profughi birmani e il Vaticano: il meglio della Biennale
Profughi birmani e il Vaticano: il meglio della Biennale
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Caro Aldo,
trovo anacronistica l’ostentazione delle nazionalità nella Biennale di Venezia, che ha creato le dimissioni dell’intera giuria, in opposizione alla presenza di partecipanti russi e israeliani. Un artista dovrebbe essere considerato patrimonio universale della cultura e non espressione unicamente della propria nazione. Credo che a Venezia sia da superare la «logica del padiglione». L’arte deve suscitare emozioni profonde e trasversali, non contrapposizioni nazionali. Solo se diventa concettualmente apolide, l’artista si libera del fardello della bandiera e parla solo con le sue opere. A tutti, perché la bellezza non ha nemici. A lei come è sembrata?
Massimo Marnetto
Caro Massimo,
Non la vedo semplice. Molti padiglioni sono di proprietà degli Stati stranieri. La Biennale è organizzata così. I Paesi arabi più ricchi, tipo l’Arabia Saudita e gli Emirati, concepiscono padiglioni bellissimi (stavolta il migliore è quello dell’Oman) ma che di artistico hanno poco, sembrano pensati più per un’Expo. Se può consolarla, gentile signor Marnetto, quest’anno, come negli anni scorsi ma ancora di più, la Biennale è dominata non dai nazionalismi ma dal tema dell’anticolonialismo, che un tempo si sarebbe chiamato terzomondismo. La curatrice, purtroppo scomparsa durante l’allestimento (completato dai collaboratori), non ha soltanto valorizzato i lavori di artisti africani e sudamericani, alcuni dei quali molto belli, ma ha sollevato il tema delle restituzioni. Un pannello evoca i reperti trafugati da noi italiani nella nostra avventura coloniale, del tutto scomparsa dalla memoria nazionale ma che è durata quasi cent’anni, ed è collocato dietro un’opera che evoca sia Adua, con l’imperatore Menelik e l’imperatrice Taitù, sia la guerra del 1936, con l’immagine di Hailé Selassié.
A Venezia l’Occidente quasi non esiste, se non come colpevole. Di una modestia imbarazzante il padiglione americano. È comunque un’edizione di grande interesse, molto figurativa, molto materica, con opere commoventi, come il piccolo esercito di terracotta dell’artista birmana Soe Yu Nwe, composto non da guerrieri ma da profughi Rohingya, e come il consiglio degli animali di Sara Flores, artista peruviana di etnia Shipibo-Konibo. Tra i padiglioni nazionali, molto bello quello cubano, dove Roberto Diago, discendente di schiavi portati nei Caraibi dalla Nigeria, ha collocato teste di legno e metallo che ricordano sia Picasso, sia le maschere africane. Belle anche le sculture di Chiara Camoni al Padiglione Italia.
Il migliore è però quello del Vaticano. La passeggiata nel giardino mistico dei Carmelitani Scalzi, con musiche sacre e i versi del poeta cileno Raúl Zurita, sopravvissuto alle torture degli sgherri di Pinochet, tocca l’anima. Come dice Papa Leone, «la logica degli algoritmi tende a ripetere quello che “funziona”; ma l’arte apre a ciò che è possibile. Non tutto deve essere immediato o prevedibile».
11 maggio 2026
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