Il genetista: «Remigrazione, vi spiego perché non è una parola scientifica»
Corriere della Sera - Cultura

Il genetista: «Remigrazione, vi spiego perché non è una parola scientifica»

Lunedì 11 maggio 2026
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Lo studioso Valter Tucci: nella specie umana le razze non esistono. Non è un’opinione progressista. È il risultato di decenni di genetica antropologia biologica, genomica

Sempio in un soliloquio del 2017: «È successo qualcosa quel giorno...alle nove e mezza». Per i pm l'orario in cui si sarebbe presentato a casa Poggi

Il genetista: «Remigrazione, vi spiego perché non è una parola scientifica»

Valter Tucci * | 11 maggio 2026

Lo studioso Valter Tucci: nella specie umana le razze non esistono. Non è un’opinione progressista. È il risultato di decenni di genetica antropologia biologica, genomica

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Caro direttore,
bisognerebbe smetterla di alimentare confusione. Con parole vecchie travestite da novità. Con concetti presentati come buon senso e costruiti invece su un errore. Per esempio, l’idea che una società divisa tra chi appartiene e chi è ospite. La parola remigrazione.

Indica il ritorno forzato, o incentivato ma definitivo, di stranieri e immigrati verso Paesi definiti d’origine. In alcune versioni riguarda gli irregolari. In altre, più estreme, si allarga addirittura ai residenti regolari, ai naturalizzati, ai figli e ai nipoti di immigrati considerati non assimilati. E qui il problema diventa ancora più evidente. Non si sta parlando solo di legge. Si sta parlando di appartenenza. Di chi può essere considerato parte del Paese e di chi no.

E allora bisogna partire dai fatti sottintesi, e poco chiariti. Perché ogni discorso sull’appartenenza finisce inevitabilmente per appoggiarsi, in modo esplicito o implicito, a un’idea di origine, identità naturale: cioè a una logica razziale.

Primo fatto: nella specie umana le razze non esistono. Non è un’opinione progressista. È il risultato di decenni di genetica, antropologia biologica, genomica. Gli esseri umani non sono divisi in blocchi naturali, riconoscibili nel DNA come «razze». Le differenze esistono. Per fortuna. Ma non si distribuiscono a compartimenti stagni. Si distribuiscono in modo continuo, graduale, mescolato.
Alcuni tratti variano con la storia delle popolazioni, con l’ambiente, con migrazioni antiche e recenti. Ma non c’è una linea biologica che separi un «noi» da un «loro». La maggior parte della variazione genetica umana sta dentro le popolazioni, non tra presunte razze. Questo è il punto. Esiste la storia geografica delle popolazioni. Esistono frequenze diverse di alcune varianti genetiche. Ma tutto questo produce continuità, incroci, sovrapposizioni. Ha prodotto, semmai, una specie giovane, mobile, mescolata da sempre, quella umana. Di che cosa si ha paura allora? Che “loro” ci cambino biologicamente?

Secondo fatto: non c’è purezza da difendere. Le popolazioni umane non sono mai state pure. La purezza, negli esseri viventi, non è un valore. Anzi, è semmai un rischio. Le popolazioni isolate, piccole, chiuse, tendono a perdere variabilità. E la variabilità è una risorsa. Aiuta l’adattamento. Riduce i rischi legati all’eccesso di consanguineità. Aumenta la possibilità che una popolazione abbia risposte diverse davanti a malattie, cambiamenti ambientali, pressioni nuove.

Terzo fatto: migrazione e flusso genico sono parte normale della storia umana. Non sono una contaminazione. Sono uno dei modi in cui Homo sapiens è diventato ciò che è. Se invece la paura è culturale, allora guardiamola in faccia. Anche qui, però, bisogna essere seri. Le culture non sono teche da museo. Restano vive perché assorbono, traducono, modificano, selezionano, scartano, inventano. Una cultura che non cambia non è forte. È ferma. E ciò che è fermo, prima o poi, si rompe.

Quarto fatto: la remigrazione, perciò, non ha base scientifica. E se pretende di trasformare una questione politica in una questione naturale, è un errore di metodo, prima ancora che di merito. Quando dice: “noi” da una parte, “loro” dall’altra, è un’illusione; quel confine non esiste in biologia. E non si capisce perché dovrebbe esistere nella cultura. L’Italia dovrebbe saperlo meglio di molti altri. È una penisola in mezzo al Mediterraneo. È stata attraversata, abitata, invasa, lasciata, ripresa, contaminata, arricchita. Fenici, Greci, Etruschi, Arabi, Normanni, migrazioni interne, emigrazione di massa. L’identità italiana non nasce dalla chiusura. Nasce dalla stratificazione.

Per questo essere terra di approdo non è una disgrazia. È una posizione storica. È una responsabilità. Ed è anche una convenienza.
Infatti, accogliere è soprattutto urgente, perché una società che integra aumenta energie, lavoro, natalità, relazioni, competenze.
In altre parole, ancora un altro fatto: l’immigrazione oggi è una risorsa demografica. Perché la mescolanza sociale e culturale, quando è governata bene, produce forza. Perché il contrario dell’integrazione non è la sicurezza. È il ghetto.

La criminalità nasce più facilmente dall’esclusione, dalla segregazione, dall’irregolarità forzata, dalla povertà concentrata, dall’assenza di scuola, casa, lavoro, cittadinanza, diritti e doveri riconoscibili. Se metti persone ai margini, non stai proteggendo la società. Stai costruendo marginalità. Se impedisci l’integrazione e poi ti spaventi delle conseguenze della non integrazione, il problema non sono “loro”. Il problema è il progetto che sta dietro. Quando c’è. Altrimenti è solo propaganda senza visione, senza responsabilità, e senza scienza.

Come se l’Italia fosse una discendenza da conservare invece che una comunità da costruire. Un’Italia più mista, tra qualche generazione, non sarebbe meno italiana. Sarebbe un’Italia viva. Con un background più vario, una cittadinanza più larga, una cultura più capace di parlare il linguaggio del mondo. Non sarebbe una perdita di identità. Sarebbe il segno che l’identità non è un reperto archeologico, ma una forma vivente.


Allora, mettendo insieme tutti i fatti, non esiste un “noi” biologicamente puro da difendere da un “loro” biologicamente estraneo. Esistono storie. Esistono disuguaglianze da correggere. Semmai, regole da far rispettare, diritti da garantire, doveri da pretendere.


Esiste, quindi, una società da costruire. Il resto è nebbia. La remigrazione non è scienza. È una politica dell’esclusione. E come tutte le politiche dell’esclusione promette ordine, ma prepara fratture ancora più grandi.

                                                                           * Genetista

11 maggio 2026

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