Da democrazia a verità, le «dieci parole tradite» nel libro di Venanzio Postiglione
L'autore, vicedirettore del «Corriere della Sera», lo presenta martedì 12 maggio alle 17,30 nella Sala dello Stabat Mater dell'Archiginnasio in dialogo con il cardinale Matteo Zuppi e il caporedattore centrale del «Corriere» Marco Ascione
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Da democrazia a verità, le «dieci parole tradite» nel libro di Venanzio Postiglione
di Olivio RomaniniL'autore, vicedirettore del «Corriere della Sera», lo presenta martedì 12 maggio alle 17,30 nella Sala dello Stabat Mater dell'Archiginnasio in dialogo con il cardinale Matteo Zuppi e il caporedattore centrale del «Corriere» Marco Ascione
«E Ciàula si mise a piangere, senza saperlo, senza volerlo, dal gran conforto, dalla grande dolcezza che sentiva, nell’averla scoperta, là, mentr’ella saliva pel cielo, la Luna».
Sono le parole che Luigi Pirandello mette in bocca al giovane minatore quando esce dalla Buca della Cace e vede per la prima volta la notte rischiarata dalla luce della luna. Viene in mente questa immagine a leggere in questi giorni Le dieci parole tradite, il libro edito da Solferino, del vicedirettore del «Corriere della Sera», Venanzio Postiglione che ci racconta «come abbiamo smarrito le radici della nostra civiltà: dalla democrazia al talento».
Se avete passato l’ultimo periodo nella bolgia del pensiero corto dei social, a leggere questo libro vi sentirete come Ciàula quando riscopre il cielo stellato.
Il viaggio in cui ci conduce Postiglione attraverso le dieci parole (Democrazia, Felicità, Fraternità, Libertà, Misura, Pace, Pianeta, Parità, Talento, Verità) è innanzitutto un’avventura etimologica, all’origine delle parole e del loro significato ma è anche uno sprazzo di luce e di umanità nell’era dei Leviatani di Hobbes. E infine è un lavoro sartoriale di cucitura delle ferite del tempo.
Viene in mente Pirandello forse perché lo stesso Postiglione ricorda che Felicità, una delle parole tradite, in sanscrito si dice Ananda, «il divino che entra in noi» e cita Gilgamesh «Al cospetto della luna fu felice della vita».
Si cerca una via e la si trova. Perché per dirla con Italo Calvino nelle Città invisibili bisogna «cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno e farlo durare, e dargli spazio». Il Calvino di Palomar, se oggi fosse vivo, «impazzirebbe». Ma il «punto — scrive Postiglione — è portare acqua pulita nel grande acquedotto».
Si parte dalla Democrazia, «parola che è nel nostro cuore ma che è avvelenata» e si colora di aggettivi («populista, illiberale, artificiale»), un termine che compare per la prima volta nelle storie di Erodoto.
Si passa alla Felicità, «incrocio di vita pubblica e privata», parola oscurata dal narcisismo planetario. E a Fraternità, «parola potente» che fa venire in mente il discorso di Bob Kennedy e la citazione di Eschilo. Questo libro infatti ne contiene molti altri, è una sorta di educazione sentimentale alla parola e al mondo dei classici e dei miti greci.
C’è poi Libertà, citata 13 volte nella Costituzione, quella di John Stuart Mill, quella di Liliana Segre ma anche quella dell’Ayatollah Khomeini che alla Fallaci disse: «Il popolo segue soltanto gli uomini di Dio: e questa è la libertà».
È stata tradita anche la parola Misura, perché i concetti di «equilibrio, temperanza, confine e discrezione sono caduti in disgrazia» e l’insegnamento di Euripide che nelle Baccanti scrive che «rispettare il limite è la cosa più bella per i mortali» si è perso nella notte. Anche Pianeta è una parola accantonata, «il grido degli scienziati» resta inascoltato e abbiamo tradito pure le stelle («l’umanità è il modo che le stelle hanno escogitato per conoscere se stesse» scriveva Telmo Pievani).
Perfino Pace rischia di diventare una parola vuota se non si ricorda che «la pace o è giusta, oppure non è niente» e ogni riferimento all’Ucraina non è puramente casuale. E sono parole tradite, il che significa che qualche speranza di riscoprirle c’è, anche Talento (che si scrive uguale in quasi tutte le lingue) e Parità perché il «soffitto di cristallo» non è ancora stato sfondato.
L’ultima parola è Verità e qui le cose si fanno complicate. Perché Verità, Libertà e Democrazia «sono parole intrecciate e se una vacilla le altre si indeboliscono». E nell’epoca dei fatti alternativi si indeboliscono tutte perché «la crisi della realtà diventa un rischio per la libertà».
Il libro verrà presentato martedì 12 maggio alle 17.30 alla biblioteca dell’Archiginnasio: dialogheranno con l’autore il cardinale Matteo Maria Zuppi e il caporedattore centrale del «Corriere della Sera» Marco Ascione. «Bisogna provarci» dice sempre Postiglione a chi lo conosce. La luce che si vede attraverso questo libro ci dice che è ancora tutto qui, il bello che abbiamo conosciuto, bisogna solo ritrovarlo. «Bisogna provarci» insomma.
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10 maggio 2026
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