De Giovanni: «Anni di piombo, l'Italia non è ancora pacificata»
Lo scrittore presenta il suo nuovo romanzo che affronta anche quel periodo storico: «Non c’è stata una riflessione compiuta. Del resto quella generazione è ancora viva»
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De Giovanni: «Anni di piombo, l'Italia non è ancora pacificata»
di Mirella ArmieroLo scrittore presenta il suo nuovo romanzo che affronta anche quel periodo storico: «Non c’è stata una riflessione compiuta. Del resto quella generazione è ancora viva»
Maurizio de Giovanni
Il tempo dell’orologiaio è il nuovo romanzo di Maurizio de Giovanni, il suo secondo per Feltrinelli. Serrato e avvincente, intreccia vicende intime ai fatti della grande Storia. E chiude il cerchio aperto con L’orologiaio di Brest , un successo da centomila copie con il quale lo scrittore napoletano in qualche modo ha reso omaggio ai numi tutelari Simenon e Camilleri. Tornano in scena i personaggi della «puntata precendente»: il professore Andrea Malavasi e la giornalista Vera Coen, i cui destini si sono intrecciati. Terzo protagonista è Carlo Malavasi, primula rossa della lotta armata e padre di Andrea, ritrovato dopo una lunga ricerca nel primo romanzo. Vera stavolta è in pericolo, bisogna fare presto per salvarla.
De Giovanni, una storia in due tempi?
«Questo nuovo romanzo si può leggere anche senza aver letto il primo. Per me si tratta di un esperimento nuovo, non è un episodio singolo né una serie. Ma non l’avevo pianificato: il mio intento con L’orologiaio di Brest era di chiudere la storia in un solo libro. Invece mi è venuto con un finale aperto. Alla Feltrinelli gli editor mi hanno incoraggiato a lasciarlo così. Ed è nata l’idea del secondo libro da far uscire a breve, ed eccoci appunto a Il tempo dell’orologiaio ».
Stavolta si è lanciato nel thriller...
«Sì ed è la prima volta nella mia vita, sebbene mescolato al noir. Ne sono contento, mi sono divertito. Forse solo con Il metodo del coccodrillo , in cui debutta Lojacono, c’era una simile corsa contro il tempo. Ma qui il meccanismo è ancora più spinto, è un thriller puro. Ci sono più persone a svolgere l’indagine, senza sapere nulla, come una muta di cani dietro la volpe».
In qualche modo si respira l’aria de «La meglio gioventù»: si è ispirato?
«In realtà dovevo evitare due tentazioni: quello di indagare la Chiesa da dentro, come nel Codice da Vinci , e di farmi travolgere dal racconto degli anni di piombo, come ne La meglio gioventù . Sono due atmosfere belle e avvincenti, ma avrebbero inghiottito completamente la storia. Quindi le ho sfiorate ma ho cercato di lasciarle piuttosto neutrali, rendendole funzionali al racconto».
Nonostante i temi siano seri e in un certo senso drammatici, non manca una vena di ironia...
«La parte comica per me è irrinunciabile, è la mia parte leggera che mi serve per rappresentare la realtà, che non è mai solo tragica. Questa chiave di alleggerimento c’è sempre nei miei romanzi, e quindi anche qui, seppure meno che altrove».
Prevale invece il passato che non passa...
«Sì, è vero. In particolare la domanda su che cosa sia il tempo e che peso abbia nelle nostre vite. Questa è la riflessione centrale del romanzo».
E che cos’è il tempo? Si è dato una risposta?
«Il tempo è una menzogna. Lo crediamo oggettivo e invece non è così. Il passato non è passato, si ripropone continuamente. Noi siamo fatti di passato, il presente non è altro che un suo riflesso. E il futuro non esiste».
A proposito di passato che torna, l’Italia oggi è pacificata con quegli anni?
«No, non ci ha mai fatto i conti, non c’è stata una riflessione compiuta. Del resto quella generazione è ancora viva. Chi partecipò a quella stagione oggi ha circa a 70 anni e si scontra con l’edonismo diffuso, che non gli appartiene».
Lei cosa ricorda di quel periodo? Scriverne è un’idea antica?
«Io all’epoca ero un po’ più giovane, frequentavo il Pontano, non arrivavano molto gli echi delle proteste, ma si respirava comunque una certa aria. Dico solo che quegli anni sono complessi anche da raccontare. Per me è più facile scrivere di Ricciardi, gli anni ‘30 in fondo sono più vicini a noi».
Napoli come ha vissuto il periodo degli anni di piombo?
«Qui le disuguaglianze erano meno aspre, la città era povera, in ginocchio. Se sei impegnato a sopravvivere non hai voglia di cambiare il mondo. Napoli non è stata come Milano, Torino, Roma, eppure ha avuto i suoi morti».
Presenterà anche questo libro in forma di spettacolo?
«Sì, martedì al Diana. Questa è ormai la mia nuova formula, con attori, cantanti, musicisti tra cui Marco Zurzolo, per ricreare l’atmosfera di quel tempo».
E Ricciardi tornerà presto in libreria?
«Credo l’anno prossimo. Non mi va ancora di chiudere con lui».
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