Nikos Davvetas: «Sì, mi vergognavo di mia madre carceriera. Solo scrivendo ho rimosso il trauma»
L'autore greco presenta «La secondina» al Salone del libro. «Una madre è la persona che metterà ordine nel caos dell’infanzia. Se non lo fa, quel caos ci seguirà nell’età adulta»
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Nikos Davvetas: «Sì, mi vergognavo di mia madre carceriera. Solo scrivendo ho rimosso il trauma»
di Alessandro Martini e Maurizio FrancesconiL'autore greco presenta «La secondina» al Salone del libro. «Una madre è la persona che metterà ordine nel caos dell’infanzia. Se non lo fa, quel caos ci seguirà nell’età adulta»
«“Le famiglie infelici sono infelici ciascuna a modo suo”, come direbbe Tolstoj, e sicuramente offrono a ogni scrittore innumerevoli momenti di dolore che non potranno mai essere superati. L’impronta di questi momenti, la conservazione di queste esperienze traumatiche, acquista un peso letterario maggiore quando si combina con il contesto storico. Nei miei libri, mi piace sollevare per un attimo il sipario sulla miseria familiare in modo che il lettore possa intravedere scene dal più ampio arazzo della storia».
Nikos Davvetas (Atene, 1960), scrittore pluripremiato, giornalista e critico letterario, è l’autore di La secondina (Feltrinelli Gramma, traduzione di Maurizio De Rosa) dal 12 maggio in libreria, in cui la storia privata, famigliare e intima, si intreccia con la grande storia di un intero Paese, la Grecia, in uno dei suoi momenti più drammatici, quello della dittatura militare dei colonnelli (1967-74).
Davvetas sarà al Salone del Libro: «Non sono mai stato a Torino, anche se la sento familiare perché due dei miei romanzieri preferiti sono Cesare Pavese e Primo Levi». Protagonista di La secondina è la madre dello scrittore, impiegata in un carcere femminile ai tempi della dittatura. Soggetto letterario dopo essere stata a lungo un trauma personale per lo scrittore.
Che sensazione dà il vergognarsi di un genitore?
«È stato molto difficile dire ad amici e compagni che mia madre era una guardia carceraria nel carcere femminile. Sì, mi vergognavo, anche se riconoscevo che lei aveva fatto un sacrificio enorme per sostenere la nostra famiglia monoparentale. È stato solo scrivendo La secondina che sono riuscito a gestire meglio questo mio conflitto interiore».
Sua madre ha anche dovuto affrontare l’Alzheimer. Che cosa ha capito di questa malattia?
«La prima cosa che ho imparato è che non esiste una cura, si assiste semplicemente al declino di una persona e si spera che la sua sofferenza non duri a lungo. Ho iniziato a prendere appunti, in modo da poter gestire la sua vita quotidiana. Così è nato il libro. Ma la cosa più importante della storia di mia madre è che c’erano momenti in cui ricordava chiaramente la prigione e i nomi dei tanti detenuti che aveva incontrato lì. Di fronte alla morte, lei era la guardia carceraria e nient’altro».
Assistere alla fragilità altrui può aiutarci a comprenderne i limiti e accettarli?
«Ci vuole un grande sforzo, ma in questo credo che la letteratura sarà sempre nostra alleata. I libri aiutano ad ascoltare anche la voce del tuo nemico, a identificarti con la sua storia e a provare un po’ del suo dolore. La buona letteratura non difende mai la rettitudine di un singolo eroe; lascia parlare anche i vinti, gli emarginati e gli ingiusti. È la grande lezione che ci insegnano Dostoevskij o Pavese».
Perché il rapporto con la madre è così importante, e non di rado così complesso?
«Una madre è la fonte della vita ma anche la donna che ci insegnerà a parlare e metterà ordine nel caos dell’infanzia. Se non lo fa, quel caos ci seguirà nell’età adulta. La cosa più importante è il riconoscimento che riceviamo da nostra madre per i nostri piccoli successi. Senza la sua ricompensa, siamo ciechi di fronte al futuro».
Che cos’hanno ancora da imparare i lettori, oggi, dalla storia della Grecia dei colonnelli?
«Gli anni della dittatura militare non sono stati studiati in modo molto approfondito e ci sono pochi romanzi. Forse perché ci sono molte “zone grigie”, e il terreno storico sembra instabile per uno scrittore. Ma per me questa situazione è estremamente creativa. Non credo in un mondo in cui tutto è “bianco o nero”; credo uno scrittore debba svelare le sfumature, preservare sia il “bene” che il “male”. Ciò che ho imparato da quegli anni è di non giudicare la vita di una persona, di non condannarla prima di aver ascoltato la sua versione dei fatti. È ciò che faccio anche nei miei romanzi: lascio i miei personaggi liberi di parlare».
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10 maggio 2026
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