Geppy Gleijeses: «Il teatro italiano? Quante schifezze in giro, troppi pseudo-famosi ottengono cachet milionari senza meriti. A Torino però non succede»
Corriere della Sera - Cultura

Geppy Gleijeses: «Il teatro italiano? Quante schifezze in giro, troppi pseudo-famosi ottengono cachet milionari senza meriti. A Torino però non succede»

Domenica 10 maggio 2026
3 visualizzazioni

Il regista porta al Carignano «Napoli nobilissima» da Raffaele Viviani: «Questo grande autore, purtroppo poco noto fuori dalla Campania, racconta una cosa fondamentale: anche nella miseria può esserci felicità»

Il papà di Sempio alla moglie: «Lo scontrino l'hai fatto tu». Andrea, un altro soliloquio: «Una mia impronta in casa ci sarà»

I tuoi preferiti

Salva questo articolo e leggilo quando vuoi. Il servizio è dedicato agli utenti registrati.

Non hai un account? Registrati in 1 minutoAccedi

Hai salvato un nuovo articolo

Trovi tutti gli articoli salvati nella tua area personale nella sezione preferiti e sull'app Corriere News.

Geppy Gleijeses: «Il teatro italiano? Quante schifezze in giro, troppi pseudo-famosi ottengono cachet milionari senza meriti. A Torino però non succede»

di Francesca Angeleri

Il regista porta al Carignano «Napoli nobilissima» da Raffaele Viviani: «Questo grande autore, purtroppo poco noto fuori dalla Campania, racconta una cosa fondamentale: anche nella miseria può esserci felicità»

Napoli nobilissima, è una messinscena frutto di due commedie — Don Giacinto e La Musica dei ciechi, rispettivamente del 1923 e del 1928 — del drammaturgo napoletano Raffaele Viviani. La porta al Teatro Carignano, da martedì fino a domenica 24 maggio, Geppy Gleijeses con la sua compagnia. Attore e impresario instancabile, «credo di essere l’ultimo vero capocomico, per lo meno per come lo si faceva prima: con vere compagnie. Non come quelle “schifezze” che si vedono sempre di più in giro, con al massimo due personaggi in scena. Che poi schifezze no, per carità, ci sono anche grandi testi in questo senso… ma per la maggior parte è gente che mette quattro luci e ruba cachet milionari. Fortunatamente, Torino non permette a questi pseudo famosi di fare certi furti. Gente che interpreta, spesso male, la propria storia… cosa può dare al pubblico? Le mie compagnie sono come quelle di una volta, sono famiglie di almeno 14 attori».

«Diffondere i grandi nomi del teatro»

Gleijeses, invece, al pubblico ci pensa eccome. Soprattutto a quello giovane: «Dobbiamo mostrare ai nostri figli il grande teatro: Schiller, Feydeau, Noël Coward, Oscar Wilde, Sartre. Non possiamo farli crescere senza respiro». Il teatro, dice, non è mica un obbligo e bisogna farlo bene, senza pensare solo agli utili ma, soprattutto, agli spettacoli. 

«Don Giacinto l’avevo già fatto nel 2000 al Festival di Benevento, e Franco Quadri disse che era un miracolo. Voglio riproporre anche Una donna senza importanza di Oscar Wilde». È un maestro a ricreare le atmosfere senza «scopiazzare», ironizza. Si è divertito a mettere in scena A qualcuno piace caldo, «e riscrivere Il fu Mattia Pascal con Marco Tullio Giordana, il mio ottavo Pirandello, è stato molto bello».

Il confronto con De Filippo

Gleijeses ha definito Raffaele Viviani, insieme a Eduardo De Filippo, il più grande drammaturgo napoletano. Indubbiamente, la sua fortuna non è paragonabile a quella del maestro: «Era duro Viviani. Raccontava il sottoproletariato napoletano. E lo faceva usando un dialetto fortissimo, puro, quello che era proprio dei vicoli. Negli anni del fascismo, anche per questo, venne censurato. Eduardo, invece, scriveva in un italiano regionale molto più comprensibile». E messe in scena di Viviani se ne vedono pochissime, anche a Napoli, mentre ci può dire molto ancora di questo sottoproletariato che oggi forse non ha più senso chiamare così, ma che è ben presente, sempre più in crescita. 

«Viviani parla agli emarginati, a chi deve mettere insieme il pranzo con la cena. E racconta una cosa fondamentale: anche nella miseria può esserci felicità. Persino ne La musica dei ciechi, con cinque suonatori ciechi guidati da un guercio, c’è una forma di felicità. Nei momenti più bui si intravede sempre una luce».

Come Fregoli

Di questo drammaturgo, si conosce veramente molto poco. Ad andare a cercare si trova qualche immagine di lui, anche giovane, con una fisicità molto particolare, marcata: «Era il famoso scugnizzo di Vincenzo Gemito, uno straordinario scultore napoletano. Chiese a Raffaele Viviani di fargli da modello. Lui aveva questa faccia apparentemente arcigna che sapeva essere anche dolcissima. Purtroppo abbiamo poche testimonianze della sua arte. Al cinema fece La tavola dei poveri, e poco altro ci resta. Quel che abbiamo però ci fa capire la sua grandezza mostruosa. Lui era una sorta di Fregoli e all’interno di uno sketch interpretava anche quattro-cinque personaggi cambiandosi vertiginosamente. Un po’ come fa anche mio figlio Lorenzo in questa pièce».
E quando parla del suo erede, il grande capocomico un po’ si ammorbidisce: «Il teatro mi rende vivo, ma i miei figli sono la mia felicità. L’ultima ha quattro anni, l’ho avuta che ne avevo 67. Può immaginare quanto mi rigeneri vederla crescere».

Vai a tutte le notizie di Torino

Iscriviti alla newsletter di Corriere Torino

10 maggio 2026

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Il rap del prof Lancione del Politecnico di Torino sul ministro Piantedosi

Tra riferimenti ai Cpr, al carcere e alla militarizzazione di Torino, il testo alterna immagini dure e slogan antifascisti

LA PRIMA PAGINA DI OGGI

Condividi questo articolo