Lezioni dall’Ucraina che resiste
Dalla parata della vittoria mancata alla tenacia di Kiev: oltre quattro anni che hanno cambiato la guerra dello Zar
Lezioni dall’Ucraina che resiste
Paolo Mieli | 9 maggio 2026Dalla parata della vittoria mancata alla tenacia di Kiev: oltre quattro anni che hanno cambiato la guerra dello Zar
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Furono assai diverse da quelle di ieri le condizioni in cui si svolse la parata militare russa del 2022. Nei giorni che la precedettero circolarono notizie ufficiose secondo le quali nell’occasione Vladimir Putin avrebbe annunciato la vittoria definitiva sull’Ucraina. L’aggressione putiniana aveva avuto inizio il 24 febbraio e, secondo quelle voci, in poco più di due mesi il dittatore del Cremlino sarebbe stato in grado di dichiarare che «per la seconda volta» (dopo quella del 1945) i «nazisti» erano stati spazzati via. Non valeva neanche la pena di definire guerra la cosiddetta «operazione militare speciale» che avrebbe liquidato in quattro e quattr’otto il «regime hitleriano» di Volodymyr Zelensky. La parata nel 2022 si svolse regolarmente ma, come è noto, l’annuncio non arrivò.
Colpa, dissero i russi (e ancora dicono i loro cantastorie), di quel maledetto premier britannico Boris Johnson che, per conto della Nato, aveva indotto l’avido Zelensky a respingere la generosa offerta di pace proveniente da Mosca. Quel rifiuto gli ucraini lo avrebbero pagato caro dal momento che i russi avrebbero conquistato con le armi molto più di quel che avevano preteso al tavolo della trattativa. Talché il popolo ucraino, dopo l’inevitabile sconfitta, avrebbe incolpato il leader di Kiev per le sofferenze subite, si sarebbe sollevato contro di lui e lo avrebbe disarcionato. Le cose sono andate diversamente.
La guerra è stata ed è ancora atroce. Ha lasciato sul campo (approssimativamente) due milioni di persone tra morti e feriti. Due terzi russi, un terzo ucraini o giù di lì. Una parte della guerra si svolge nel Donbass. Ma non passa giorno che i russi non colpiscano città lontane dal fronte provocando anche tra quei non combattenti una selvaggia mattanza di civili. Ogni giorno. Senza che nel mondo — a parte pochissimi — qualcuno scenda in piazza per loro. Gli ucraini, in compenso, hanno saputo dotarsi di una struttura militare capace di restituire il colpo e di provocar danni in territorio russo. Al punto che adesso sono in grado di offrire i loro sofisticati droni ad altri Paesi che subiscono aggressioni.
Nel frattempo, è cambiata l’amministrazione statunitense e l’«amico» Joe Biden è stato sostituito dal «nemico» Donald Trump. Quest’ultimo il 28 febbraio 2025 si è presentato al mondo strapazzando pubblicamente Zelensky. Da allora Trump si è sempre espresso in modi sprezzanti nei confronti del Presidente ucraino. Ad un tempo, ha offerto a Putin innumerevoli manifestazioni di riguardo. Proponendogli a ripetizione piani di pace (accompagnati da mirabolanti profferte di affari). Che, però, l’autocrate moscovita ha sempre respinto.
Può sembrare paradossale ma l’avvento di Trump — che era parso in principio quasi una condanna a morte per Kiev — ha fatto in un certo senso la fortuna di Zelensky. Perché ha reso evidente che la resistenza ucraina era solo in parte debitrice alle armi statunitensi. Quando queste dotazioni sono venute meno, i militari ucraini hanno combattuto come e meglio di prima inchiodando i nemici più o meno là dove erano rimasti ai tempi di Biden.
Trump ha poi dimostrato (a prezzo di una figura non esaltante) che — Johnson o non Johnson — Putin non aveva e non ha nessuna intenzione di stipulare trattati di pace. E neanche di concedere tregue se non per mettere al riparo la tristissima parata militare che si è tenuta ieri. Putin appare affetto da una sorta di psicosi che lo induce a dubitare di tutti. Nel caso di Trump, forse, non a torto.
L’uomo della Casa Bianca ha poi indotto gli aggrediti ad apprendere in fretta l’arte di fare da sé. Che dovessero imboccare quella via, gli ucraini lo avevano immaginato già ai tempi di Biden che ha sempre inviato le armi con ritardi talvolta davvero inspiegabili. Trump, in altre parole, ha obbligato l’Ucraina tutta a farsi un Paese guerriero, dotato di proprie tecnologie avanzate che gli consentono financo di resistere a inverni, come quello che è finito poco più di un mese fa, senza energia elettrica. Sembrava impossibile che potessero resistere, invece...
Infine, Trump ha costretto l’Europa (allargata a Canada e Gran Bretagna) a ritrovare parte di quello spirito mostrato sei anni fa all’inizio della stagione del Covid. L’Europa adesso può reggere ai continui terremoti elettorali che si producono (e continueranno a prodursi) in ogni singolo Paese, senza venir meno agli impegni presi nei confronti di Kiev. Resistendo poi alle ritorsioni trumpian-putiniane.
Molte cose sono cambiate in questi quattro anni. L’Ucraina ha dovuto affrontare vere e proprie crisi politiche e militari. È sufficiente guardare al nostro Paese per accorgerci di quanto sia venuta meno la sensibilità nei confronti della dura lotta di resistenza di quello che papa Bergoglio definiva il «martoriato Paese». Nel discorso pubblico italiano non passa giorno senza che qualcuno si trattenga dall’individuare un buon motivo per spalancare le porte a Putin. Nonostante ciò, appare sempre meno probabile che l’uomo del Cremlino (pur con la complicità di Trump, di politici e di intellettuali ormai esplicitamente sensibili alle sue «ragioni») riesca a schiacciare quel popolo di resistenti. Resistenti destinati ad entrare nei libri di storia. Costringendo a qualche pentimento coloro che nelle manifestazioni hanno stracciato le loro bandiere. O più probabilmente a negare, in un’atmosfera di complicità collettiva, d’averlo mai fatto. Qui in Italia non sarebbe una novità.
9 maggio 2026
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