Pick Up, il tempio dei vinili festeggia 50 anni: «Ne sono serviti venti per non avere i conti in rosso. Da noi anche la Gen Z, comprano vinili anche se non hanno giradischi»
Bassano del Grappa, il titolare Flavio Alessi ha iniziato nel 1975: «Dalla ex Yugoslavia compravano un sacco di copie per portarle oltre la frontiera. I titoli esposti sono scelti da gente che sa il fatto suo»
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Pick Up, il tempio dei vinili festeggia 50 anni: «Ne sono serviti venti per non avere i conti in rosso. Da noi anche la Gen Z, comprano vinili anche se non hanno giradischi»
di Andrea FrisonBassano del Grappa, il titolare Flavio Alessi ha iniziato nel 1975: «Dalla ex Yugoslavia compravano un sacco di copie per portarle oltre la frontiera. I titoli esposti sono scelti da gente che sa il fatto suo»
Flavio Alessi (a sinistra, dietro, con la maglia grigia) con la sua squadra
Il Pick Up di Bassano del Grappa (Vicenza), uno degli ultimi, grandi negozi di dischi rimasti, è stato aperto nel 1975 ed è più vivo che mai. Vi si incontrano veterani del rock o del jazz, metallari impenitenti, adolescenti affascinati dagli Lp e dalle loro straordinarie copertine, ragazzi e ragazze della Gen Z innamorati degli artisti K-Pop sudcoreani. Il titolare Flavio Alessi oggi lavora con la stessa passione che aveva quando, fresco di diploma in ragioneria, aprì il negozio in via Schiavonetti, poi trasferitosi in via Da Ponte.
Flavio, come sono stati i primi tempi in negozio?
«Ci sono voluti vent’anni per non avere più i conti in rosso. Ogni soldo guadagnato serviva per comprare altri dischi, la passione per la musica e le richieste degli amici-clienti erano molte, ma i soldi pochi. Importavo da Usa, Inghilterra e Germania cose introvabili in Italia. Dopo il primo anno, per aumentare il fatturato ho preso un furgone. Partivo alle 4 del mattino per rifornire i negozi del Nordest. A Trieste arrivavano dalla ex Yugoslavia, compravano migliaia di copie e le portavano oltre frontiera. Figurati, c’era ancora la Guerra Fredda. Diventavano matti per avere un po’ di musica americana o inglese».
Vi siete specializzati in qualche genere?
«I negozi tradizionali vendevano esclusivamente il catalogo italiano, noi cercavamo le nuove tendenze all’estero. Eravamo sempre in anticipo su tutti. Abbiamo portato a Bassano la musica tedesca d’avanguardia quando nessuno sapeva che cosa fosse. Popol Vuh, Tangerine Dream, Kraftwerk, Can… Poi sono arrivati la New Wave, il Punk, Heavy Metal e tutte le sue derivazioni. Era troppa la voglia di scoprire cose nuove. Ogni nuovo disco poteva essere un cambiamento di genere musicale, una rivoluzione… Come quando sono arrivati i primi vinili di punk o metal! Chi poteva immaginare qualcosa del genere?».
Che musica italiana si vendeva all’estero?
«L’Italia vendeva molta musica progressiva: PFM, Le Orme, i Goblin, gli Area, il Banco del Mutuo Soccorso… Era chiamato “progressive italiano” ed era molto amato, specie in Giappone, Corea del Sud e America. Ci ordinavano centinaia di copie».
Lo sviluppo di grandi marketplace online vi ha messi in difficoltà?
«All’inizio sembrava che dovessero chiudere tutti i negozi fisici. In realtà poi sono stati proprio i vari marketplace a tenerli vivi durante la crisi, perché chi vendeva i propri prodotti lì è riuscito a salvarsi. Ma non è il nostro caso. Noi abbiamo un repertorio che non ha nessuno: 22 mila titoli in negozio, 300 mila in magazzino. Abbiamo titoli di ogni genere che non si trovano da nessuna parte. Probabilmente siamo il negozio al mondo più specializzato in colonne sonore. Un esempio: Ennio Morricone ha composto 550 colonne sonore, noi ne abbiamo 450. Molti titoli sono da collezionisti».
Com’era il rapporto con i clienti?
«Quando arrivavano i pacchi con le novità, il venerdì, i più affezionati erano tutti in negozio ad aspettare. Ascoltavamo i dischi insieme. Non sapevi cosa c’era in un disco finché non ci posavi sopra la puntina del giradischi e il piatto non cominciava a girare. Era meraviglioso condividere quei momenti. Ci si innamorava di ogni genere nuovo. Arrivava gente da Venezia e da Udine. Al sabato mattina trovavo ragazzi da Milano fuori dal negozio in attesa che aprissi».
Il ritorno del vinile è un fatto solo di nostalgia?
«Fino a qualche anno fa sì, era una cosa un po’ “da vecchi”, poi ha attirato la curiosità dei ragazzi, dei giovani che scoprivano una cosa nuova, “strana”. Tanti lo comprano pur non avendo il giradischi, oppure lo regalano agli amici. Sono quindicenni o sedicenni, affascinati dalle copertine e dall’oggetto in sé, perché il vinile è indiscutibilmente un bell’oggetto e ci si affeziona molto più che ad un semplice compact disc».
Al Pick Up arrivano clienti di tutti i tipi e di tutte le età. Dopo oltre cinquant’anni, qual è il vostro segreto?
«Siamo un negozio come non ce n’è in giro, fatta eccezione per il Giappone, dove è rimasta una gran passione per la musica fisica: hanno negozi di dischi come li avevamo noi negli anni ’70 e ’80. Al Pick Up abbiamo cose particolari messe da parte negli anni, grazie alla conoscenza dei ragazzi che ci lavorano. I titoli esposti non finiscono per caso sugli scaffali. Sono dischi scelti da gente che sa il fatto suo, che conosce i generi musicali e la storia della musica. Il Pick Up è un posto per incontrarsi, parlare di musica e ascoltarla. I nostri non sono solo clienti, ma amici. Lavoriamo molto online, ma il negozio ha delle particolarità che lo rendono più un tempio che un negozio».
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